2/2022

VIAGGIARE SICURI

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

In questo numero

 

Domenico Letizia, Giornalista.

 

Eleonora Lorusso, Giornalista.

 

Luca Mozzi, Sconfinare.

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

 

Renato Scarfi, Analista CeSma.

 

Romano Toppan, Accademico.



Luca Volpato, Ufficio Italiano del Consiglio d’Europa.

 

 

In copertina: Xi Jinping

LA BIO DI Xi Jinping

Uomo politico cinese, è nato a Pechino nel1953, è Membro attivo del Partito comunista cinese sin da giovanissimo, dopo la laurea in Ingegneria chimica è stato segretario di Geng Biao. In seguito ha ricoperto incarichi dirigenziali in diverse province, per poi divenire governatore del Fujian nel 1999 (dopo un anno come vice). Xi Jinping fa parte del Comitato centrale dal 2002, ma l’anno decisivo per la sua carriera è stato il 2007, quando è stato eletto nel Comitato permanente dell’ufficio politico e posto alla guida della segreteria del Partito. Vicepresidente della Repubblica popolare cinese dal 2008 e della Commissione militare centrale (CMC) del Partito comunista dal 2010, nel novembre 2012 l'uomo politico è stato nominato nuovo segretario del Partito comunista cinese e presidente della CMC, succedendo a Hu Jintao al quale dal marzo 2013 è subentrato anche nella carica di presidente della Repubblica popolare cinese. Nell'ottobre 2017 il XIX Congresso del Partito ha riconfermato Xi Jinping come presidente della CMC e segretario generale per un secondo quinquennio, inserendo il suo pensiero "sul socialismo con caratteristiche cinesi" nello statuto del Partito, e a marzo dell'anno successivo l’Assemblea nazionale del popolo ha approvato la riforma costituzionale che abolisce il limite di due mandati per le cariche di presidente e vicepresidente, ciò consentendo all'uomo politico di restare a vita alla guida del Paese; nello stesso mese Xi Jinping è stato rieletto all'unanimità per un secondo mandato.

