Atlantis 4/2023

Il quarto e ultimo numero del 2023 prosegue la serie di copertine dedicate ai principali temi geostrategici futuri. In questo caso il diritto internazionale, senza tralasciare di puntare l'attenzione sulle conseguenze dei vari focolai contlittuali aperti.

In copertina, un'immagine che evoca il tema dei diritti e della giustizia.

Spazio alle lettere diplomatiche, a cura del Circolo di Studi Diplomatici.

Sempre apprezzati i contributi di Eleonora Lorusso, la valida conduttrice del Festival Internazionale della Geopolitica Europea, Cristina Pappalardo e Ronano Toppan e di Domenico Letizia.

Continua la collaborazione con Sconfinare.

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Editoriale

LEGALITÀ INTERNAZIONALE E USO DELLA FORZA A DIFESA DEL DIRITTO

Attualità: i Fronti di Guerra e le loro Implicazioni
Ucraina: Un Conflitto Che Mette alla Prova la Legalità Internazionale
Il conflitto in Ucraina, con l'annessione della Crimea da parte della Russia e il conflitto in corso nell'est del paese, rappresenta una seria sfida alla legalità internazionale. La comunità internazionale è chiamata a rispondere a violazioni evidenti del principio di sovranità statale e dell'integrità territoriale.
Israele-Palestina: Una Storia di Conflitti e Diritti Umani Violati
Il conflitto tra Israele e Palestina è una fonte costante di preoccupazione per la comunità internazionale. La violenza continua ha implicazioni significative per i diritti umani, con molte voci che sollevano preoccupazioni riguardo alle violazioni dei diritti civili e delle norme umanitarie internazionali.
Azerbaigian: Il Conflitto del Nagorno-Karabakh e le Sue Conseguenze
Il conflitto tra Azerbaigian e Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh ha recentemente riportato l'attenzione sulla regione. Le violenze e le dispute territoriali hanno evidenziato le sfide della gestione dei conflitti e delle violazioni dei diritti umani.
Implicazioni Globali e Risposte della Comunità Internazionale
La presenza di oltre 50 fronti di guerra nel mondo sottolinea la complessità del mantenimento della legalità internazionale e la tutela dei diritti umani. In questo contesto, è fondamentale analizzare come la comunità internazionale risponda a tali sfide.
Risposte Internazionali: Sforzi e Limitazioni
Organizzazioni internazionali come l'ONU sono chiamate a svolgere un ruolo cruciale nella risoluzione dei conflitti e nella promozione dei diritti umani. Tuttavia, le limitazioni nelle azioni e nelle risoluzioni possono rallentare i progressi.
Sforzi Diplomatici e Umanitari: Le Chiavi per una Soluzione Sostenibile
Gli sforzi diplomatici e umanitari giocano un ruolo fondamentale nel mitigare le conseguenze dei conflitti. Il coinvolgimento di organizzazioni non governative e degli attori diplomatici può contribuire a fornire assistenza umanitaria e lavorare verso soluzioni a lungo termine.
Conclusioni: Sfide da Affrontare e Speranze per il Futuro
In conclusione, l'analisi di questi fronti di guerra evidenzia la necessità di un impegno globale per affrontare le violazioni della legalità internazionale e dei diritti umani. Mentre le sfide sono numerose, gli sforzi collettivi possono portare a un mondo più giusto e pacifico. Lavorando insieme, la comunità internazionale può superare le difficoltà attuali e costruire un futuro in cui la legalità e i diritti umani siano rispettati in modo universale.

