Atlantis 3/2019

 

Il TERZO numero di Atlantis del 2019 (AUTUNNO), dedica il Dossier al tema Africa, opportunità e problemi dell'ambasciatore Giuseppe Morabito attraverso la prestigiosa collaborazione con il Circolo di Studi Diplomatici di Roma, 

Continua l'appuntamento con i grandi eventi storici degli anni terminanti in nove con l'Ascesa di Cavour.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con le Cardiopatie Valvolari.

ll Focus paese, a firma Domenico Letizia, è dedicato alla Turchia e l'immigrazione siriana.

Attenzione al bel libro della giornalista Eleonora Lorusso su Nave Vespucci.

 

Una politica estera assertiva è chiedere troppo?

Editoriale

Il secondo mandato ad un Governo di Giuseppe Conte è appena stato confermato dal voto delle Camere e già si discute se durerà fino alla fine della legislatura o, come il precedente, avrà subito il fiato corto e le gambe tagliate dalle tante differenze che contraddistinguono i due partiti che lo sostengono e, all’interno dei partiti, le molte diverse anime che li compongono.

Tuttavia, ci sono scenari esteri, in questo che da tempo si è definito un Mondo in Subbuglio, che non lasciano scampo ad indecisioni e mancate scelte di campo.

Ora occorre un rilancio della nostra diplomazia e un ministro che abbia voglia di guidarla lungo sentieri meno scoscesi di quelli esplorati dal precedente governo - ha sottolineato Franco Venturini - visto che secondo il presidente del Consiglio a Bruxelles abbiamo mandato un rappresentante molto apprezzato. 

La nostra politica estera è dunque una riconosciuta priorità.

Non è il caso di soffermarsi sulle scelte (libere o condizionate) che hanno portato Di Maio alla Farnesina ma è stata una scelta per molti versi inattesa.

In agenda ci sono subito: margini di flessibilità concessi dall’Europa anche grazie alle difficoltà tedesche e migranti e Libia.

L’atteggiamento verso l’Europa ora è radicalmente mutato, dopo il karakiri sovranità di Salvini e il primo messaggio è arrivato quando il nuovo governo non era ancora nato e i 5Stelle hanno votato in sede europea a favore della presidenza di Ursula von der Leyen insieme al Pd inserito nel gruppo parlamentare europeo dei socialisti. 

L’Europa e l’Occidente intero vivono una difficile transizione e devono poter sapere su chi contare.

Questo Governo ha cominciato con il piede giusto in questo senso. Sempre che non riprenda piede l’idea di fare l’occhiolino un giorno a Mosca e un altro a Washington. 

Un conto è interloquire con Mosca e Pechino e un conto è parlare con gli Alleati. 

In ogni caso sarebbe opportuni distinguere tra emergenze e ruolo.

Emergenze: questione migranti: superare Dublino attraverso una rete di accordi; la guerra civile libica che è parte della stessa questione migranti, va affrontata finalmente con piglio diverso.

 Ruolo: tentenna qui tentenna lì, ci sono da chiarire alcuni punti di non poco conto, come il memorandum d’intenti con la Cina. Possibile che non si sia ancora inteso lo stile strategico cinese? Ma soprattutto sarebbe ora di tornare all’era degasperiana, quando il ruolo dell’Italia nell’ambito della costruzione europea era decisamente costruttivo e non rivendicativo.

Posto che questa Europa se non da rifare è almeno da rivedere, che l’Italia metta sul tavolo dei partner qualche buona idea e magari la inserisca nel puzzle globale di questo Mondo in Subbuglio.

 

 

Dossier: Africa oggi, problemi ed opportunità

L’Africa oggi: problemi ed opportunità

Intervento al Master di Geopolitica e Sicurezza Globale, La Sapienza.

Dal libro "Lettere sul Mondo" Collana Osservatorio Globale 

diretta da Domenico Vecchioni - Mazzanti Libri, Venezia 2019.

In premessa vorrei dire che parlerò di Africa sub - sahariana e non di Africa tout court. L’Africa settentrionale, che va dal Marocco all’Egitto, è diversa dall’Africa sub - sahariana: la prima è legata all’Europa da oltre duemila anni di storia, la seconda da due secoli, dall’epoca delle grandi esplorazioni geografiche e poi del colonialismo.

Fino alla fine del secolo scorso, l’opinione prevalente in Italia sull’Africa era quella di un continente povero, dominato da fame e carestie, dalle malattie (malaria, tubercolosi, AIDS), dalla difficoltà di accesso all’acqua potabile e all’elettricità, dove frequenti erano le guerre civili perlopiù cruente, basti pensare ai bambini soldato in Sierra Leone e in Liberia.

Poi a partire dal Duemila si è cominciato a capire che l’Africa non era lo stereotipo che veniva diffuso: era un continente del quale facevano parte Paesi la cui economia cresceva in fretta e da Paesi caratterizzati sempre di più dal consolidamento di regimi democratici. Un continente, in altre parole, non solo di problemi, ma di opportunità, in particolare per la nostra economia.

Quando il Ministro degli Esteri Franco Frattini mi volle come Direttore Generale per i Paesi dell’Africa sub-sahariana, l’Africa, eccetto per motivi storici il Corno d’Africa (Etiopia, Eritrea e Somalia), veniva da un periodo di marginalità nella nostra politica estera. Frattini lo aveva capito e volle tentare di rilanciare la nostra presenza nell’Africa a Sud del Sahara (in quella a nord eravamo e siamo saldamente presenti, nessun Paese escluso).

Oggi siamo entrati in una terza fase, nella quale l’attenzione sull’Africa rischia di essere quasi esclusivamente dominata dal problema delle migrazioni verso l’Italia in particolare e verso l’Europa in generale. Invece è evidente che non si può ridurre l’Africa alla sola questione migratoria.

Che cos’è l’Africa oggi? O forse non sarebbe più corretto parlare di Afriche? L’Africa è un continente che sta cambiando in fretta: basti pensare al forte incremento della popolazione, al rapidissimo processo di urbanizzazione, alla crescente diffusione della democrazia, a Stati le cui economie crescono a livelli in Italia non immaginabili. È un continente di opportunità, ma anche di sfide. Di opportunità economiche: basti pensare agli investimenti, non solo nel petrolio e nelle altre materie prime, ma nella costruzione di infrastrutture, oppure agli scambi commerciali; ed è un continente di opportunità politiche, come quelle derivanti da un rafforzamento delle relazioni con Stati che sono in sostanza ai confini meridionali dell’Europa. L’Africa è anche un continente di sfide: basti pensare a quelle rappresentate dalla prevenzione e dalla lotta al terrorismo; dal consolidamento della democrazia e quindi da una maggiore generale stabilità e pace; dal cambiamento climatico, le cui conseguenze appaiono particolarmente gravi in Africa; dallo sviluppo; dalle stesse migrazioni.

Quali sono gli aspetti che caratterizzano maggiormente l’Africa di oggi? Proviamo ad enumerarli senza avere la pretesa di essere esaustivi, per terminare con quello che è e potrebbe essere il ruolo dell’Italia.

 

1. La demografia. Incominciamo con la demografia, elemento tuttora fondamentale nella geopolitica attuale. L’Africa sta diventando sempre più rilevante, in particolare per l’Europa, non solo perché è geograficamente vicina a noi, ma per l’elevata crescita della popolazione. All’inizio degli anni Cinquanta, quando gli unici Stati indipendenti erano l’Etiopia (che allora includeva l’Eritrea), la Liberia, il Sudan e l’Unione Sudafricana, la popolazione di tutta l’Africa, compresa quella del Nord, era intorno ai 230 milioni di abitanti, mentre quella dell’Europa era poco al di sotto dei 600 milioni. Oggi l’Africa ha 1 miliardo e 200 milioni di abitanti, che al ritmo attuale si prevede diventeranno 2 miliardi e mezzo nel 2050 (si calcola che il 56 per cento dei nuovi nati nel mondo da oggi al 2050 sarà africano), mentre l’Europa ha poco più di 700 milioni di abitanti, compresa la Russia europea. Questo avviene perché il tasso di accrescimento annuo della popolazione nell’Africa sub - sahariana è oggi intorno al 2,7 per cento, molto più elevato della media degli altri continenti.