Da Treccani

Difesa e Geopolitica

SICUREZZA NAZIONALE, INTELLIGENCE
E PROCESSO DECISIONALE
(di Renato SCARFI - CESMAR)
La sicurezza nazionale è un concetto complesso e articolato, che va visto su scala globale e in un’ottica sia interna che esterna. Per fronteggiare efficacemente le nuove minacce, ormai diventate ampie, fluide e complesse, è sempre più necessario ricevere tempestivamente le informazioni giuste. Questa è, infatti, un’esigenza ormai ineludibile per chiunque si occupi di sicurezza e difesa, dalla sorveglianza del possibile avversario al monitoraggio delle dinamiche geopolitiche e delle crisi d’area, dalla comprensione delle tensioni sociali agli sviluppi delle economie e del commercio internazionale. Di ciò si occupa l’intelligence, che ha il compito di raccogliere, analizzare e diffondere le informazioni e le proprie valutazioni al fine di fornire ai decisori gli strumenti conoscitivi per anticipare eventuali evoluzioni della situazione, contribuendo alla salvaguardia della sicurezza nazionale e alla prevenzione di attività destabilizzanti di qualsiasi natura.
Si tratta, quindi, di una missione cui devono concorrere sia lo strumento militare che le Forze di polizia in maniera collaborativa, ancorché finalizzata a “pubblico” e operatori diversi.
Per quanto attiene, in particolare, alla situazione internazionale, l’intelligence militare ha sempre cercato di assicurare un completo, chiaro e tempestivo quadro informativo, soprattutto sulle aree di tensione e crisi, al fine di meglio coordinare e rafforzare le capacità di intervento a tutela del prestigio, della sicurezza e degli interessi nazionali.
In tale ambito, stante la posizione geografica dell’Italia (oltre 7.000 km di coste) e la sua forte dipendenza economica dal mare, area sulla quale si sviluppa prevalentemente il traffico mercantile nazionale e dove sono presenti enormi risorse energetiche, essenziali per la sopravvivenza economica del Paese, il servizio di intelligence navale ha sempre occupato un posto di primo piano nella gerarchia nazionale.
Ma questa non è una caratteristica della sola Marina Militare dato che, da sempre, le Marine di tutto il mondo hanno sviluppato sorprendenti e peculiari capacità anche nel delicato ambito dell’intelligence. Capacità che si sono sempre rivelate utilissime per prevenire o risolvere i conflitti e che sono cresciute esponenzialmente durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda.
Attorno al mondo dell’intelligence ruotano leggende alimentate dal mistero che avvolge questo tipo di attività. Gli scrittori e i produttori cinematografici ben conoscono la presa che l’argomento ha sul pubblico. Quando emerge qualche fatto reale, come le espulsioni di diplomatici dalle varie Ambasciate, l’arresto di personaggi che vendono informazioni classificate all’avversario o l’acquisizione di nuovi mezzi per la sorveglianza e la raccolta di informazioni, le fantasie di ciascuno si accendono e vagano eccitate nell’infinito mare dell’immaginazione.
Tuttavia, il lavoro di intelligence è spesso tutt’altro che eccitante. A parte coloro (le spie) che fisicamente sono deputati a raccogliere o verificare le informazioni sottraendole al (potenziale) avversario, il lavoro di intelligence si basa sulla valutazione di una considerevole mole di informazioni, correlando quelle più segrete (e difficili da ottenere) con quelle ricavabili dalle cosiddette “fonti aperte”, ovvero a disposizione di tutti come web, giornali, riviste specializzate, libri, foto, ecc… Praticamente più un lavoro da topo di biblioteca come il “Condor” (dal bel libro di James Grady) che da personaggio atletico e affascinante come James Bond. Ciò nonostante, il lavoro di analisi e valutazione delle informazioni, sostanzialmente una sfida tra cervelli (o intelligenze), può riservare notevoli soddisfazioni.
Cos’è l’intelligence
Il termine intelligence ha origine dal latino intelligentia e significa “conoscenza, cognizione di qualcuno, di qualcosa”. Si tratta, quindi, di un’attività che ha come scopo l’acquisizione della conoscenza in un certo settore, che può attenere alla sfera militare (come la consistenza e la preparazione delle Forze Armate di un altro Paese), dell’anticrimine o dell’antiterrorismo (come la struttura e le attività delle organizzazioni criminali/terroristiche), dell’industria (come il livello tecnologico complessivamente raggiunto e l’attività nel settore dei sistemi d’arma). L’intelligence, pertanto, è un’attività attinente alla sfera del sapere, il cui risultato è un’informazione utile che viene cercata, raccolta, filtrata, valutata, integrata, comparata, interpretata e valorizzata in modo da essere, per quanto possibile, completa, accurata e tempestiva, al fine di permettere al decisore (politico, militare, investigativo o imprenditore) di conoscere, formarsi un’idea e stabilire le azioni conseguenti.
Di fatto, ognuno di noi svolge inconsapevolmente ogni giorno un lavoro di intelligence nel corso delle proprie attività quotidiane. Quando decidete di acquistare un prodotto invece che un altro, infatti, avete svolto un semplice lavoro di intelligence attraverso la raccolta e la valutazione di tutte le informazioni dalle fonti disponibili (internet, locandine, messaggi pubblicitari, ecc…) per essere in grado di scegliere il prodotto che risponde maggiormente alle vostre necessità.
È ovvio che il personale civile e militare che si occupa di intelligence svolge le proprie funzioni a un maggiore livello di approfondimento e tratta informazioni decisamente più sensibili di quelle che vengono trattate dovendo decidere se acquistare un’auto piuttosto che un’altra. Più sale il livello decisionale e maggiore è la delicatezza del lavoro che viene svolto.
Prendendo in esame gli aspetti strategici del lavoro di intelligence possiamo, quindi, affermare che la conoscenza che ne deriva permette la formazione di una politica estera e la modulazione dei rapporti con gli altri Paesi, sia in un’ottica di sicurezza e difesa che industriale ed economica. Se la politica estera è lo “scudo” del Paese, come lo ha definito Walter Lippman, l’intelligence è quindi lo strumento che permette allo scudo di essere nel posto giusto al momento giusto. Ed è anche lo strumento per mezzo del quale è eventualmente possibile guidare la “spada”. Si tratta, pertanto, di un lavoro indispensabile per assicurare il benessere e la sicurezza dei cittadini, per il miglioramento del loro sistema di vita e per fornire gli strumenti conoscitivi per la protezione del Paese, dei suoi ideali e dei suoi interessi.
La raccolta delle informazioni consiste principalmente in due settori operativi: la sorveglianza e la ricerca. La sorveglianza, così come intesa nell’intelligence, è l’osservazione passiva di cosa succede nell’altrui campo. Il processo di osservazione può essere palese, occulto o una combinazione dei due. La ricerca è, invece, un processo attivo che permette di sviscerare la capacità dell’avversario e i suoi punti di debolezza. Per il raggiungimento dei propri obiettivi, la ricerca è spesso condotta in modo occulto.
In tale ambito va sottolineato che il “ciclo dell’intelligence” non presenta soluzione di continuità, in quanto il lavoro riparte immediatamente dopo aver fornito al decisore gli elementi informativi richiesti perché, a loro volta, questi generano nuove esigenze informative e nuove richieste di approfondimento. Il ciclo si può sintetizzare partendo dalla fase della richiesta, in cui i decisori determinano una domanda in base alle loro necessità strategiche. Segue una fase di pianificazione, durante la quale vengono identificati i modi per l’acquisizione delle informazioni, e di raccolta, più o meno segreta e più o meno rischiosa a seconda che si stia parlando di informazioni politiche, militari, anti-crimine o industriali. Una volta che si è giunti in possesso delle informazioni, si prosegue con la fase di analisi e di produzione dell’intelligence vera e propria, la quale verrà a questo punto distribuita sia ai richiedenti originari che a tutte le strutture che si suppone possano trarne vantaggio.

