Atlantis 4/2020

 

Il quarto numero di Atlantis del 2020 (Inverno), dedica il profilo di copertina al filosofo Karl Popper.

Il Dossier intitolato: Sulla diplomazia europea dell’Italia di Pietro Calamia, è realizzato attraverso la prestigiosa collaborazione con il Circolo di Studi Diplomatici di Roma. 

Quest'anno, le copertine saranno dedicate ai grandi protagonisti del pensiero razionale Occidentale.

ll Focus paese è a firma di Domenico Letizia.

Contributo della giornalista e collaboratrice fissa Eleonora Lorusso.

 

 

IL DOPO NON È MAI COME IL PRIMA

Editoriale 

IL DOPO NON È MAI COME IL PRIMA

Il ‘900 è stato connotato da una serie di momenti storici cruciali, tra due guerre mondiali ed almeno una crisi economica riconosciuta come epocale (1929). L’inizio del terzo millennio e del suo primo secolo di vita, ha visto (oltre che il proseguimento di una serie di guerre regionali) un’altra crisi economica da catalogare come spartiacque, che è stata quella del 2008 e che ha comportato una memorabile serie di cambiamenti di mentalità e di classificazione anche tra Stati. Si pensi all’attuale riallineamento della Russia tra le potenze regionali dopo la caduta del muro o all’affacciarsi della Cina al traguardo di superpotenza (nonostante il suo status di paese in via di sviluppo comporti che versa meno contributi dell’Italia alle Nazioni Unite!). Tuttavia, forse nessuno tranne qualche scrittore di fantascienza o di fantapolitica e Bill Gates, avrebbe potuto immaginare lo scenario attuale determinato dalla crisi sanitaria mondiale causata dal virus covid 19. Non è ancora chiaro quali saranno le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale e quali saranno i Paesi e le classi sociali che ne soffriranno di più e ne beneficeranno di più. Vedremo. Tuttavia, parafrasando non il capo di Confindustria ma il teorico della relatività, coloro che saranno pronti a cogliere i tempi e le loro opportunità ne verranno fuori vincitori mentre i perdenti saranno coloro che non saranno in grado di capire ed interpretare il futuro. Già quel futuro descritto qualche anno addietro da Alec Ross nel suo libro (orribile titolo in traduzione) “Il nostro futuro” dove cinque punti cruciali per comprendere l’andare avanti del mondo (soprattutto occidentale) erano descritti e analizzati (andateveli a leggere). Da parte nostra, crediamo che qualità e innovazione, continuiamo ad essere bandiere non solo da innalzare a vanvera. Ma perché non cogliere il momento per ridare all’Italia una sua fisionomia stravolta da quasi mezzo secolo di socialburocrazia? Perché non cogliere l’occasione per il ritorno ad un umanesimo culturale all’avanguardia? C’è un tema che ci è particolarmente caro. Dal 1230 alla peste nera del 1348, la cultura italiana si produceva nei piccoli centri: Giotto opera e dipinge a Padova, fiorisce la Scuola di Pittura di Rimini; Spoleto e Assisi risplendono e si riempiono di capolavori, lavorano nella penisola il matematico Fibonacci, l’architetto Mattaponi e lo scultore Pisano. Nei secoli successivi si assiste ad una gerarchizzazione dei territori, con una capitale che detta legge (letteralmente) e la periferia la guarda. Le cose sono cambiate con il fenomeno della globalizzazione (che il virus  sia un corollario della globalizzazione?). La Silicon Valley non è New York. La finanza stritola l’economia reale che è produzione locale. Tornare al locale non significherebbe abbracciare l’ideologia identitaria e localisitica contro quella universalistica e globalista ma ritrovare una qualità della vita individuale che permetta di non configgere con la globalizzazione della finanza e dell’industrialismo low cost. Ricostruire le relazioni umane e riappropriarsi di una propria voglia di vivere l’ambiente, la casa, la famiglia, la città (non la metropoli ingestibile) potrebbero essere i valori aggiunti dell’epoca dello smart working. Trasformando una necessità in tempo di crisi in un’opportunità per il futuro.

 

Dossier: Sulla diplomazia europea dell’Italia

Dossier

Sulla diplomazia europea dell’Italia

Pietro Calamia

Per comprendere un po’ di più quello che la diplomazia italiana ha fatto nel processo di integrazione oggi disponiamo di tre ottimi volumi — Silvio Fagiolo, L’idea dell’Europa nelle relazioni internazionali, Milano, Franco Angeli, 2009; Rocco Cangelosi, Il ventennio costituzionale dell’Unione europea: testimonianze di un diplomatico al servizio della causa europea, Venezia, Marsilio, 2009; Roberto Ducci, Le speranze d’Europa (carte sparse 1943-1985), a cura di Guido Lenzi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007 - ciascuno dei quali da un contributo a questa analisi, ma effettivamente forse qualche cosa di piii bisognera un giorno cercare di fare per valutare dall’interno quello che 6 stato it ruolo della diplomazia italiana nel processo di integrazione europea.