Non è detto che le previsioni demografiche relative al 2050 si avverino, anche perché sono a lunga scadenza, ma quello che è certo è che la crescita demografica dell’Africa è impressionante e, tranne in rari casi, come in Sudafrica ed in alcuni Stati minori, non si sono finora verificate significative riduzioni del tasso di natalità. Alcuni esempi rendono più chiara la questione: la Nigeria, che aveva 30 milioni di abitanti all’inizio degli anni Cinquanta, oggi ne ha quasi duecento milioni, che dovrebbero diventare quattrocento nel 2050. L’Etiopia: è passata dai 16 milioni di abitanti all’inizio degli anni Cinquanta ai 90 di oggi. Il più alto indice di fertilità nel mondo (che misura il numero di figli per donna) è in Niger, con oltre 7 figli. Il tasso di natalità dà ormai la misura dell’accrescimento naturale della popolazione, anche perché grazie al generale e ormai consolidato miglioramento delle condizioni igienico - sanitarie la mortalità è ovunque sensibilmente calata. Tra i primi quaranta Paesi al mondo con il più alto tasso di natalità, ben trentasei appartengono all’Africa sub-sahariana (a titolo di curiosità i quattro rimanenti sono l’Afghanistan, Timor Est, l’Iraq e l’Egitto). La realtà è che in Africa l’indice di natalità resta elevato, in controtendenza con quello che si è verificato e si sta verificando nel resto del mondo. A tutti è noto il caso della Cina che con sistemi coercitivi (la politica del “figlio unico” per coppia, dal 1979 al 2015), da anni è riuscita a contenere con successo l’aumento della popolazione; ma anche altri Stati, senza politiche demografiche di tipo coercitivo, hanno registrato un calo stabile della natalità. Per parlare di quelli più popolosi, basta pensare all’Indonesia, alla Thailandia, alla Corea del Sud, al Brasile, al Vietnam, alla Turchia, all’Iran, alla stessa India.

Ora, un forte sviluppo demografico, da un lato significa che l’Africa conterà di più negli equilibri geopolitici del mondo: se oggi un abitante su sei è africano (era uno su dodici all’inizio degli anni cinquanta), e si prevede che nel 2050 lo sarà uno su quattro, è evidente che il peso dell’Africa nel mondo cresce. Pensiamo poi ad uno Stato come la Nigeria che ambisce a diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come del resto un altro Paese africano, il Sudafrica: orbene, è chiaro che la pretesa della Nigeria ha più peso se è un Paese di duecento milioni di abitanti e non di quaranta.

Dall’altro lato, un forte sviluppo demografico pone delle sfide alle quali bisogna rispondere, se non si vuole alimentare una platea di disperati, a cominciare da quella del mercato del lavoro dove ogni anno si affaccia un numero di persone molto più elevato dei nuovi posti di lavoro che vengono creati. Qui le cifre non sono precise, anche perché in Africa è molto diffusa l’economia informale, ma per dare un’idea, si calcola che su trenta milioni di nuovi abitanti, quindici cerchino ogni anno lavoro, mentre i nuovi posti creati annualmente sono pari solo a due - tre milioni.

 

2. Le migrazioni e la questione dello sviluppo. Il fenomeno migratorio è uno degli aspetti più marcanti dell’Africa contemporanea, anche se ovviamente non può monopolizzare, né tanto meno esaurire, il discorso sull’Africa. Sul fenomeno migratorio vanno sfatati alcuni luoghi comuni. Il primo è che la gran parte dei migranti va in Europa. In realtà, coloro che lasciano l’Africa non vanno solo in Europa, ma anche in altri continenti, in particolare in Nordamerica. In effetti, mentre dopo gli anni Sessanta la maggior parte degli emigranti si dirigeva prevalentemente verso le antiche potenze coloniali (come la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio), a partire soprattutto dall’inizio di questo secolo si sono aggiunte nuove destinazioni: Germania, Olanda, Portogallo, Spagna, Australia, Canada, Stati Uniti, la stessa Italia.

Il secondo luogo comune è che gli africani che emigrano lasciano il continente per andare a stabilirsi altrove. In realtà, la maggior parte degli africani che emigra va in altri Stati africani (per trovare lavoro, condizioni di vita più facili, un’istruzione migliore, persino per trovare moglie), e quindi non lascia il continente africano.

È vero che da alcuni anni sta gradualmente aumentando la quota di coloro che lasciano il continente rispetto a quelli che emigrano da uno Stato africano ad un altro, e a tale riguardo va notato che su scala mondiale il numero di migranti dall’Africa sub-sahariana aumenta in percentuale più che da altre regioni del mondo, eccetto solo per quanto riguarda i Paesi MENA (Middle East and North Africa); nonostante questo l’Africa è tuttora sottorappresentata da un punto di vista migratorio a livello mondiale.

Alcune cifre sono molto chiare in proposito: nel 2017 vi sono stati nel mondo 258 milioni di migranti: 106 milioni provenivano dall’Asia, 61 dall’Europa, 38 dall’America Latina, e 36 dall’Africa. Secondo le Nazioni Unite, nel 2017, dei venti Stati con il più alto numero in assoluto di migranti, solo uno si trovava in Africa (l’Egitto, che peraltro non fa parte dell’Africa sub - sahariana), undici in Asia e sei in Europa.

Le migrazioni intra - africane sono quindi tuttora particolarmente intense. Esse sono facilitate in primo luogo dalla porosità dei confini. Poi c’è la tendenza delle popolazioni a spostarsi per stabilirsi lunga la costa (fenomeno questo comune a molti altri Paesi del mondo). Poi vi sono le affinità culturali e linguistiche che favoriscono le migrazioni. Un altro fattore che attrae i migranti sono le città: in Africa c’è una forte spinta all’urbanizzazione, peraltro con percentuali altissime (fino al 95 per cento) di persone che vivono in slums. C’è quella che Romano Prodi ha definito una “urbanizzazione accidentale”, cioè non controllata, in proporzioni che non si verificano in America Latina o in Asia.

Le migrazioni intra - africane sono inoltre favorite da due fattori: un’ampia e diversificata natura dell’economia (non a caso vi sono molti immigrati africani in Stati che presentano queste caratteristiche, come la Costa d’Avorio, il Sudafrica e la Nigeria); l’esistenza di “corridoi” tradizionali di migrazione, come quello tra il Burkina Faso e la Costa d’Avorio e quello tra lo Zimbabwe ed il Sudafrica.

Un altro luogo comune riguarda la tesi secondo la quale la maggior parte dei migranti emigrano per fuggire da conflitti o guerre civili, mentre invece, secondo l’UNHCR, la maggior parte è costituita da migranti economici, persone che in sostanza cercano migliori condizioni di vita. Si è pure osservato che non si emigra dagli Stati in assoluto più poveri (altro luogo comune che va sfatato), i quali sono spesso Stati “land-locked”, cioè senza sbocco al mare, ma da Stati che hanno raggiunto un certo livello di reddito. In questi ultimi è presente una popolazione che non solo può reperire con maggiore facilità i mezzi finanziari per affrontare un viaggio all’estero ed inserirsi in un nuovo Paese, ma che ha anche una visione più chiara delle opportunità che l’emigrazione può costituire. Infine, non va trascurato un elemento emerso recentemente, anche se difficile da quantificare: il cambiamento climatico, tanto che si parla oggi di “migranti climatici”.

L’emigrazione ha evidentemente effetti negativi, dato che spesso se ne vanno gli elementi più preparati: è il “drenaggio dei cervelli” (brain drain). Va però anche detto che è diffuso un altro fenomeno, lo “spreco dei cervelli” (brain waste), che riguarda tutti quegli elementi preparati ed istruiti che in patria sono sottopagati (spesso vivono in Paesi corrotti o eccessivamente dipendenti dagli aiuti stranieri).