Ciclo dell’intelligence
Le fonti di intelligence
Nel mondo dell’intelligence, il termine “fonte” sta a indicare qualunque sorgente di informazione. Nel recente passato tutto lo spionaggio, prima fra gli alleati e il blocco nazista e dopo fra i due blocchi della guerra fredda, si è basato sulla figura dell’informatore, del defezionista o dell’infiltrato e il termine “fonte” era riferita a questi personaggi, in quanto questa era sostanzialmente l’unica modalità per ottenere informazioni sull’avversario. Al giorno d’oggi, con l’enorme progresso tecnologico dell’elettronica, oltre alla storica figura dell’informatore, è possibile fare ricorso a diverse altre fonti come, per esempio, il database aziendale, la fotografia satellitare, l’intercettazione ambientale, la registrazione clandestina delle emissioni elettromagnetiche e delle comunicazioni. Oltre alla classica HUMINT (Human INTelligence), ora abbiamo quindi una grande varietà di fonti, che possono essere riunite sotto il nome generico di TECHINT (TECHnical INTelligence), l’intelligence raccolta attraverso mezzi tecnologici, o di OSINT (Open Source INTelligence).
Lo sviluppo tecnologico, la nascita del villaggio globale, le nuove contingenze geopolitiche e la crescente dematerializzazione dell’economia oggi pongono una sfida senza precedenti a tutti gli operatori del settore, ma offrono anche nuove opportunità di raccolta delle informazioni. Il cambiamento degli equilibri geopolitici, del confronto politico, militare e della concorrenza economica/industriale a livello internazionale ha, infatti, costretto a percorrere nuove strade per la raccolta delle informazioni. Nella nuova contrapposizione tra il blocco occidentale e il mondo del fanatismo religioso islamico o del terrorismo internazionale, per esempio, non è più possibile pensare di infiltrare facilmente un gruppo islamico o terroristico, basato spesso su strettissimi legami familiari o tribali, né di convincere alla defezione persone motivate da convinzioni religiose profondamente radicate. Diverso è il caso dello spionaggio industriale, dove la HUMINT rimane uno dei capisaldi della raccolta di informazioni, sia tramite il contatto diretto con il dipendente dall’azienda concorrente sia attraverso l’opera di personaggi che, pur essendo estranei all’azienda, hanno facilità di accesso ai dati, come per esempio il personale delle pulizie o i consulenti informatici.
La TECHINT è prevalentemente impiegata per raccogliere informazioni militari riguardanti la tipologia e la consistenza delle Forze Armate straniere (armamento, equipaggiamenti, dislocazione, ecc…). La conoscenza, per esempio, delle caratteristiche e delle capacità delle armi dell’avversario permette di sviluppare adeguate contromisure in grado di ridurne (o auspicabilmente annullarne) l’efficacia. Questo tipo di raccolta delle informazioni ha avuto inizio durante la prima guerra mondiale, con le prime fotografie aeree del campo nemico. Il progredire della tecnologia ha poi aperto altre strade, permettendo il trasferimento (e l’eventuale intercettazione e decrittazione) della comunicazione su mezzi elettronici o digitali, e diventando oggi senz’altro la prima fonte di approvvigionamento di informazioni militari. Al giorno d’oggi, infatti, qualunque emissione elettromagnetica o comunicazione umana è virtualmente intercettabile e acquisibile da parte di chiunque, rimane semmai il problema di come trattare l’enorme quantità di dati raccolti e di come individuare le informazioni veramente importanti.
Nel caso delle informazioni provenienti da fonti aperte (OSINT), le problematiche sono legate alla sovrabbondanza di dati, talvolta al limite della saturazione, che spesso rende difficile, se non impossibile, recuperare l’informazione pregiata. Tra i miliardi di informazioni disponibili, infatti, solo alcune sono realmente utili e la loro identificazione non è affatto semplice. Internet è un esempio illuminante di risorsa di questo genere, pur non essendo la sola né necessariamente la migliore. La mancanza di informazioni da queste fonti è ormai un fenomeno rarissimo, eppure si potrebbero citare esempi di sorprese che hanno provocato insuccessi e il cui studio “a posteriori” ha rivelato che tutte le informazioni necessarie e attinenti erano state o avrebbero potuto essere raccolte. Per aiutare nella selezione delle informazioni dalle fonti aperte sono stati, quindi, sviluppati diversi strumenti per aiutare l’operatore dell’intelligence nel suo compito, dagli strumenti di DataWareHouse al Data Mining e al Text Mining. È chiaro che le fonti aperte non consentono l’acquisizione di informazioni segrete, che sono il vero scopo del lavoro di intelligence, ma spesso pemettono di determinare scenari o avere conferma indiretta di informazioni raccolte con altri sistemi.

Fonti di intelligence
Le informazioni complessivamente raccolte vengono poi messe a sistema, valutate, interpretate e valorizzate. Uno dei metodi con il quale viene svolto tale lavoro è la cosiddetta “SWOT analysis”, che prende in considerazione i punti di forza (Strengths) e le debolezze (Weaknesses) di una certa organizzazione, confrontandole con le opportunità (Opportunities) che offre e le minacce (Threats) a essa correlate. L’analisi dei rapporti di forza con l’avversario, la valutazione degli equilibri politici e delle potenzialità economiche del Paese, lo studio delle alleanze in corso possono portare a risultati eccezionalmente importanti nel prevedere l’atteggiamento del potenziale avversario.