Istituzioni e Strumenti per la Protezione dei Diritti Umani
Corte Internazionale di Giustizia (CIJ): Guardiani della Legalità
La CIJ, con sede a L'Aia, svolge un ruolo chiave nella risoluzione di controversie tra stati e nell'emissione di pareri consultivi su questioni legali. La sua autorità si basa sul consenso degli stati, e la sua giurisdizione è limitata alle questioni da loro sottoposte. Tuttavia, il suo contributo alla definizione della legalità internazionale è significativo.
Corte Penale Internazionale (CPI): Affrontare i Crimini Contro l'Umanità
La CPI è stata istituita per perseguire individui responsabili di crimini contro l'umanità, genocidio e crimini di guerra. La sua presenza è fondamentale nel garantire che coloro che commettono gravi violazioni dei diritti umani siano chiamati a rispondere davanti a un tribunale internazionale.
Altri Meccanismi di Tutela: Commissioni e Accordi
Numerose commissioni e accordi internazionali lavorano per monitorare e proteggere i diritti umani. Esempi includono la Commissione Interamericana sui Diritti Umani e la Convenzione contro la Tortura delle Nazioni Unite. Questi organismi forniscono forum per la denuncia e l'esame delle violazioni dei diritti umani.
Analisi dei Successi e delle Sfide
Successi nel Campo della Protezione dei Diritti Umani
Ci sono stati casi in cui le istituzioni internazionali hanno avuto successo nel perseguire violazioni dei diritti umani. Ad esempio, la CPI ha emesso condanne per crimini di guerra, fornendo una forma di giustizia a livello internazionale.
Sfide e Limitazioni
Tuttavia, ci sono anche sfide evidenti, come la mancanza di adesione universale a tali istituzioni e la difficoltà nell'applicare le decisioni. Le controversie politiche e la mancanza di cooperazione da parte di alcuni stati rappresentano ostacoli significativi.
Conclusioni: Prospettive per il Futuro
In conclusione, mentre esistono istituzioni e strumenti dedicati alla protezione dei diritti umani, è essenziale affrontare le sfide per garantire un'applicazione più efficace della legalità internazionale. Rafforzare l'adesione, migliorare la cooperazione internazionale e affrontare le carenze nei meccanismi esistenti sono passi cruciali per garantire un futuro in cui i diritti umani siano universalmente rispettati.
Sfide Contemporanee
Violenza e Violazioni dei Diritti Umani
La persistenza di conflitti armati in diverse regioni del mondo continua a generare violenze e violazioni dei diritti umani. Il costo umano di tali conflitti è enorme, con migliaia di persone coinvolte e gravi conseguenze per la sicurezza e il benessere delle comunità.
Discriminazione e Disuguaglianza
La discriminazione basata su razza, genere, religione o orientamento sessuale persiste in molte società. Queste forme di discriminazione minano i principi fondamentali della legalità internazionale e ostacolano il raggiungimento di una società giusta e inclusiva.
Accesso Limitato all'Istruzione
In alcune parti del mondo, l'accesso all'istruzione è ancora limitato, soprattutto per le ragazze e le donne. Questa disparità nell'accesso all'istruzione rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali e contribuisce alla perpetuazione del ciclo di povertà.
Implicazioni sulla Legalità Internazionale
Risposte Globali alle Sfide
Affrontare queste sfide richiede una risposta globale. La comunità internazionale deve lavorare insieme per promuovere la pace, prevenire la violenza e eliminare le disparità nell'accesso ai diritti fondamentali.
Ruolo delle Organizzazioni Non Governative (ONG)
Le ONG svolgono un ruolo cruciale nel monitorare e denunciare violazioni dei diritti umani. Il loro impegno sul campo è spesso fondamentale nel portare attenzione internazionale alle situazioni di crisi e nella fornitura di aiuti umanitari.
Progressi e Iniziative Positive
Educazione come Chiave per il Futuro
L'istruzione è una chiave fondamentale per superare molte delle sfide attuali. Investire nell'istruzione, specialmente per le ragazze, non solo promuove la legalità internazionale, ma contribuisce anche a creare società più equilibrate e sostenibili.
Sforzi Diplomatici per la Pace
In molte regioni colpite dalla violenza, gli sforzi diplomatici per la pace sono in corso. La risoluzione dei conflitti e la promozione di soluzioni diplomatiche sono essenziali per stabilizzare le regioni e garantire il rispetto dei diritti umani.
Conclusioni: Una Chiamata all'Azione Globale
In chiusura, la comprensione e l'affrontare le sfide contemporanee sono fondamentali per il progresso della legalità internazionale e dei diritti umani. Attraverso la collaborazione globale, sforzi concreti e un impegno collettivo, il mondo può progredire verso un futuro in cui la pace, la giustizia e il rispetto dei diritti umani sono la norma.
Conclusioni: Guardando al Futuro
La legalità internazionale e la protezione dei diritti umani sono sfide complesse che richiedono un impegno costante da parte della comunità globale. Nel riflettere su quanto discusso, emergono alcune considerazioni chiave:
La Necessità di un Impegno Universale
Affrontare le violazioni dei diritti umani richiede un impegno universale. Nessun paese o istituzione può affrontare tali sfide da solo. La cooperazione internazionale e il rispetto reciproco sono fondamentali per la creazione di un mondo in cui i diritti umani sono tutelati in modo universale.
Le Sfide Come Opportunità di Miglioramento
Le sfide attuali rappresentano anche opportunità per migliorare e rafforzare i meccanismi esistenti. Imparare dagli errori del passato e adattarsi alle nuove sfide contribuirà a creare sistemi più robusti e resilienti.
Ruolo Chiave dell'Educazione e della Consapevolezza
L'educazione e la consapevolezza sono fondamentali per il cambiamento. Promuovere la comprensione dei principi della legalità internazionale e dei diritti umani sin dalle fasi iniziali dell'istruzione contribuirà a creare cittadini globali consapevoli e impegnati.
La Speranza in un Futuro di Giustizia e Pace
Nonostante le sfide, c'è speranza. Gli sforzi congiunti della comunità internazionale, supportati da individui, organizzazioni e governi, possono portare a un futuro in cui la legalità internazionale è rispettata e i diritti umani sono difesi senza compromessi.
In conclusione, il percorso verso la legalità internazionale e la tutela dei diritti umani è lungo, ma ogni passo avanti è cruciale per costruire un mondo più giusto, equo e pacifico.