L’emigrazione ha anche aspetti positivi: le rimesse degli emigranti danno un considerevole contributo alle economie locali, oltre ad avere il vantaggio di essere più stabili del flusso di investimenti diretti, fatto questo tutt’altro che trascurabile. Un altro fattore positivo è rappresentato dai migranti che tornano nei Paesi di origine, non solo provvisti di mezzi finanziari, ma con competenze e saperi acquisiti all’estero che potranno applicare in patria.

In Africa, compresa quella del nord, le rimesse sono passate dagli 8,8 miliardi di dollari nel 1990 ai 69,5 miliardi nel 2017, un aumento considerevole, sia pure partendo da cifre relativamente basse. Numeri che danno l’idea di come le rimesse possano migliorare le condizioni di vita nei Paesi di provenienza, contribuire allo sviluppo dell’economia locale, migliorare l’istruzione e la salute. Questo spiega perché non è nell’interesse dei governi africani ostacolare l’emigrazione: oltre al vantaggio economico delle rimesse, l’emigrazione è considerata una valvola di sfogo del malcontento della popolazione e contribuisce a ridurre la disoccupazione.

Premesso che il fenomeno migratorio resta un fatto strutturale, nel senso che si può contenere e regolamentare, ma non arrestare del tutto, si discute su cosa fare per frenare o quanto meno controllare l’emigrazione dall’Africa. Una tesi diffusa è quella secondo la quale gli africani non lasceranno più il loro continente quando avranno raggiunto un livello di vita abbastanza alto da non rendere conveniente affrontare i disagi che comporta il cambiare Paese. In realtà, prima che gli africani raggiungano un reddito pro - capite vicino a quello europeo (visto che si parla soprattutto di emigrazione africana in Europa) passeranno sicuramente molti anni. Inoltre, come dimostra il caso europeo, dove vi sono forti movimenti di popolazione anche tra Stati con tenore di vita comparabile, non basta la differenza del livello di reddito per spiegare il fenomeno migratorio, essendo più complessi i fattori che spingono un individuo ad emigrare.

Un’altra tesi, condivisibile ma certo non esaustiva, è quella secondo la quale la migrazione dal continente africano potrà essere frenata dalla creazione in Africa di sistemi di protezione sociale adeguati: in altri termini, quello che spesso manca in Africa è uno Stato che protegga i cittadini, che assicuri loro istruzione e sanità, garantisca a ciascuno la possibilità di una crescita sociale ed economica.

Alcuni hanno sostenuto la tesi della “migrazione circolare”, che avrebbe il vantaggio di non far sorgere, nei Paesi di accoglienza, eccessivi timori sull’arrivo degli immigrati. In realtà la migrazione circolare, oltre ad essere per forza di cose un fenomeno limitato nei numeri, è molto ridotta tra l’Africa e l’Europa (un po’ meno per quanto riguarda la vicina Africa settentrionale), e anche nel resto del mondo non ha assunto proporzioni ragguardevoli: mi viene in mente qui il caso dei lavoratori agricoli che dalla Colombia vanno in Spagna, da Haiti negli Stati Uniti, o da Tonga e da Vanuatu in Nuova Zelanda.

Per frenare l’immigrazione si parla molto, in parte impropriamente, di “Piano Marshall per l’Africa”, sul modello di quello che gli Stati Uniti fecero per l’Europa alla fine della seconda guerra mondiale. Solo che nel caso dell’Europa, a differenza dell’Africa, si trattava di ricostruire infrastrutture e fabbriche distrutte dalla guerra, in Paesi dove esisteva una manodopera specializzata o comunque formata ed abituata a lavorare in fabbrica o nel settore delle costruzioni. Inoltre, il Piano Marshall, anche nel momento del suo picco, non ha mai superato il 3 per cento del PIL dei Paesi beneficiari (2,5 per cento in Francia e Germania), mentre molti Paesi africani ricevono già aiuti ben superiori a quelle percentuali, con effetti peraltro controversi sullo sviluppo. Questo non vuol dire che interventi mirati che favoriscano lo sviluppo del Sahel, combattano contro la desertificazione, creino fonti di reddito alternative a popolazioni che vivono nell’indigenza o degli introiti dai traffici di esseri umani, non siano utili. Anche qui dobbiamo però fare attenzione. Senza aprire un dibattito sulle politiche di sviluppo, non posso non citare una economista zambiana, Dambisa Moyo, che una decina di anni fa è diventata famosa per un libro molto critico sull’aiuto pubblico allo sviluppo, “Dead Aid”. La tesi della Moyo era che l’aiuto pubblico allo sviluppo (ODA/ Official Development Aid) paradossalmente frena lo sviluppo e ciò per tutta una serie di motivi: crea nelle popolazioni che ricevono gli aiuti, e soprattutto nelle classi dirigenti, dipendenza dallo sviluppo; alimenta la corruzione; incentiva i contrasti tra i diversi gruppi etnici per accaparrarsi gli aiuti; frena la formazione di una classe imprenditoriale autoctona. Per quanto riguarda la corruzione esisterebbe poi una aggravante: mentre i regimi corrotti in Asia hanno la tendenza a mantenere i capitali acquisiti in maniera fraudolenta in patria, quelli africani preferirebbero portarli all’estero. La Moyo aggiungeva che è difficile contrastare l’aiuto pubblico allo sviluppo, perché la lobby che lo sostiene è troppo forte: tra i funzionari del sistema delle Nazioni Unite, delle Agenzie di sviluppo dei Paesi donatori, delle ONG, si tratterebbe di un esercito di oltre cinquecentomila persone in tutto il mondo. Sono tesi paradossali, ma in tutti i paradossi c’è sempre un fondo di verità, ed è bene tenerne conto al fine di evitare la tentazione che la cooperazione allo sviluppo sia la via per risolvere il problema delle migrazioni.

Parlando della corruzione, tema purtroppo ricorrente quando si parla di Africa, essa è stata sicuramente favorita, dopo l’indipendenza, dal confronto Est-Ovest. Questo ha spinto i due contendenti principali a sostenere regimi corrotti, uno per tutti quello di Mobutu nell’ex Congo belga. È anche la tesi del Presidente ruandese Kagame, secondo il quale la guerra fredda ha prodotto regimi clientelari.

A proposito della corruzione, una domanda che ci si pone è se essa freni o meno lo sviluppo. La risposta è evidentemente positiva, perché scoraggia investitori e donatori, oltre ad aumentare i costi dello sviluppo e a non favorire una ottimale allocazione delle risorse. Va però anche detto che vi sono Paesi corrotti, come la Cina, l’Indonesia e la Thailandia, che si sono sviluppati.  La Cina, che negli anni Settanta era più povera di Stati come il Burkina Faso o il Malawi, ora è molto più ricca, grazie ad uno sviluppo trainato dagli investimenti stranieri e dalle esportazioni.

Un’altra domanda che ci si pone è quella se la democrazia favorisca lo sviluppo dell’economia o viceversa. Vi sono sicuramente Stati che sono diventati democratici grazie, anche se non esclusivamente, allo sviluppo economico, come il Cile, Taiwan, Singapore. D’altronde, per favorire gli investimenti stranieri non necessariamente un regime democratico è indispensabile: infatti, sono sufficienti un quadro giuridico ed istituzioni che proteggano i diritti degli investitori e diano certezza del diritto, il che non è appannaggio esclusivo dei sistemi democratici. All’opposto si può dire che un governo democratico può apparire all’investitore straniero più garantista e maggiormente prevedibile nei suoi interventi di politica economica e fiscale di una dittatura o di regimi soggetti a repentini cambiamenti per mezzo della violenza.