Nel libro di Silvio Fagiolo c’è un’analisi assolutamente condivisibile sulle radici dell’integrazione europea, la riconciliazione franco-tedesca, e la confrontazione russo-americana messa addirittura prima della riconciliazione franco-tedesca. Una qualche giustificazione per questa affermazione c’è, se si considera (cito sempre dal libro di Fagiolo), che Altiero Spinelli, alla morte di Stalin nel 1953, si chiese se it processo di integrazione europea non si sarebbe fermato; cioè un federalista dello spessore di Spinelli vedeva anche lui tra la confrontazione Est-Ovest ed il processo di integrazione europea un legame che probabilmente sfuggiva ad altre personalità di quel periodo. Nel libro di Rocco Cangelosi c’è una testimonianza precisa ed esauriente del ruolo dell’Italia anche se, e questo credo vada ad onore del diplomatico, ho trovato degli accenti più federalisti che diplomatici in alcune delle analisi. Non lo dico in senso critico, c’è una verniciatura federalista sul ruolo diplomatico dell’Italia che merita di essere sottolineata. Nel libro di Ducci, se posso dirlo con sincerità, ho spesso l’impressione che la mano dello scrittore prevalga su quella dello storico, e anche questo vuole essere un complimento. Citerò un passaggio del libro di Ducci che mi sembra il più fondamentale anche se, e questo per chi ha conosciuto Roberto Ducci non è un motivo di sorpresa, ci sono qua e là nel libro delle battute fulminanti. Non resisto al piacere di citarne una, tratta da uno scritto credo del ’64: Kissinger pensa di mettere in imbarazzo de Gaulle chiedendogli come avrebbe fatto a impedire che la Germania dominasse l’Europa e de Gaulle, senza sorridere, gli rispose «par la guerre». Dimentichiamoci tutto questo, ma è tipico di quella testimonianza che Ducci è sempre stato in grado di fornire della sua visione e interpretazione dei rapporti fra le grandi personalità del nostro tempo. Torno quindi al ruolo della diplomazia; se all’ origine c’e l’intuizione, la visione di tanti uomini, spesso di frontiera, come Adenauer, Schuman, De Gasperi, quello che vorrei sottolineare è che il processo di integrazione europea ha finora camminato con le gambe della diplomazia, del negoziato diplomatico. Per questo confesso che alle volte non comprendo alcune riserve nei confronti del processo diplomatico. Guido Lenzi ha parlato di arte della cospirazione, questo può alimentare dei sospetti; ma in realtà, negli equilibri complessi del nostro continente, senza un attento e discreto negoziato diplomatico probabilmente, anzi posso dire certamente, non saremmo arrivati dove siamo arrivati.

Nella prefazione al libro di Rocco Cangelosi, il presidente Giorgio Napolitano a proposito dell’atto unico scrive in modo significativo che alla sua conclusione venne considerato rinunciatario, ma che il giudizio successivo, per quanto riguarda la portata dell’atto unico e le sue conseguenze politiche e istituzionali, ha completamente ribaltato quel giudizio. Faccio questa citazione perché, a parte l’autorevolezza del presidente, a mio giudizio costituisce una ulteriore conferma di quella che è stata la validità del metodo diplomatico. Se si fossero dovute ascoltare le visioni più avanzate dei miei amici federalisti, per esempio, probabilmente non saremmo arrivati neppure alla firma dell’atto unico nel 1986. E qui la citazione di Roberto Ducci mi sembra giustificata, scrive Ducci:

«L’europeismo non divento mai espressione di volontà cosciente di uno o molti governi europei, nel senso che l’abdicazione ai massimi poteri sovrani dello Stato - nella difesa, nella politica estera, nella politica fiscale e di bilancio - a favore di un governo e di un Parlamento federale europei non ha mai fatto esplicitamente parte del programma di alcun governo in Europa».

Credo che non ci sia bisogno di commentare. Diciamo che quando si analizza il ruolo della diplomazia nel processo di integrazione europea bisogna tener conto di questa valutazione che corrisponde alla realtà. Questo è uno scritto del ’64, ma nel 2010 la situazione non si è modificata.

Molto brevemente vorrei fare qualche ulteriore considerazione sul ruolo della diplomazia italiana.

La prima: vogliamo ricordare che Roberto Ducci ha presieduto il Comitato di redazione per i trattati di Roma? Cioè che per l’atto fondativo dell’avventura europea, i trattati di Roma appunto, è stato un diplomatico italiano che ne ha presieduto i lavori. C’è una pagina suggestiva, in parte citata nel volume, ma Ducci ci si è riferito con maggiori dettagli in un’altra occasione, quando al Castello di Val Duchesse, a Bruxelles, Spaak si rivolse a lui chiedendo se c’erano altri problemi aperti da discutere sui trattati, che non erano ancora evidentemente “di Roma”, e Ducci con una certa prudenza rispose «a mia conoscenza, no». Spaak dichiarO allora chiusa la discussione e i trattati approvati per la successiva firma a Roma.