GEOPOLITICA E DIPLOMAZIA

LA TRAGEDIA EBRAICO-PALESTINESE

Adriano Benedetti
La tragedia ebraico-palestinese, dopo aver colpito le zone di frontiera di Israele limitrofe alla Striscia di Gaza, sta ora devastando Gaza City con il saldo di centinaia di vittime ogni giorno. Alla ferocia di Hamas ha risposto la disinibita determinazione dell’esercito israeliano. Le regole del conflitto moderno non sembrano trovare applicazione nell’attuale congiuntura di “ferro e fuoco” medio-orientale, allorché sono proprio i civili, da una parte e dell’altra, ad essere gli inermi obiettivi della furia bellica dei due contendenti. Come si è potuti giungere a tali livelli di efferatezza?

Il programma dell’estrema destra israeliana. L’attuale governo israeliano, capitanato da Benjamin Netanyahu al potere da ormai un anno, puntava sul piano politico interno ad alterare gli equilibri di forza mediante una riforma fondamentale volta a ridimensionare l’indipendenza della magistratura: suscitando la rivolta militante dei partiti di opposizione (e di una parte importante della società civile) che ha caratterizzato la vita israeliana dell’ultimo anno. Meno evidente, ma egualmente perseguito con inflessibilità, era il disegno di rendere irreversibile l’occupazione della Cisgiordania, in vista della finale unificazione del territorio israeliano sotto la bandiera di David. La convinzione era che alla fine le resistenze della popolazione palestinese (circa 3 milioni) nella Cisgiordania sarebbero state in qualche modo rintuzzate e riassorbite in maniera tale che, pur con una consistente, irrequieta componente palestinese non irreggimentata, Israele potesse puntare al raggiungimento della sua unità storico-politica. D’altronde la continua, inarrestabile crescita della popolazione israeliana nei Territori occupati, che ormai supera abbondantemente le 700 000 unità (ivi compresa la porzione che vive a Gerusalemme) appare capace a prima vista di rendere irreversibile lo spostamento demografico. Quanto all’Autorità palestinese di Abū Māzen, essa poteva anche essere mantenuta ma progressivamente depauperata di ogni potere, sino al punto di diventare del tutto irrilevante.
In questo schema l’esistenza di una Gaza palestinese costituiva una “escrescenza” non collimante con la prospettiva sopra delineata, ma si confidava che con il passare del tempo si sarebbero trovati modi per irretire ogni volontà di autonomia politica della “Striscia” al fine di renderla compatibile con l’esistenza della “Grande Israele”.
In questa visione ottimistica non si attribuiva sorprendentemente alcuna rilevanza al fenomeno Hamas di cui in qualche modo si erano sottovalutate le potenzialità e l’ambizione. È qui che si addensa uno dei misteri dell’attuale conflagrazione. Come è possibile che Israele non abbia preso in considerazione le avvisaglie, per quanto frammentate, dell’imminente attacco di Hamas, al punto che gran parte delle truppe israeliane erano state spostate dai confini con Gaza alla Cisgiordania per tenere sotto controllo i conati di insubordinazione ivi sviluppatisi?
La grande responsabilità del governo di Netanyahu è stata quella di non aver individuato per tempo i segnali della crescente preparazione offensiva di Hamas che pur avrebbero potuto essere colti attraverso un minimo utilizzo di fonti informative: la presenza di migliaia di militanti armati di Hamas e la costruzione o il rafforzamento degli apprestamenti, spesso sotterranei, in vista dell’attacco. Il piano di Hamas era concretamente in via di realizzazione da almeno alcuni anni e tutto ciò è stato incredibilmente sottovalutato se non del tutto ignorato dalle autorità israeliane. Non vi è dubbio che tale “leggerezza” costituirà uno dei punti su cui più difficile sarà la difesa di Netanyahu.