3. I sistemi politici. Un elemento poco noto di cambiamento dell’Africa riguarda i sistemi politici. Il periodo che ha seguito la decolonizzazione, compiuta tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta con l’indipendenza delle ultime colonie, quelle portoghesi, è stato caratterizzato da regimi autoritari, dittature militari, frequenti colpi di Stato, economie dirigiste o di tipo statalista; negli ultimi anni, invece, si è assistito ad una graduale diffusione dei sistemi democratici, ad una più frequente alternanza non violenta al potere e ad una liberalizzazione dell’economia.

Dal 2015 ad oggi vi sono stati solo mutamenti di leadership di tipo “elettorale” o “pacifico ma non elettorale”, secondo la dizione che usano gli organismi specializzati che si occupano di queste questioni. Fino al Duemila numerosi erano i mutamenti “violenti”; per contro, fino al 1990 erano molto rari i mutamenti “elettorali”. Oggi si sta sempre di più affermando il sistema multipartitico, mentre fino ad alcuni anni fa modello dominante era quello della dittatura militare, o di un regime civile ma monopartitico. Permane però, anche se in calo, una tendenza a restare troppo a lungo al potere, tanto che alcune repubbliche africane assomigliano di più a delle monarchie. Basti pensare, ad esempio, al Presidente della Guinea Equatoriale, Obiang, in carica dal 1979; a Biya, in Camerun, dal 1982; a Museveni, in Uganda, dal 1986; a Sassou Nguesso, in Congo, dal 1997; a Kagame, in Ruanda, dal 2000.

Una novità recente nel panorama politico africano è la crescita dei movimenti civici. Questi si stanno sviluppando un po’ dappertutto: in Senegal, in Costa d’Avorio, in Burkina Faso, nella Repubblica Democratica del Congo, in Congo, in Camerun, in Togo, in Madagascar, ecc. Si tratta di movimenti che chiedono più democrazia e partecipazione, combattono le gerontocrazie ed i presidenti a vita, criticano la corruzione. Sono a favore dell’unità africana, per la liberazione della donna, per la difesa dell’ambiente e contro le monocolture dalle quali molte economie africane ancora dipendono. Certo, si tratta di gruppi ancora embrionali e bisognerà vedere che radicamento riusciranno ad avere in futuro; inoltre spesso hanno come riferimenti leader legati al periodo immediatamente post - coloniale. Leader carismatici che però, secondo uno studioso e politico di origine congolese che vive ormai da molti anni in Italia, Jean Lèonard Touadi, hanno commesso gravi errori di gestione, sia pure in parte sotto la pressione della guerra fredda, e non sono stati in grado di rispondere alla sfida del processo di costruzione nazionale dei rispettivi Paesi.

4. Il fenomeno della violenza. Se pensiamo al passato, quando la violenza era strumentale per cambiare governo, o erano frequenti i conflitti tra Stati o quelli interetnici (uno per tutti: l’efferato massacro dei tutsi da parte degli hutu in Ruanda, nel 1994), oggi la violenza non è certo scomparsa, ma ha cambiato natura. C’è il fenomeno nuovo del terrorismo di matrice islamica e vi sono disordini ed episodi di criminalità nei grandi centri urbani. Questi ultimi, in particolare, sono espressione del malessere della popolazione e occorrono spesso in occasione delle campagne elettorali. I fenomeni violenti sono concentrati in una regione a forma di T, che va da ovest verso est, partendo dalla Nigeria, Mali, Sud Sudan, per arrivare alla Somalia, e da nord a sud, partendo dalla Repubblica Centrafricana (RCA), passando per la Repubblica democratica del Congo (RDC), il Burundi, per arrivare al Sudafrica. Secondo alcuni indicatori, come quello dell’ACLED (Armed Conflict Location and Event Data), la violenza è concentrata in particolare in alcuni Stati (i cosiddetti “top States with armed organized violence”) vale a dire, in ordine di intensità della violenza: Somalia, Nigeria, Sud Sudan, RDC, Sudafrica, Sudan, Kenya, Mali, Etiopia.

Il fenomeno del terrorismo islamico è per certi versi quello più preoccupante e comunque lo è per gli interessi occidentali. Intanto, non essendo su base etnica, ma religiosa, può mobilitare molta più gente sotto una comune identità islamica, anziché gruppi più piccoli su base locale od etnica. In secondo luogo, il crollo della Libia di Gheddafi prima, e la fine dello Stato islamico in Siria poi, hanno contribuito ad espandere come una metastasi le cellule terroristiche nell’Africa saheliana, dove era già presente Al Qaeda in Maghreb, con la quale si sono saldate. In terzo luogo, non va dimenticato che il terrorismo, oltre allo strascico di lutti che si porta dietro, è un potente freno allo sviluppo (chi investe dove c’è un elevato rischio di rapimenti?). I gruppi principali sono Boko Haram (concentrato nel nord-est della Nigeria e nel Camerun settentrionale), quelli affiliati all’ISIS nel Sahel, Al-Shabaab, che imperversa ormai da decenni in Somalia e nel Kenya del nord. Per quanto riguarda il solo Boko Haram, il governo nigeriano ha calcolato che questo gruppo terroristico avrebbe causato finora oltre 33.000 vittime e costretto 2.600.000 persone a cambiare abitazione. Ancora più preoccupante la circostanza che il terrorismo di matrice islamica non è però confinato ai Paesi indicati sopra.

La fragilità di alcuni sistemi statali contribuisce a creare un terreno fertile per lo sviluppo del terrorismo. E qui si vede quanto più in generale il problema della “governance” sia essenziale se si vogliono controllare le tensioni politiche interne agli Stati africani. In effetti in Africa ci sono Stati che esercitano una sovranità effettiva (come ad esempio il Senegal, il Ghana, il Kenya, l’Etiopia, l’Uganda, l’Angola, il Mozambico, il Sudafrica, il Botswana), e Stati che eserciterebbero una “sovranità decorativa”, come è stata definita con un termine se vogliamo pittoresco (RDC, RCA, Sud Sudan, Mali, Niger, Guinea Bissau). D’altronde, deboli governi nazionali favoriscono il proliferare di gruppi subnazionali avversi e conflittuali e comunque non ne sono un ostacolo credibile.

Infine, e non da ultimo, l’estrema povertà, la disoccupazione soprattutto giovanile e la crescente disuguaglianza sono tutti fattori che favoriscono lo sviluppo del terrorismo. Per quanto riguarda la disuguaglianza, aumentata negli ultimi anni peraltro in tutto il mondo, va detto che l’Africa presenta, secondo il coefficiente GINI, una concentrazione della ricchezza particolarmente elevata, il che aggrava i problemi sociali di Paesi già molto poveri.

L’esistenza di numerosi gruppi etnici diversi (è stato calcolato che sarebbero mille in Africa sub-sahariana e 400 nella sola Nigeria) è infine un fattore che aumenta la probabilità di guerre civili o comunque di tensioni violente.

 

5. Il processo di integrazione africano. Il processo di integrazione regionale in Africa procede anche se lentamente. Certamente l’involuzione che sta subendo l’integrazione europea (a cominciare dalla Brexit) non aiuta, anche perché in Africa si guardava molto all’Unione Europea come modello di integrazione, soprattutto economica. C’è il ruolo dell’Unione Africana (che una volta si chiamava Organizzazione dell’Unità Africana e fu ironicamente definita come il sindacato dei Capi di Stato  africani), e che ora ambisce sempre di più ad essere il motore propulsivo del processo di integrazione del continente.  E c’è il ruolo delle cosiddette REC’s (Regional Economic Communities), otto quelle riconosciute dall’Unione Africana per tutta l’Africa, che comprendono gruppi di Stati di una certa regione. In certi casi vi sono Stati membri anche di due diverse comunità economiche regionali, il che non aiuta certo il processo di integrazione, di per sé già complesso. Si tratta di organizzazioni in qualche modo originali, che in futuro potrebbero svolgere un ruolo importante.