Tuttavia, è bene tener presente che nessuna metodologia di acquisizione e valutazione delle informazioni e nessuna fonte, neanche la più affidabile può, comunque, completamente eliminare il seme dell’incertezza o predire comportamenti inaspettati.
L’intelligence navale durante la Guerra Fredda
Il termine “Guerra Fredda” è stato usato per la prima volta in pubblico da Winston Churchill nel marzo 1946, nel corso di un intervento al Westminster College di Fulton (Missouri). Tale definizione è passata poi a identificare il periodo che va dalla formale resa incondizionata del Giappone (2 settembre 1945) alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), avvenuta l’8 dicembre 1991. L'Accordo di Belaveža, con il quale veniva sancita la fine del sistema sovietico, era stato preceduto dalla caduta del Muro di Berlino (3 ottobre 1990). Finiva così un periodo di dura contrapposizione che vide lo svilupparsi di numerose aree di crisi attorno al mondo e nell’area euro-mediterranea. Dal Muro di Berlino alle crisi coreana e di Cuba, all’invasione sovietica di Ungheria e Cecoslovacchia, in risposta alle richieste di maggiore libertà da parte dei cittadini.
Vuoi per il fatto che i sottomarini nucleari, con le loro numerose testate atomiche imbarcate e la capacità di navigazione occulta, hanno rappresentato il vero deterrente di quel travagliato periodo, vuoi per una innata propensione allo sviluppo tecnologico sia nel settore degli armamenti che in quello dell’elettronica dei sistemi di sorveglianza le Marine, con i propri mezzi subacquei, navali e aerei, hanno rappresentato una risorsa primaria di intelligence, non solo a favore del Paese di appartenenza ma anche per i rispettivi alleati.
Come ben sanno tutti i marinai, per esempio, durante una navigazione capita talvolta di incontrare un’altra nave che percorre una rotta contraria o, comunque, che la porta ad avvicinarsi (senza pericolo) a portata d’occhio. La maggior parte delle volte ciò è occasione, per gli equipaggi o almeno chi è di guardia in plancia, per uno scambio di saluti. Tanto più vero se l’incontro è tra due unità militari di Paesi alleati e amici. Una tradizione distensiva che veniva osservata anche tra navi appartenenti a opposti schieramenti durante il periodo della contrapposizione tra blocco atlantico e blocco sovietico, stando bene attenti a non effettuare manovre che potessero essere interpretate come aggressive, nel pieno rispetto delle regole di ingaggio emanate dagli Stati Maggiori.
Un occhio attento ai dettagli avrebbe tuttavia notato che, contemporaneamente al personale che con aria amichevole salutava dalle alette di plancia, in altro punto della nave c’era qualcuno che si dava da fare per fotografare l’altra unità, cercando di raccogliere informazioni circa l’armamento, i sensori di scoperta, le antenne per telecomunicazioni, ecc… con lo scopo di fornire materiale agli analisti dei servizi informazioni. Durante il periodo della Guerra Fredda, l’incontro non era mai casuale.
In quel particolare periodo, quindi, proprio per le peculiarità dell’ambiente operativo i sommergibili, le navi e i mezzi aerei della (o impiegati dalla) Marina si trovavano nella migliore posizione per fornire elementi di valutazione ai servizi informazione sulle Marine dell’altro schieramento. Ciò non significa negare l’apporto che il personale delle altre Forze Armate dette alla salvaguardia della sicurezza del blocco occidentale. Significa semplicemente che la dimensione marittima fu, per le sue profonde implicazioni geopolitiche ed economiche globali, il teatro privilegiato di quel confronto, che tenne il mondo con il fiato sospeso per il pericolo di un olocausto nucleare.
Basti pensare al preziosissimo concorso dei sommergibili che, potendo navigare in maniera occulta, hanno avuto la possibilità di osservare le forze avversarie da posizioni estremamente favorevoli, raccogliendo informazioni dal valore inestimabile. Tra queste ricordo le operazioni segrete del sottomarino statunitense Halibut (operazione “Ivy Bell”) che, sotto le acque del Mar di Okhotsk, riuscì a penetrare più volte le difese sovietiche e a registrare le comunicazioni tra gli Alti Comandi della parte avversa. Azioni che sono passate alla storia dello spionaggio subacqueo.
L’intelligence moderna
Come scrive Michael Herman, l’intelligence ha come oggetto l’avversario, sia interno che esterno. Ciò si traduce in una serie di attività svolte nei confronti di Stati, strutture organizzative e/o singoli individui, considerati ostili, rivali, competitivi o comunque d’interesse per il conseguimento di specifici obiettivi, che possono essere politici, militari, investigativi o anche economici.
Il “gioco” delle spie, tendente a carpire il maggior numero di informazioni di valore all’avversario non è quindi mai realmente venuto meno, nonostante la caduta della “cortina di ferro”. Sta di fatto che, come ha affermato l’Ammiraglio di Squadra Sergio Biraghi in un’intervista concessa a un quotidiano, “…le regole sono sempre le stesse, loro ci provano, noi dobbiamo impedirlo. Ma vale anche all’inverso, pure noi ci proviamo…”. Non solo, come dimostra il caso delle intercettazioni dei leader europei disposte da Barack Obama, un certo livello di “curiosità” viene rivolto anche verso coloro che fanno parte dello stesso schieramento. Ampliando quanto scritto da S. Sontag e C. Drew, i servizi di intelligence di tutti i Paesi si comportano esattamente come dei giocatori che giocano a poker in una stanza piena di fumo. Tutti barano, ma nessuno può accusare gli altri, altrimenti il gioco finisce.

Ciò significa che, in un mondo nel quale le relazioni internazionali sono sempre più frequentemente governate da reciproca diffidenza e competizione e solo molto raramente caratterizzate da lavoro parallelo, il lavoro di intelligence e la ricerca di conoscere le vere intenzioni dell’avversario geopolitico o del competitor economico o industriale occupano un posto di primo piano tra i contributi informativi dati al decisore.
Il lavoro di intelligence, inoltre, sta diventando sempre più complesso e specializzato. Ciò ha sollecitato il costante affinamento della ricerca informativa, l’acquisizione di nuove competenze e l’aggiornamento di chiavi di lettura e paradigmi interpretativi. Le competenze richieste per accedere a questo mondo sono oggi sempre meno “muscolari” e avventurose, con buona pace del simpatico James Bond, ma spaziano dalle discipline più note e comuni (psicologia, storia, ingegneria nelle sue varie specializzazioni, chimica, geopolitica, ecc...) a quelle meno prevedibili (economia, finanza, relazioni internazionali, storia delle religioni, sociologia, antropologia, scienza delle comunicazioni, lingue rare, ecc…), senza assolutamente trascurare un buon background tecnologico.
In tutto questo, le Ambasciate, i palazzi della politica, i centri dell’intelligence, gli Stati Maggiori e le aziende che trattano di armamenti o di alta tecnologia continueranno a essere teatro inevitabile di vivaci intrighi spionistici. Se da un lato alcuni operatori di intelligence si appoggiano alle proprie Ambasciate, sotto varie coperture diplomatiche, per svolgere il loro lavoro di raccolta di informazioni dentro i palazzi dove vengono prese le decisioni strategiche e dove vengono quotidianamente custodite e trattate informazioni segrete e carteggio classificato, dall’altro la stessa sede diplomatica è da sempre oggetto del desiderio dell’intelligence del Paese ospite. Il caso dell’Ufficiale in servizio presso lo Stato Maggiore della Difesa italiano, sorpreso mentre passava documenti classificati a un Ufficiale russo in servizio presso la propria Ambasciata a Roma, in cambio di denaro, ne è un esempio tipico, come il caso di Kim Philby, l’agente dell’intelligence britannica che rivelò al KGB l’identità di molti suoi colleghi, tra cui quello stesso John le Carré che avrebbe poi raggiunto il successo con i suoi romanzi di spionaggio.
In tale ambito, il processo di reclutamento per lo HUMINT, prevede una prima individuazione del target, che deve essere correlato all’obiettivo informativo individuato, poi segue una fase di avvicinamento e di valutazione delle sue motivazioni e sulla sua futura lealtà e disponibilità, seguito poi dalla valutazione del materiale ricevuto. Per essere identificato come target, non è indispensabile ricoprire un incarico apicale, né trattare normalmente materiale classificato, ma spesso è sufficiente che il proprio incarico permetta di entrare nelle stanze dove tale materiale è depositato o usato da altri. Per quanto riguarda la seconda fase, che inizia con l’avvicinamento, esso può avvenire nei più svariati modi, tutti apparentemente “innocenti” o “casuali” come ricevimenti, concerti, manifestazioni sportive, ecc…