2. Il massacro in corso. L’attacco di Hamas al territorio israeliano sviluppatosi il 7 ottobre scorso, cogliendo del tutto impreparato ed ignaro il governo israeliano, ha provocato almeno 1400 vittime di ogni età, quasi tutte civili, attraverso azioni spesso all’insegna di una sconvolgente crudeltà. Si è trattato di un colpo di mano ben organizzato, strutturato con modalità inedite (come l’utilizzo di minuscoli velivoli pilotati) che ha certamente raggiunto i risultati che gli ideatori si prefiggevano. Sono stati inoltre catturati e deportati a Gaza circa 240 ostaggi israeliani e stranieri di qualsiasi età che Hamas intende utilizzare con varie finalità allo scopo anche di portare divisione e conflitto in seno all’opinione pubblica di Israele. Allo stesso tempo è stato scatenato un “diluvio” di attacchi missilistici che non sempre i sistemi di protezione di Tel Aviv riescono ad intercettare e neutralizzare.
La reazione israeliana, dopo i primi due giorni di sconcerto e disorganizzazione, è stata certamente efficace nell’eliminare le infiltrazioni di Hamas e nel predisporre il contrattacco nel territorio palestinese. La parte settentrionale di Gaza (Gaza City) che è oggetto dell’offensiva, è da molti giorni sotto implacabili bombardamenti da terra, dal cielo e dal mare con distruzioni apocalittiche. I morti accertati, secondo le statistiche di Hamas, si avvicinano a 9500, di cui un buon 40% costituito da bambini. L’obiettivo è di distruggere le centinaia di chilometri di camminamenti sotterranei dove sono stati quasi certamente condotti gli ostaggi e che costituiscono un ricovero e una ridotta non facilmente espugnabili. Nel frattempo, l’Egitto ha consentito di aprire al sud della Striscia la altrimenti invalicabile frontiera per lasciar passare alcune centinaia di stranieri e di feriti provenienti dall’interno di Gaza.
Merita notare che le modalità e gli esiti dell’incursione di Hamas in Israele si sottraggono a qualsiasi disciplina di conflitto regolamentato. Egualmente il contrattacco israeliano, con la drammatica escalation di distruzioni di un vasto
ambiente residenziale, mal si concilia con un criterio di auto-limitazione offensiva che tenda a contenere al massimo le vittime civili. Siamo in presenza di una guerra totale che non tollera debolezze o riserve umanitarie.
Si sta profilando intanto un tentativo condotto dagli Stati Uniti volto ad incoraggiare una sospensione, quanto meno di breve durata, del conflitto onde portare sollievo alle popolazioni civili. È questo uno degli obiettivi, arduo da raggiungere, che persegue il segretario di Stato americano, Antony Blinken, che è atterrato in Israele questo fine settimana: lo scopo è certamente caldeggiato dai governi europei che affrontano un crescente disagio di porzioni importanti delle rispettive opinioni pubbliche interne. Le potenziali incertezze europee si sono tra l’altro palesate in occasione del voto non vincolante dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (dopo che il Consiglio di Sicurezza si era dimostrato incapace per il voto contrario di taluni membri permanenti di assumere una decisione), allorché è stata presentata da paesi arabi una risoluzione che, non contemplando alcuna menzione dell’attacco di Hamas contro Israele, richiede una sospensione immediata delle ostilità. Mentre Israele e gli Stati Uniti hanno votato contro e una quarantina di Stati-membri (tra cui l’Italia) si sono astenuti, segnatamente Francia, Spagna e Portogallo vi hanno apportato invece il loro appoggio.