La spinta all’integrazione regionale è politica (rafforzare l’unità tra gli Stati africani) ed economica (stimolare la crescita e lo sviluppo). Tra le Comunità Economiche Regionali che si sono dimostrate più dinamiche vorrei citare la SADC (Southern African Development Community), anche se in essa è fortemente predominante la Repubblica Sudafricana, la EAC (East African Community), l’ECOWAS (Economic Community of West African States). In campo politico uno dei ruoli di queste Comunità, sotto il cappello dell’Unione Africana e spesso delle Nazioni Unite, è quello di attuare azioni di prevenzione dei conflitti (come nel caso in particolare dell’ECOWAS). Anche in campo economico si sta sempre di più profilando un ruolo delle Comunità Economiche Regionali, volto all’integrazione delle economie degli Stati membri. In questo campo anche la stessa Unione Africana cerca di dare un contributo e per certi versi è un bene. Ci si è resi infatti conto che una maggiore integrazione economica è un fattore di sviluppo. Così nel Vertice dell’Unione Africana di Kigali (Ruanda), il 21 marzo 2018, 44 Stati africani hanno istituito la Continental Free Trade Area (CFTA, o AfCFTA/African Continental Free Trade Area) che ha come obiettivo quello di creare una zona di libero scambio di merci e servizi, e di favorire il movimento delle persone e dei capitali. L’accordo entrerà in vigore quando lo avranno ratificato 22 Stati membri. Finora lo hanno ratificato il Ghana, il Kenya, il Ruanda, seguiti poi dal Ciad, dal Niger e dallo Swaziland; mentre hanno firmato 49 Stati, dopo che ai 44 iniziali si sono aggiunti il Sudafrica, il Lesotho, il Burundi, la Namibia e la Sierra Leone. Uno Stato importante come la Nigeria non ha ancora firmato, per l’opposizione degli ambienti imprenditoriali e sindacali che temono ripercussioni sul mercato interno della liberalizzazione degli scambi. Lo stesso Sudafrica non aveva firmato a Kigali. Più in generale, si è notato che spesso manca la volontà politica per una maggiore integrazione delle economie: gli Stati africani temono di perdere parte della loro sovranità e paventano un calo degli introiti derivanti dalla riduzione o dall’abolizione dei dazi.

Detto per inciso, la CFTA era stata preceduta nel 2015 da un accordo, la Tripartite Free Trade Area (TFTA), firmato tra 26 Stati appartenenti al COMESA (Common Market for Eastern and Southern Africa), alla SADC ed all’EAC.

Quello di una integrazione economica dei Paesi africani avviata con la Continental Free Trade Area è un processo lungo, ma credo che si farà.

Perché è importante un mercato comune africano? Gli Stati africani esportano fuori dal continente soprattutto materie prime (come il petrolio e le altre risorse minerarie delle quali è provvisto il sottosuolo), e commodities (cacao, caffè, ecc.). 

Negli ultimi anni i Paesi africani hanno diversificato i mercati di sbocco, che si sono ampliati (il caso del boom del commercio estero con la Cina è emblematico), ma non le esportazioni, per cui vi sono Stati che dipendono dall’esportazione di uno o pochissimi prodotti (la stessa Costa d’Avorio, la cui economia si sta rivelando particolarmente dinamica, dipende in gran parte dal cacao). Invece per quanto riguarda il commercio intra - africano, gli Stati africani tra di loro esportano prevalentemente manufatti (quasi il 70 per cento del loro commercio estero). È chiaro che con la creazione di un mercato comune si apriranno nuove prospettive alle esportazioni, in particolare dei manufatti, a tutto vantaggio dell’industria locale. Un aumento delle vendite all’estero avrà due effetti positivi: un incremento del reddito di coloro che sono impiegati nel settore delle esportazioni; un rafforzamento, dato che le rende maggiormente competitive, delle industrie esportatrici.

È pur vero che questo si verificherà in un quadro nel quale sono pochi gli Stati che hanno una discreta struttura industriale: a parte il Sudafrica che ha una base manifatturiera ormai consolidata; Kenya, Mauritius e Uganda hanno un settore manifatturiero emergente, come pure l’Etiopia. Si ritiene però che una zona di libero scambio potrà stimolare la crescita del settore manifatturiero in Paesi dove questo è tuttora embrionale. Un altro aspetto importante è il seguente: il settore manifatturiero tradizionale, insieme con quello agricolo - alimentare, è quello che crea maggiore occupazione, essendo ad alta intensità di lavoro.

Se si pensa che oggi il commercio intra-africano è pari a solo il 20 per cento del commercio estero africano, si capisce il margine di crescita che questo può avere. Inoltre, un mercato integrato attrae più facilmente gli investimenti diretti stranieri, in particolare quelli produttivi, grazie alle opportunità offerte dall’esistenza di un mercato più grande.

Per sviluppare i commerci non basta però ridurre dazi e barriere non tariffarie, ma bisogna creare infrastrutture adeguate a livello continentale o almeno regionale. Questo per evitare paradossi come quello secondo il quale costa di più mandare un container dal Kenya al Burundi, che dalla Gran Bretagna o dal Belgio al Kenya.

 

6. Economia. L’Africa sub-sahariana ha avuto elevati ritmi di crescita a partire dal 2000 (5,5 per cento in media all’anno dal 2000 al 2014). C’è stato poi un calo nei due anni successivi, dovuto ad una siccità particolarmente grave ed all’andamento dei prezzi delle materie prime sul mercato globale, ma l’economia nel 2017 ha ripreso a crescere e secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale dovrebbe crescere del 3,1 per cento nel 2018 e del 3,8 per cento nel 2019. Sono ritmi sostenuti, anche se un accrescimento della popolazione annuale intorno al 2,7 per cento in gran parte ne riduce l’impatto sul tenore di vita degli abitanti. Si tratta ovviamente di previsioni e molto dipenderà dall’andamento dei mercati mondiali, dal prezzo delle materie prime, dalle conseguenze che sul commercio internazionale e sull’economia mondiale avrà la guerra dei dazi.

È interessante notare che tra i Paesi che crescono di più non vi sono produttori di petrolio né vi sono Paesi prevalentemente dipendenti dalle esportazioni di materie prime come è il caso, ad esempio, della Costa d’Avorio, del Kenya, dell’Etiopia, del Mali, dell’Uganda, della Tanzania, del Senegal, del Ruanda. Secondo le previsioni del FMI sull’aumento del reddito pro - capite (quindi l’aumento del PIL depurato dall’accrescimento annuo della popolazione che in Africa come si è visto è particolarmente elevato), nel 2018 ai primi posti per ritmo di crescita dovremmo trovare: l’Etiopia (+5,8 per cento), la Costa d’Avorio (4,7 per cento), il Ruanda (4,6 per cento), il Burkina Faso (4,4 per cento), il Senegal (4 per cento), la Tanzania (3,7 per cento), il Ghana (3,6 per cento). 

Va inoltre notato che alcuni Stati senza sbocco al mare, sui quali ha indagato uno studioso come Paul Collier, autore del saggio “The Bottom Billion”, hanno registrato alti tassi di crescita del PIL: Etiopia, Burkina Faso e Ruanda ne sono la dimostrazione.

Il caso dell’Etiopia, la cui economia cresce ad un ritmo superiore all’8 per cento all’anno, è particolarmente interessante. Si tratta di un Paese che ha puntato sullo sviluppo delle infrastrutture, sull’apertura al mercato internazionale e sulla crescita dell’industria manifatturiera, anche attraverso la creazione di parchi industriali. Per quanto riguarda l’industria manifatturiera va rilevato lo sviluppo del settore tessile, del cuoio, della meccanica semplice.