A tale fase segue quella di valutazione delle motivazioni, su cui sono stati svolti moltissimi studi, sia a carattere sociale sia psicologico, per individuare e classificare le caratteristiche salienti che rendono l’indole umana più o meno incline al “tradimento”. È senz’altro indispensabile disegnare un quadro molto particolareggiato del possibile informatore, al fine di poterne individuare potenzialità e lacune. In quest’ottica vengono analizzate le caratteristiche fisiche ed estetiche, lo stato di salute, la storia personale e familiare, il carattere e il temperamento, i presupposti ideologici, il comportamento sociale e le abitudini, il lavoro e l’ambiente sociale. Per ognuna di queste caratteristiche è poi presentata una lista dettagliata delle informazioni da acquisire fino ad avere un quadro completo della figura. Il reclutatore, una volta identificato il bersaglio, getta l’amo e attende che il pesce desiderato abbocchi, inizialmente accettando ospitalità, ”amicizia” e favori da parte del “pescatore”. Tali offerte di favori spesso incoraggiano alcuni vizi o tenore di vita, che portano a essere compromessi e, quindi, ricattabili.
Per quanto attiene al TECHINT, i progressi dell’elettronica hanno ormai permesso la predisposizione di apparati sempre più adeguati alla raccolta e selezione delle informazioni richieste. Microspie sempre più compatte, sommergibili, aerei, navi e satelliti che ospitano sistemi optoelettronici con capacità sempre più spinte e possibilità sempre maggiori di cattura e registrazione delle emissioni elettromagnetiche consentono di tenere teoricamente sotto controllo qualunque possibile avversario ovunque si trovi.
Anche se con la caduta del Muro di Berlino molti pacifisti estremi pensavano, a torto, che la raccolta delle informazioni sarebbe un po’ “passata di moda”, uno dei mestieri più antichi del mondo non ha subìto alcuna frenata giacché ai vecchi avversari se ne sono aggiunti molti altri, sia Stati che entità non statali, favoriti dall’allentamento della pressione da parte delle due superpotenze nucleari e dal ritorno di vecchie ruggini religiose, politiche, sociali, economiche ed etniche mai veramente sopite. Ciò ha permesso una dilatazione degli “…spazi per manovre ostili e inserimenti strumentali di vario segno e matrice…”, rendendo il servizio di intelligence ancor più rilevante.
Un chiaro segnale che il gioco della raccolta informazioni non è mai veramente andato in pensione è rappresentato dal drammatico conflitto tra Russia e Ucraina, dove l’intelligence è fondamentale per sostenere le azioni militari dell’una e dell’altra parte e dove il fallimento delle analisi risulta determinante per il loro successo.
La raccolta delle informazioni, quindi, continua e include un ampliamento dei compiti. A quelli “classici” relativi alle unità e agli armamenti dei potenziali avversari si aggiungono compiti, per esempio, di ricognizione e sorveglianza sul mare relativi al traffico di droga o all’immigrazione clandestina, spesso operata da moderni schiavisti che sfruttano gruppi di disperati (o di criminali sfuggiti alla giustizia del Paese di origine) a scopo di lucro.
In tale ambito la Marina Militare, sia con i sottomarini sia con i mezzi aerei, continua a operare nelle acque del Mediterraneo, fornendo il proprio qualificato contributo alla raccolta delle informazioni per la valutazione da parte degli operatori dell’intelligence nazionale.
In tale ambito, potrebbe essere utile rivedere la componente del pattugliamento marittimo, formalmente assegnata all’Aeronautica (che ha la responsabilità della catena logistica) ma operativamente dipendente dalla Marina. Una componente oggi ridotta ai minimi termini come capacità complessiva, con velivoli che non appaiono all’altezza delle esigenze operative richieste. Qualora venissero acquisiti Maritime Patrol Aircraft (MPA) all’altezza della missione assegnata, con minime aggiunte/modifiche dal costo sostanzialmente irrisorio potrebbero assolvere anche la missione intelligence oggi svolta dai Gulfstream G-550, potendo essere anche in grado di individuare, analizzare e disturbare qualunque impulso elettronico. In sostanza, si tratterebbe di installare a bordo di quei MPA dei componenti aggiuntivi per accrescere le già esistenti capacità di intercettare qualunque emissione su un’area vastissima, analizzarla in tempo reale con l’intelligenza artificiale e distribuire i risultati agli utenti interessati.
I Maritime Patrol Aircaft, nell’ambito dell’assolvimento delle loro naturali missioni sotto il Controllo Operativo della Marina Militare, diventerebbero così gli snodi volanti di una rete di sorveglianza globale, posizionati tra la superficie del mare e i satelliti geostazionari, in grado di assolvere tutto lo spettro delle missioni di ricognizione e sorveglianza e di scambiare informazioni direttamente con i satelliti, con i caccia della Difesa aerea e con le navi (e i caccia imbarcati), essendo gli equipaggi da decenni abituati a lavorare in quel particolare ambiente operativo tridimensionale (sopra, sulla e sotto la superficie del mare). Una capacità intelligence potenziata che si affiancherebbe alle attuali capacità di raccolta delle informazioni, di ricognizione e vigilanza di superficie, di lotta antinave, di controllo subacqueo, di lotta antisommergibile, di sorveglianza antipirateria, antidroga, antimmigrazione clandestina, di ricerca e soccorso in mare (SAR), di coordinamento e controllo delle Forze. Tutte missioni fondamentali per la sicurezza nazionale che potrebbero essere assolte con l’impiego di un mezzo effettivamente multiruolo e un adeguato velivolo per il pattugliamento marittimo, come da anni richiesto dalla Marina Militare. Un investimento, quindi, non una spesa, per acquisire un adeguato numero di MPA multiruolo completamente equipaggiati, magari con possibilità di off-set (allestimento e manutenzione in Italia, con relative ricadute lavorative ed economiche).
Abbiamo parlato di collegamenti con i satelliti per la raccolta di informazioni per l’intelligence. Lo sviluppo tecnologico, infatti, oggi favorisce la raccolta di informazioni anche dallo spazio, attraverso satelliti ad-hoc che, per mezzo di sistemi elettronici o optoelettronici, permettono di ottenere fotografie con una risoluzione impensabile vent’anni fa, oppure di controllare e disturbare in maniera “selettiva” le emissioni sullo spettro elettromagnetico avversario, dai cellulari ai radar. In più hanno la capacità di compiere operazioni mirate per la lotta al terrorismo, come cercare la voce di un singolo ricercato attraverso milioni di conversazioni telefoniche e quando la trovano, localizzarne la posizione e seguirne i movimenti.
In tale ottica assume enorme valore strategico il progetto della Marina Militare denominato “SIMONA” (Sistema Italiano Messa in Orbita da NAve) che, nell’ambito del Piano Nazionale di Ricerca Militare (PNRM), si propone di verificare la fattibilità all’impiego di Nave Garibaldi (giunta al termine della propria vita operativa) come piattaforma di lancio di missili vettori per mandare in orbita satelliti e attrezzature. L’iniziativa rappresenta, quindi, un passo importante verso l’esplorazione di soluzioni innovative per conferire al nostro Paese una capacità autonoma di accesso allo spazio, anche nel settore dei satelliti per l’intelligence¸ e un elemento di grande interesse anche per le positive ricadute in termini di progresso delle capacità industriali del Paese.
Di fronte a una crescente domanda internazionale di servizi spaziali l’iniziativa, oltre che fornire un nuovo e competitivo strumento nazionale per lo sviluppo di intelligence, permetterebbe anche di riempire uno spazio strategico ed economico al momento vacante, e di offrire una validissima e meno costosa alternativa nazionale alle dispendiose installazioni fisse (Kenia). Sotto il profilo economico, in particolare, si tratterebbe di un’attività talmente redditizia che già nel 1995 la Sea Launch, un consorzio multinazionale composto dal gruppo navalmeccanico norvegese Kvaerner, dalla compagnia russa RSC-Energia, dalla statunitense Boeing Commercial Space e dall’ucraina NPO-Yuzhnoye, offriva servizi a pagamento di messa in orbita di carichi commerciali (prevalentemente satelliti geostazionari per comunicazioni) di interesse di committenti internazionali. Per le operazioni di lancio dall’Oceano Pacifico veniva impiegata la Odissey, una piattaforma semisommergibile mobile per l’effettuazione di prospezioni petrolifere, riadattata a centro spaziale galleggiante. Dei mezzi a disposizione del consorzio faceva parte anche una nave appoggio, la Commander, che veniva impiegata come centro operativo per i lanci, per trasportare apparecchiature sulla piattaforma e per l’assemblaggio dei razzi. L’impresa, che si poneva in concorrenza con i vettori Ariane, ebbe un notevole successo e la Sea Launch lavorò proficuamente fino al 2014 quando, per effetto dell’intervento russo in Ucraina, l’attività venne sospesa a tempo indeterminato, gli assets furono suddivisi tra i diversi partners, e iniziò una lunga diatriba legale internazionale, non ancora completamente definita.