Al di là di queste schermaglie “onusiane”, è ormai chiaro lo schieramento internazionale a favore dei Palestinesi. Vi si trova in prima fila l’Iran (di cui andrebbe in futuro accertata l’eventuale responsabilità nella predisposizione dell’attacco contro Israele), sostanzialmente tutti i paesi arabi, una buona parte dei paesi del Terzo Mondo e soprattutto la Russia e la Cina che vi hanno visto l’occasione per mettere sulla difensiva l’Occidente.
La sollevazione anti-Israele ha fatto saltare e messo in “naftalina” per un periodo indeterminato il rafforzamento degli “Accordi di Abramo” congelando la prospettiva di un loro allargamento all’Arabia Saudita, congelamento questo cui certamente mirava in particolare l’Iran.
La situazione complessiva di Israele rischia di diventare ancor più complicata e pericolosa in quanto agli attacchi quotidiani di centinaia di missili-razzi lanciati da Hamas contro buona parte del territorio israeliano, non meno che all’insubordinazione ancora puntuale ma diffusa che scuote la Cisgiordania, si è venuta aggiungendo la minaccia portata dalle milizie di Hezbollah che dal confine libanese martellano da ormai diverse settimane le postazioni israeliane. La possibilità di un pieno coinvolgimento di Hezbollah – il cui organico collegamento con l’Iran è fuori discussione – è stata adombrata, ma per il momento non confermata, dal leader indiscusso della stessa organizzazione sciita, Hassan Nasrallah, che, nel corso di un minaccioso discorso fiume, ha testé tenuto ad affermare la piena solidarietà con Hamas, l’estraneità dell’Iran alla preparazione dell’attacco, l’irriducibile ostilità contro Israele e gli Stati Uniti. Ma se il minacciato intervento dovesse concretizzarsi, Israele si troverebbe sotto attacco da Nord e da Sud con un potenziale esplosivo al centro in Cisgiordania: una situazione di estremo pericolo che ricorderebbe le incertezze esistenziali del 1948.
3. Un ambiguo futuro. L’appartenenza di Israele all’Occidente è fuori discussione. La sua democrazia, articolata e combattiva, lo inserisce di diritto nel nostro mondo. La tragedia immane della Shoah lo ha trasformato paradossalmente nel cuore dell’Occidente. Se mai dovesse perire (scenario questo al momento del tutto improbabile) è possibile che inizierebbe la lenta decomposizione del mondo occidentale. Quindi è evidente che Stati Uniti ed Europa devono essere allineati per difenderlo. È d’altronde illuminante, a ben vedere, che il cuore della coalizione internazionale contraria ad Israele, al di là del mondo arabo, coincide con la galassia dei paesi autoritari e dittatoriali che si è addensata nell’ostracizzare l’Ucraina nella sua lotta per la sopravvivenza contro la Russia.
È proprio in forza di questa solidarietà di fondo che Stati Uniti ed Europa devono operare per condurre Israele ad assumere un atteggiamento diverso nei confronti dei Palestinesi. Hamas potrà anche essere distrutta ed eventualmente Hezbollah sconfitta; eppure il problema palestinese non può essere eluso. È per questo che il disegno di Netanyahu – che al termine delle ostilità dovrà mettersi da parte – non è più proponibile e realizzabile. Non rimane che dare vigore all’ipotesi dei “due popoli e due Stati”, elaborata ed accarezzata negli anni ’90 e poi passata nel dimenticatoio. È un’ipotesi estremamente difficile da realizzare ma l’unica che offra la prospettiva di una sia pur parziale riappacificazione tra Ebrei e Palestinesi. A questo auspicabile traguardo bisogna guardare con determinazione e un residuo di fiducia, consapevoli che in sua assenza il territorio israelo-palestinese ricadrà nuovamente nell’atroce spirale dell’odio, della guerra e dell’annientamento di ogni principio di umanità.

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