All’opposto, poco dinamiche o quasi stagnanti appaiono le economie del Sudafrica, dell’Angola, del Congo, del Gabon, dello Zimbabwe e del Burundi. Questi ultimi due Paesi sono in preda a convulsioni politiche o hanno una classe dirigente finora non dimostratasi all’altezza. Il Sudafrica è ricchissimo di materie prime (eccetto il petrolio), mentre Angola, Congo e Gabon sono tutti e tre produttori di petrolio. Anche l’economia della Nigeria, la prima dell’Africa sub - sahariana, dopo anni nei quali l’estrazione del petrolio aveva fatto balenare un forte sviluppo dell’economia, ha ritmi di crescita del reddito nazionale che sono inferiori a quelli del tasso di crescita della popolazione, con il risultato che il reddito pro - capite diminuisce. Sempre secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 il reddito pro - capite dovrebbe diminuire in Guinea Equatoriale (fortemente dipendente dal petrolio), Sud Sudan, Angola, Burundi, Sudafrica, Congo. 

In questi anni una grossa spinta allo sviluppo lo hanno dato i flussi finanziari internazionali che tra il 2009 ed il 2015 hanno raggiunto l’8,8 per cento del PIL, spinti dalle rimesse degli emigrati (2,6 per cento), dagli investimenti diretti stranieri (2,5 per cento) e dall’aiuto pubblico allo sviluppo (2,4 per cento). Le rimesse degli emigrati sono state, per tutta l’Africa, 65 miliardi di dollari nel 2015, quattro volte i valori di primi anni del Duemila, mentre per la sola Africa sub - sahariana sono stati pari a 35,2 miliardi di dollari. Degno di nota il fatto che gli investimenti stranieri, che si stanno rivelando il vero motore della crescita in Africa, sono stati particolarmente dinamici non solo nei Paesi ricchi di risorse, ma anche in quelli land-locked e in quelli poveri di risorse. Oltre ai flussi finanziari internazionali, una spinta alla crescita dell’economia lo hanno dato il prezzo delle commodities, una migliore gestione del sistema economico, e una riduzione del servizio del debito (grazie anche alla cancellazione del debito stesso).

Per quanto riguarda gli investimenti diretti stranieri, ora prevalentemente concentrati nel settore petrolifero e minerario, oltre che nell’acquisizione di terre per la produzione agricola, una frontiera futura è costituita dagli investimenti nel settore manifatturiero, come nel caso dell’Etiopia, dove il costo del lavoro è basso come in Bangladesh e la produttività del lavoro è analoga. Proprio in Etiopia, il gruppo tessile Calzedonia ha effettuato recentemente un investimento di 12 milioni di euro che a regime creerà 1.200 posti di lavoro. Invece la Cina, primo investitore in Africa, dove è attiva nella costruzione di infrastrutture e nel settore agricolo, non è parsa sinora interessata ad investimenti nel settore manifatturiero preferendo i Paesi asiatici più vicini e dotati di infrastrutture e di risorse umane ritenute preparate.

Elemento fondamentale per attrarre gli investimenti diretti stranieri è stato il clima più favorevole creato grazie alle riforme messe in piedi da diversi Paesi africani. Secondo il rapporto della Banca Mondiale “Doing Business 2019”, tra i primi dieci Stati al mondo che nel biennio 2017-2018 hanno fatto i maggiori passi avanti nel campo delle riforme economiche necessarie per attrarre investimenti stranieri, cinque appartengono all’Africa sub - sahariana e sono nell’ordine: Gibuti, Togo, Kenya, Costa d’Avorio e Ruanda. Sempre secondo la Banca Mondiale, più in generale stanno gradualmente calando in Africa i costi ed i tempi medi di registrazione di un’impresa. Inoltre, tra i 190 Stati presi in considerazione dall’indice della Banca Mondiale del “Doing Business”, per quanto riguarda gli Stati dell’Africa sub-sahariana troviamo nei primi cento posti: il Ruanda (al 29esimo posto, prima di Paesi come la Francia, l’Olanda, la Svizzera), seguito dal Kenya (61esimo), dal Sudafrica (82esimo), dal Botswana (86esimo), dallo Zambia (87esimo), dalle Sychelles (96esimo) e da Gibuti (99esimo). Si tratta di dati attendibili, ma da non considerare esaustivi delle potenzialità di un’economia: ad esempio, sorprende che un Paese dinamico come l’Etiopia, il primo come ritmo di crescita del PIL, figuri solo al 159esimo posto della citata classifica.

Potrebbe sembrare un dettaglio, ma val la pena sottolineare il ruolo, per certi versi sorprendente, svolto nello sviluppo dell’economia africana da alcune tecnologie. In primo luogo, la grande diffusione e l’utilizzo che si fa dei cellulari. Nel 2000 solo l’1,7 per cento della popolazione aveva un cellulare; nel 2016 tale percentuale era salita al 74 per cento. Intorno ai cellulari è cresciuta quella che viene chiamata “mobile economy” che oggi contribuisce a circa il 7 per cento del PIL dell’Africa sub - sahariana. I cellulari vengono usati per fare transazioni finanziarie, ad esempio in Kenya; in Niger sono utilizzati dagli agricoltori per scambiarsi informazioni (e qui si vede l’importanza delle energie rinnovabili, come quella solare, per lo sviluppo delle zone rurali, dato che risulterebbe troppo costoso elettrificare tutta l’Africa con i mezzi tradizionali). Oggi tutti gli Stati africani, eccetto l’Eritrea e la Guinea Bissau sono collegati a cavi sottomarini per quanto riguarda le connessioni internet. Cresce l’uso dei droni che vengono usati in Ruanda per portare il sangue ed in Costa d’Avorio per il monitoraggio e la mappatura delle coltivazioni agricole.

 

7. Nuovi attori internazionali in Africa. Oggi in Africa c’è tutta una serie di nuovi attori internazionali, diversi dalle tradizionali ex potenze coloniali (Francia, Gran Bretagna, Belgio, Spagna, Portogallo, la stessa Italia), e le superpotenze della guerra fredda come gli Stati Uniti e quella che oggi è la Russia. Questo fatto mostra che cresce l’interesse internazionale per il continente africano.

Diversi Paesi si sono affacciati all’Africa sub-sahariana, alcuni attraverso l’apertura di nuove Ambasciate, come il Brasile, o di nuovi collegamenti aerei ed Ambasciate, come la Turchia (la Turkish Airlines con 52 rotte in Africa è la compagnia aerea straniera con più destinazioni). Brasile e Turchia espandono la loro presenza in Africa per motivi economici, ma anche perché hanno obiettivi politici, come quello di poter esercitare una maggiore influenza e, per quanto riguarda il Brasile, perseguire il disegno di diventare membro permanente Consiglio di Sicurezza, nel quadro di una eventuale riforma del sistema delle Nazioni Unite. Detto per inciso, per quanto riguarda i collegamenti aerei, è interessante la politica perseguita dall’Etiopia attraverso la propria compagnia di bandiera, l’Ethiopian Airlines, che con successo ha sviluppato collegamenti con la maggior parte degli Stati africani. In questo modo l’Etiopia, nuova potenza emergente africana, ha aggiunto alla centralità di essere Sede dell’Unione Africana (Addis Abeba), quella dei collegamenti aerei.

Poi ci sono le potenze asiatiche: Cina in primo luogo, ma anche Corea del Sud, Giappone ed ora India, alla ricerca di energia, materie prime, prodotti alimentari e mercati di sbocco per le proprie merci. E poi ci sono alcuni Stati arabi che cercano in Africa opportunità di investimenti e prodotti agricoli come gli Emirati Arabi Uniti e gli altri Stati del Golfo. Il caso della Cina è interessante: in particolare, si tratta dell’acquisizione di terre per lo sfruttamento agricolo (la Cina ha il 20 per cento della popolazione del mondo e solo il 7 per cento delle terre coltivabili), della ricerca di materie prime e di petrolio per la propria industria, della costruzione di grandi infrastrutture per favorire la penetrazione commerciale ed estendere l’influenza politica. Aumenta quindi l’influenza della Cina in Africa, anche se il progetto della “via della seta” sembra aver messo il continente africano in secondo piano.