Nave Garibaldi
In definitiva, si tratta di un’iniziativa estremamente interessante e valida, che arricchirebbe le capacità intelligence nazionali e permetterebbe importanti e significative ricadute strategiche, tecnologiche ed economiche per l’Italia, oltre che accrescere enormemente il nostro prestigio internazionale.
Conclusioni
George Washington (1732-1799) soleva affermare che “…la necessità di procurarsi buone informazioni è evidente e non merita ulteriori discussioni…” e al Duca di Marlborough (1650-1722) piaceva sottolineare come “…nessuna guerra può essere combattuta con successo senza informazioni tempestive e sicure…”. Affermazioni che nessun politico, militare o capo di un’azienda si sognerebbe mai di contestare.
Fin dalle origini la raccolta di informazioni di vitale importanza è stata utile per prevenire o attenuare gli attacchi dei nemici o per battere un concorrente economico. Dai Sumeri, nel 4.000 a.C., agli egizi, ai greci, ai romani, tutti hanno costruito e impiegato un servizio informativo, con lo scopo di far loro conoscere in anticipo le intenzioni dei Paesi vicini o delle città-stato confinanti. Perfino nella Bibbia si fa più volte riferimento al lavoro di intelligence laddove, per esempio, il Signore suggerisce a Mosé di inviare delle spie per raccogliere informazioni sulla terra di Canaan, promessa al popolo ebraico. In epoca più recente Francis Walsingham, capo dello spionaggio della regina Elisabetta I, mise in piedi una rete spionistica internazionale per favorire la penetrazione commerciale inglese e la conquista di colonie. O anche il famoso turco Cicero che, durante la Seconda Guerra Mondiale, passava ai tedeschi i documenti segreti che l’Ambasciatore britannico in Turchia, Sir Hugh Knatchbull-Hughessen, lasciava imprudentemente sulla scrivania. Per finire a Richard Sorge, che diventò addetto stampa dell’Ambasciata nazista a Tokyo e consigliere dell’Ambasciatore Eugen Ott, posizione che gli permise di avvertire Stalin della decisione giapponese di non attaccare la Russia da est, permettendogli di spostare le sue truppe dal fronte orientale per fronteggiare a occidente i tedeschi che avanzavano.
Tuttavia, quel pionieristico lavoro poteva avvalersi di strumenti estremamente rudimentali, se confrontati con quelli disponibili oggi, e aveva spesso solo bisogno di uomini coraggiosi che lavoravano sotto copertura per carpire i segreti degli avversari.
Oggi l’operatore di intelligence ha, invece, una visione della propria attività molto più ampia che in passato, non più solo militare/operativa ma anche politico/valutativa, in grado di fornire al decisore informazioni utili a una migliore comprensione di realtà internazionali sempre più complesse e di difficile decifrazione. Con la fine del mondo bipolare e la nascita di fenomeni inediti e non statuali come il terrorismo di matrice confessionale, con la crescente difficoltà di difendersi in un mondo in continuo mutamento e radicalmente diverso da quello che abbiamo trovato quando siamo nati, nel quale i conflitti non sono necessariamente generati tra Stati, in cui il nemico è difficilmente individuabile con certezza, l’attività di intelligence tende a farsi globale e multidimensionale, allo scopo di scoprire tutti i segreti che il potenziale avversario nasconde.
In passato non è stato raro il caso di decisori che hanno voluto accedere direttamente al materiale raccolto dalle fonti per farsi un’idea diretta della situazione ma, con l’enorme quantità di dati e informazioni disponibili oggi, un approccio di questo genere non è più sostenibile, anche perché le informazioni, senza un’adeguata valutazione ed elaborazione, hanno un significato estremamente limitato. La crescente quantità di dati “grezzi” a disposizione rende, quindi, l’operatore di intelligence sempre più indispensabile al livello decisionale. La figura dell’operatore, che fornisce un prodotto finalizzato e impiegabile nel processo decisionale, diventa così insostituibile per il decisore.
Con le riforme dei Servizi informazione degli ultimi vent’anni si è cercato di dare maggiore impulso e coordinamento al lavoro delle diverse strutture di intelligence nazionali, allo scopo di accrescere le effettive capacità di comprensione della situazione interna e internazionale da parte dei decisori, in relazione ai complessi problemi correlati alla sicurezza nazionale.