Seconda considerazione: alla fine degli anni Sessanta il Parlamento europeo non aveva nessun potere, neppure in materia di bilancio; la prima battaglia per dare al Parlamento europeo un limitatissimo potere di bilancio nel quadro del negoziato per le risorse proprie della Comunità, nel ’69-’70, fu di Aldo Moro che volle, insistette e ottenne che un minimo potere di bilancio al Parlamento europeo fosse assicurato, per le cosi dette spese non obbligatorie. Non è importante oggi sapere che cosa siano, basta sapere che erano soltanto un 5% del bilancio della Comunità e i paesi diffidenti in questo campo vollero che venisse messo agli atti del Consiglio che si valutava che le spese non obbligatorie (la lista Harmel) non superavano i 15% del bilancio della Comunità. Era il primo, piccolo potere di bilancio che veniva riconosciuto al Parlamento europeo, nel quadro delle risorse proprie.

Terza considerazione: un altro momento fondamentale è stato quello della decisione per l’elezione diretta del Parlamento europeo. Il Consiglio europeo di Roma dell’1 e 2 dicembre 1975 a Palazzo Barberini fu una riunione interminabile nella quale si scontravano due tesi assolutamente contrapposte. Rocco Cangelosi e Silvio Fagiolo lo hanno ricordato. Per gli Inglesi c’erano Wilson e Callaghan che non accettavano l’idea dell’elezione diretta del Parlamento europeo. Wilson argomentava con grande forza obiettando su due piani: il primo che in Gran Bretagna le elezioni politiche non erano immaginabili a data fissa - prestabilita - naturalmente per fare un’ elezione allora nei nove paesi membri - ci voleva la data fissa - perché in Gran Bretagna solo il primo ministro ha il potere di scegliere la data e di indire le elezioni politiche. Questa era un’obiezione politica che riguardava la Gran Bretagna. La seconda obiezione, invece, aveva una valenza politica generale: volete che indiciamo delle elezioni in tutti i paesi membri della Comunità per eleggere dei membri di un Parlamento che non ha poteri di bilancio, non ha poteri di codecisione legislativa, non ha poteri politici? Ma che senso ha eleggere un Parlamento che non ha poteri in nessuno di questi campi fondamentali, argomentava Wilson. La visione di Moro, che presiedeva il Consiglio europeo, su questo punto era molto più lungimirante di quella degli Inglesi: Moro con la sua calma continuava a ripetere che un Parlamento eletto i poteri avrebbe saputo conquistarseli. E poi con la sua sottigliezza aggiungeva che del resto non sarebbe neppure giustificato parlare di poteri da attribuire ad un Parlamento non eletto. Fu uno dei momenti più alti del dibattito politico europeo che si svolse a Palazzo Barberini e purtroppo fuori se ne è saputo sempre poco (e questa è colpa dei diplomatici italiani). Ma la decisione venne presa e gli Inglesi e i Danesi, che in un primo momento si astennero, poi si aggregarono. Quello che è accaduto successivamente ha dato ragione nel modo più completo alla visione di Aldo Moro. Il Parlamento, eletto nel giugno ’79, ha bocciato il bilancio nel dicembre ’79 e lasciato la Comunità senza bilancio fino al giugno 1980. Sui poteri e sul ruolo del Parlamento la lungimiranza e la capacita di capire è stata soprattutto dell’Italia. Giscard d’Estaing, ad esempio, ha certamente sostenuto Moro in questa circostanza, ma la Francia ha un regime presidenziale. Più convinto l’appoggio i paesi del Benelux e della Germania.

Si potrebbe continuare più a lungo, ma citerò molto sinteticamente l’istituzione della politica regionale. Certamente, rivendicare un’azione della Comunità in materia di regioni arretrate favoriva in particolare l’Italia, in quel periodo, ma era l’idea politica di quella che doveva essere la solidarietà tra le regioni più ricche e le regioni meno ricche in una prospettiva anche di medio e lungo termine. La tutela dell’interesse in quel momento italiano va vista in una prospettiva di medio-lungo termine: come potrebbe oggi funzionare una Unione europea che non averse questo genere di politiche di solidarietà?

Per concludere vorrei dire - forse ho tirato troppo la coperta dalla parte della diplomazia - che naturalmente ognuno ha fatto la sua parte e anche la spinta dei federalisti 6 servita per l’azione diplomatica e politica del governo italiano. E l’Unione europea potrà continuare a progredire in questo modo, anche nel futuro. (Da Rivista di Studi Politici Internazionali e dal libro  scritti di Pietro Calamia, un ambasciatore al servizio dell’Italia e dell’Europa)

 

 

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