 

8. L’Italia in Africa. Prima di concludere, alcune brevi osservazioni sull’Italia. Per decenni la nostra attenzione è stata quasi esclusivamente rivolta al Corno d’Africa, del quale fanno parte tre delle quattro nostre ex colonie africane (Etiopia, Eritrea, Somalia). Una parziale eccezione è stata la cooperazione allo sviluppo che ha ampliato il suo raggio di azione ad altre regioni africane, anche se spesso per rispondere a esigenze di tipo nazionale italiano e non tanto in base ad una strategia definita. Con il tempo si è sviluppato un interesse per i mercati africani, a cominciare dai Paesi produttori di petrolio (dove avevamo e abbiamo una forte presenza dell’ENI) e da quelli che avevano grandi piani di costruzione di infrastrutture. In effetti l’industria italiana delle costruzioni, fortissima fino agli anni Settanta e all’epoca dell’IRI, ha avuto lunghi anni di eclissi, per poi tornare ad essere presente in maniera competitiva nell’Africa sub-sahariana, più o meno a partire dagli anni intorno al Duemila.

Da qualche tempo a questa parte sembra prevalere l’interesse per le migrazioni, cresciute moltissimo in seguito all’insensata guerra che ha abbattuto il regime di Gheddafi, che ha reso la Libia uno Stato instabile. Sarebbe autolesionista per i nostri interessi se l’attenzione verso l’Africa venisse monopolizzata dal fenomeno migratorio. La realtà è che la stabilità e la prosperità dell’Africa costituiscono un interesse fondamentale per l’Italia, oltre che per l’Europa. Il confine strategico meridionale dell’Europa si è spostato dal Mediterraneo verso il Sahel, data l’accresciuta instabilità dell’Africa settentrionale che non riguarda solo la Libia ma, sia pure in misura molto inferiore, gli altri Stati della regione.

La stabilità dell’Africa è essenziale per la nostra sicurezza, basti pensare al diffondersi come una metastasi del terrorismo di matrice islamica in Stati geograficamente a noi vicini che potrebbe minacciare direttamente l’Italia.

La prosperità dell’Africa è nei nostri interessi per diversi motivi: pone un freno all’emigrazione incontrollata; riduce i motivi di malcontento aumentati in seguito al crescere delle disuguaglianze ed a tassi di sviluppo dell’economia non sufficienti a tenere il passo con la crescita della popolazione; ma soprattutto costituisce una opportunità per le nostre imprese, da quelle grandi (settore petrolifero, infrastrutture) a quelle piccole e medie.

L’Italia ha cercato di rispondere a queste molteplici sfide, cercando di essere maggiormente presente nell’Africa sub-sahariana: abbiamo 22 Ambasciate contro le 19 di alcuni anni fa (abbiamo aperto recentemente in Burkina Faso, Guinea e Niger) e soprattutto si è interrotta quella tendenza che si era profilata volta a chiudere delle sedi; abbiamo cinque uffici ICE (Angola, Etiopia, Ghana, Mozambico, Sudafrica), contro i due che abbiamo avuto fino a tempi recenti, ai quali si aggiungono quattro “desk” (Gibuti, Kenya, Tanzania, Uganda), ed in prospettiva un quinto in Ruanda (faccio questo elenco che può apparire pedante, perché è indicativo dei Paesi dove l’interesse delle imprese italiane sta crescendo). La SACE è presente con un ufficio in Sudafrica e sta pensando di aprirne un secondo, in Africa occidentale o orientale (si parla del Kenya).

Si sono intensificate le visite a livello governativo: nel periodo 2014 - 2018 i Presidenti del Consiglio, Renzi e Gentiloni, hanno visitato l’Angola, il Congo, la Costa d’Avorio, l’Etiopia, il Ghana, il Kenya, il Mozambico, la Nigeria, il Senegal; il Presidente Conte è stato in Etiopia ed in Eritrea per portare il sostegno italiano alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi; lo stesso Presidente della Repubblica Mattarella si è recato in visita in Camerun e in Etiopia. Va sottolineato che queste visite hanno sempre di più finalità economiche, altro elemento di novità nella nostra politica estera verso l’Africa.

Il 24-25 ottobre si è tenuta a Roma la Seconda Conferenza Italia-Africa, a due anni dalla prima (2016), seguendo grosso modo un modello di successo che hanno adottato diversi Paesi del mondo, come la Cina, il Giappone, l’India. L’Italia è in Africa il primo investitore europeo ed il terzo al mondo (con 11,6 miliardi di dollari nel 2016), dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti. Siamo presenti in particolare con l’ENI (Angola, Nigeria, Congo, Ghana, Mozambico, Kenya, Sudafrica) e con la Salini - Impregilo (le dighe di Gilgel Gibe in Etiopia, le ferrovie in Camerun e Gabon). Enel Green Power è presente nel settore delle energie rinnovabili (eolica e solare), in Sudafrica, Etiopia, Senegal e Zambia. Dopo anni di calo l’aiuto pubblico allo sviluppo ha raggiunto nel 2017 lo 0,29 per cento del PIL (contro lo 0,15 per cento del 2004). Siamo il secondo contributore del Trust Fund per l’Africa della UE. Per quanto riguarda la società civile va ricordato l’impegno delle nostre ONG e delle missioni cattoliche, come pure quello politico ed umanitario della Comunità di Sant’Egidio.

Sant’Egidio è un caso a parte. A prescindere dal successo del negoziato per il processo di pace in Mozambico (Accordi di Roma del 1992), la Comunità interviene in diversi Stati africani con progetti in campo sanitario, come DREAM, inizialmente destinato alla cura dell’AIDS, che ora mira anche, oltre che all’assistenza sanitaria di base, alla prevenzione ed alla cura del cancro, malattia più diffusa che in passato perché si è alzata l’età media. Inoltre, la Comunità di Sant’Egidio ha avuto la grande intuizione di creare i cosiddetti “corridoi umanitari”, per portare in sicurezza i migranti in Italia ed integrarli nella nostra società.

Merita poi un discorso a parte la formazione di forze militari e di polizia. Siamo presenti nella formazione di militari somali con la EUTM (European Union Training Mission) a Mogadiscio; a Gibuti i Carabinieri formano la polizia somala e gibutina, oltre a fornire equipaggiamenti; in un progetto finanziato dalla UE, i Carabinieri, insieme con le forze omologhe di Francia, Portogallo e Spagna (rispettivamente la Gendarmerie, la Guardia Nacional Republicana, la Guardia Civil) formano ed equipaggiano compagnie di intervento operativo in Mali, Ciad, Mauritania e Senegal. Siamo presenti con un piccolo contingente militare in Niger. Sempre l’Arma dei Carabinieri forma in loco ed in Italia le forze di polizia di Uganda, Ruanda, Namibia e Zambia. In quest’ultimo Paese, oltre che in Uganda, la formazione ha anche riguardato unità di tipo “ranger” per la salvaguardia dei parchi nazionali, importanti per la salvaguardia dell’ambiente e fonte di reddito per le popolazioni locali. La Guardia di Finanza, da parte sua, fa corsi di formazione presso la Scuola dei “baschi verdi” di Orvieto (con un focus operativo: come fare un posto di blocco od una perquisizione, il controllo degli aeroporti, ecc.) e a Roma (scuola di polizia tributaria, antiriciclaggio). Infine, partecipiamo alla missione europea contro la pirateria al largo delle coste somale, oltre a tenere corsi per diplomatici e magistrati.

Mi sono dilungato sulla formazione di forze di polizia per diversi motivi. In primo luogo, perché si tratta di un settore nel quale l’Italia ha sicuramente un valore aggiunto rispetto ad altri Paesi. In secondo luogo, in questo modo contribuiamo alla stabilità dei Paesi beneficiari e, per quanto riguarda il Sahel, al controllo delle frontiere e quindi al contrasto al terrorismo e al traffico di esseri umani. In terzo luogo, creiamo rapporti con forze armate e soprattutto di polizia che in futuro potranno esserci sempre utili. Infine, si tratta di interventi che tutto sommato costano relativamente poco.