In tale ambito, appare assolutamente indispensabile procedere con razionalità all’acquisizione dei mezzi e della tecnologia necessaria per permettere ai nostri servizi di intelligence di svolgere efficacemente il proprio ruolo. Si tratta di un obiettivo di importanza strategica assoluta, senza il quale la funzione di informare adeguatamente e tempestivamente il decisore non potrà essere validamente assolta.
L’ultima cosa che oggi possiamo permetterci è di inseguire chimere autoreferenziali e disinteressarci di quelle capacità strategiche multiruolo che permetterebbero all’intelligence di operare.
Capacità che sono, invece, da proteggere e da modernizzare in modo che l’intelligence possa mantenere il suo indispensabile ruolo di proteggere e informare, a sostegno della sicurezza nazionale in un’era di pericolo continuo e variegato, di una gravità senza precedenti.
Il lavoro di intelligence rappresenta uno strumento insostituibile al fine della valutazione della minaccia. In tale ambito, siamo perfettamente consapevoli delle sfide cui dobbiamo far fronte, siano esse correlate alla sempre più accesa competizione per il controllo delle vie commerciali marittime o all’approvvigionamento delle risorse energetiche marine, da ogni aspetto della guerra invisibile che ci vede contrapposti a entità terroristiche non statali alle attività della pirateria o del traffico di droga e di armi.
Il ruolo dell’intelligence è di massima importanza in un’era di pericolo continuo e di accesa rivalità economica, nel quale il “…cronicizzarsi di confitti e contenziosi, anche a causa delle proiezioni d’influenza da parte di Stati terzi, le difficoltà della mediazione multilaterale, l’antagonismo tra attori globali e la corsa alla primazia sul versante tecnologico, la regionalizzazione delle filiere produttive e il riposizionamento di attori e operatori nelle catene globali del valore, la crescente aggressività della competizione economica e il consolidamento di strategie d’ingerenza articolate e multiformi…” richiedono risposte pronte, consapevoli e coerenti.
Ecco perché questo lavoro è stato e sempre sarà indispensabile nel supportare il decisore nel suo difficile compito.