Più in generale, per quanto riguarda il Sahel, l’idea è quella di non limitarsi ad aiutare gli Stati della regione a controllare meglio le frontiere (compito peraltro arduo visto che si tratta di migliaia di chilometri nel deserto), ma di intervenire a favore delle popolazioni locali, in particolare quelle che lucrano dai traffici di esseri umani.

 

9. Cosa fare in Africa. L’Italia può fare di più in Africa? Intanto va detto che l’Italia gode in Africa di un capitale di simpatia. Senza ombra di retorica, siamo considerati un Paese aperto al dialogo e all’ascolto. A mio parere è qualcosa che credo faccia parte ormai del nostro DNA, che deriva dalla nostra cultura, non da un atteggiamento “buonista” come si direbbe oggi, dettato da presunti o veri rimorsi storici. L’Italia è un Paese che non ha “agende nascoste”, e questo un po’ perché siamo restii ad averle e capiamo che a lungo andare provocano più problemi che vantaggi; un po’ perché forse non siamo capaci di averle. Comunque sia, il fatto di non avere secondi fini o “agende nascoste” è sempre molto apprezzato.

In campo economico abbiamo punti di forza importanti: il nostro modello di PMI ancora poco utilizzato in Africa è adatto a quel continente; il “modello” seguito dall’ENI, che assume e forma sul posto personale anche qualificato, come gli ingegneri, e attua interventi sociali nei villaggi delle zone dove opera; il settore delle energie rinnovabili; un’agricoltura a basso impatto ambientale; la conservazione della biodiversità e insieme con questa il tema della “sovranità alimentare” portata avanti da Slow Food. Qui vorrei citare l’iniziativa di Slow Food “Diecimila orti per l’Africa”, un progetto che crea occupazione, frena l’inurbamento selvaggio, salvaguarda le produzioni locali e aiuta a preservare la biodiversità rendendo i coltivatori africani meno dipendenti dalle grandi multinazionali straniere.

A partire da questi punti di forza, possiamo fare di più? In primo luogo credo che dovremmo dare maggiore continuità alla nostra politica estera, tenendo a mente che le relazioni internazionali si consolidano nella continuità e nella costanza dei rapporti anche personali.

In secondo luogo, dovremmo essere più presenti in campo economico, ampliando la platea delle imprese che investono o che fanno commerci con l’Africa, incoraggiandole e sostenendole in maniera concreta. Qui l’impegno della nostra rete diplomatica può fare la differenza, soprattutto se si mandano giovani in prima destinazione capaci e Capi missione che hanno voglia di fare e non sono in fine carriera. Ricordo a tale proposito quanto mi disse l’allora Amministratore delegato dell’ENI, Paolo Scaroni: “Quando vado in Africa e incontro un Ambasciatore giovane, penso ad un diplomatico emergente; quando incontro un Ambasciatore in fine carriera, mi chiedo che cosa ha fatto di male”.

In terzo luogo, dovremmo valorizzare maggiormente la presenza sul territorio del cosiddetto sistema Italia (termine purtroppo abusato), a cominciare dalla diffusione capillare degli organismi religiosi, delle ONG (laiche e cattoliche), di imprese virtuose e comunque rispettose delle popolazioni locali. In sostanza “fare rete”.

In quarto luogo, dovremmo rafforzare la tendenza emersa negli ultimi anni di organizzare “country presentation”, a condizione che non siano eventi autoreferenziali, ma diano una chiara percezione delle opportunità che vi sono in Africa e creino contatti utili a sviluppare future relazioni in campo economico e commerciale. Siamo, credo, sulla buona strada. Esempi positivi in tal senso, mi sembra siano l’ultimo Vertice Italia-Africa, che è stato preceduto da un evento ad hoc per gli imprenditori, e le “presentazioni Paese” che l’ANCE (la nostra Associazione dei costruttori edili) dedica a singoli Stati dell’Africa sub - sahariana.

In quinto luogo, dovremmo dare una maggiore attenzione all’Unione Africana, dove si discute di tutto, anche di temi economici che potrebbero interessare le nostre imprese, e alla BAD, la Banca Africana di Sviluppo, che da poco ha riportato la propria sede ad Abidjan. La recente istituzione di un Rappresentante permanente italiano presso l’Unione Africana ritengo vada nella giusta direzione, a condizione che non ci si limiti a fare rapporti che finiscono nei cassetti ministeriali, ma si riesca a stimolare l’interesse del mondo economico, culturale e scientifico italiano nei confronti di un’Africa che sta cambiando.

Più in generale siamo chiamati a dare risposte ai grandi problemi dell’Africa di oggi, ed in questo senso il nostro ruolo in Europa, grazie anche alla conoscenza che abbiamo del continente africano, non va sottovalutato. Penso qui al problema dello sviluppo, in particolare per quanto riguarda la costruzione di infrastrutture, un’agricoltura sostenibile, la protezione della biodiversità; al tema delle migrazioni, che comunque si vedano le cose, vanno regolate, sapendo che sono destinate a restare un fenomeno strutturale; al cambiamento climatico, che comporta una crescente desertificazione, improvvise alluvioni e siccità; alla gestione di risorse fondamentali e limitate come l’acqua che potrebbero diventare fonti di conflitto (si pensi al problema delle acque del Nilo vitali per la stessa esistenza dell’Egitto, ma che interessano altri dieci Stati africani e precisamente il Sudan, il Sud Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Kenya, la Tanzania, l’Uganda, il Ruanda, il Burundi e la RDC). Poi abbiamo un ruolo politico da svolgere, in particolare dove siamo tradizionalmente presenti, come nel Corno d’Africa. Qui potremmo essere chiamati ad accompagnare un processo di pacificazione fondamentale come quello tra l’Etiopia e l’Eritrea, una regione dove abbiamo delle responsabilità storiche.

Quello della inaspettata normalizzazione dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea, che da decenni vivevano in uno stato di semi guerra, è una delle novità positive dell’Africa di oggi. Il 15 settembre 2018 è stato firmato un accordo storico a Gedda (a luglio i due Paesi avevano posto fine allo stato di guerra), dal Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed, e dal Presidente eritreo, Isaias Afewerki, alla presenza del re saudita Salman Bin Abdelaziz e con la benedizione delle Nazioni Unite che hanno tolto le sanzioni all’Eritrea. I collegamenti tra i due Paesi sono stati riaperti, come pure sono state riaperte le rispettive Ambasciate. Si tratta di una svolta epocale non soltanto per gli Stati firmatari, ma che in prospettiva può avere effetti benefici sulla contigua Somalia, da tempo uno “Stato fallito”, feudo di terroristi di matrice islamica e su Gibuti. In realtà, la Somalia è stata già coinvolta nel processo di normalizzazione e di pacificazione, con incontri a tre, incluso il Presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo. Ed anche Gibuti appare destinato ad essere parte attiva di questo processo. Si tratta di una regione vicina a importanti aree di crisi (Medio Oriente, Yemen), rilevante per gli equilibri africani, dove l’Italia è stata a lungo presente ed è tuttora apprezzata: il Corno d’Africa potrebbe quindi tornare ad essere il banco di prova per un rilancio della nostra presenza in Africa, che a partire dal reciproco interesse a collaborare sulla base del mutuo rispetto, tenga presente che se l’Italia è cambiata, anche l’Africa sta cambiando in fretta.

 

ATLANTIS MAGAZINE E LEONARDO: UNA PARTNERSHIP VINCENTE!

 

Acquista il numero integrale o abbonati

 

ATLANTIS è in vendita mediante abbonamento ed è disponibile gratuitamente su iPad in una versione arricchita da filmati, collegamenti multimediali e gallery fotografiche.

 

 

Sostieni la nostra rivista abbonandoti o clicca sull'icona e scaricala da iTunes, è gratis!