 

 

UNO SGUARDO SUL MONDO

Protagonisti e comparse nella guerra russo-ucraina che rischia di trasformarsi in scontro fra civiltà.

di Giorgio Radicati

I protagonisti principali della guerra sono Vladimir Putin e Joe Biden. L’autocrate di Mosca sembra aver puntato su una lenta graduale escalation militare in grado di fargli guadagnare tempo e terreno. Biden, all’interno, subisce invece un progressivo logoramento. Tutto questo non rilancia il ruolo dei leder europei. In questo quadro la guerra non si arresta. 
La guerra russo-ucraina continua a ruotare sempre più attorno alla lenta ma inesorabile offensiva russa nel Donbas ed alla continua fornitura all’esercito ucraino di armamenti da parte dell’Occidente, Stati Uniti in testa, per contrastarla. È ormai un braccio di ferro Est-Ovest, che sembra escludere per il momento la tregua negoziale che da varie parti, soprattutto occidentali, non si cessa di invocare e per la quale la diplomazia turca continua a spendersi (anche… pro domo sua). Gli analisti prevedono il protrarsi del conflitto ancora a lungo e osservano che, in casi del genere, la storia insegna che esso potrà terminare soltanto con la vittoria di una delle due parti.
Nel frattempo, si ha la percezione che il fossato apertosi con l’invasione del 24 febbraio scorso tra Mosca, da un lato, e Washington e le principali capitali europee, dall’altro, tenda inesorabilmente ad allargarsi anche sull’onda di esternazioni caratterizzate da una forte (a tratti, perfino feroce) carica di radicalismo, che non si manifestava più dai tempi della “cortina di ferro”. 
Infatti, non passa giorno che una delle due parti non lasci di esprimere il proprio disprezzo per l’avversario e la volontà di annientarlo. Vengono denunciati e perfino irrisi quegli stessi organismi ed istituzioni internazionali, che la comunità internazionale aveva creato per assicurare il mantenimento dell’ordine e della giustizia a livello regionale o planetario. Si arriva a parlare di uno scontro fra civiltà anche religiose, se si valutano i sermoni del patriarca della chiesa ortodossa russa Kirill, nei quali egli condanna senza riserve alcuni fondamentali principi etici sui quali poggia la società occidentale (edonismo, parità di genere, aborto, libertà sessuale ecc.). Si arriva a minacciare lo spettro di una guerra nucleare, pur di non cedere il passo all’avversario.  
In definitiva, è proprio questa nefasta atmosfera a preoccupare maggiormente, al di là dello scontro militare, seppur furioso, che si continua a registrare sul campo,  poiché, con uno sguardo verso il futuro, ci si interroga se sarà possibile, una volta superata l’attuale tragica crisi (perché, prima o poi, essa dovrà essere superata),  ricucire i numerosi strappi che la tela geo-politica presenta e, in caso affermativo, quanto tempo sarà necessario e dinnanzi a quali nuovi equilibri ci troveremo a convivere.
Resta il fatto che I protagonisti principali della guerra sono Vladimir Putin e Joe Biden, più il primo del secondo trattandosi di colui che l’ha prima programmata e poi cinicamente realizzata e che ora sta tentando, per interessi personali e nazionali e tra molte difficoltà, di portarla a termine nel migliore dei modi. Sappiamo ormai che varie circostanze lo hanno obbligato a rivedere i suoi disegni iniziali. Innanzitutto, la strenua resistenza dell’esercito ucraino e, subito dopo, la pronta reazione anglo-americana sulla scia di una NATO all’interno della quale si sono incolonnati, seppur in ordine sparso, gli altri paesi membri, una Alleanza atlantica dispostasi come baluardo di un’Europa consapevole dei rischi (presenti, ma soprattutto futuri) che l’offensiva russa potrebbe rappresentare per i destini del continente. 
Putin sta però dimostrando che non intende mollare, avendo investito in questa “avventura militare”, non soltanto il proprio potere, ma probabilmente la stessa sopravvivenza politica (e non solo). A questo stadio, un negoziato non gli serve, dovendo ottenere con la forza, e non con la dialettica diplomatica, un risultato che riaffermi la potenza russa per poi sbandierarlo sulla Piazza Rossa e solleticare il mai sopito noto nazionalismo del suo popolo, che – a quanto pare – l’Occidente appare avere sottovalutato e che le sanzioni economiche hanno già in parte fatto risorgere. Putin sembra, inoltre, ritenere che l’intensificazione del conflitto (contrariamente a quanto sta avvenendo in patria) finirà per indebolire la (tentennante) unità dell’Occidente, logorata dall’effetto boomerang delle sanzioni stesse e minata al suo interno dalla crescente ondata filo russa (?) di opinionisti in libera uscita e pseudo intellettuali di estrazione comunista. Ecco perché egli sembra aver puntato su una lenta graduale escalation militare in grado di fargli guadagnare tempo e terreno, in attesa che il variegato fronte avversario si sfaldi, consentendogli di incassare l’intera posta. 
Il Presidente Biden è l’altro protagonista. Unico valido antagonista di Putin, egli è sceso in campo dapprima con atteggiamento amletico, ma poi, nella misura in cui l’esercito russo mostrava scarsa efficacia sul terreno, si è impegnato con sempre maggiore determinazione per trasformarsi in acceso e irriducibile oppositore di Mosca anche di fronte alle minacce russe di ricorrere ad armi nucleari tattiche ovvero all’utilizzo di armi chimiche. Egli ha allora dislocato ai confini con l’Ucraina vari contingenti militari, potenziato la forza aerea, progettato l’installazione di una base militare (presumibilmente in Polonia) e continuato ad inviare armi sempre più sofisticate all’esercito ucraino. 
La sua progressiva fuga in avanti solleva però qualche interrogativo. Infatti, Biden vede progressivamente diminuire la percentuale interna di consensi, giunta ora a livelli inferiori al 40%, mentre le elezioni di metà termine incalzano. Del resto, il suo sforzo di assumere la leadership in difesa delle democrazie europee si è indebolito anche a causa della dicotomia esistente tra la volontà di Polonia e paesi baltici di intensificare gli sforzi a favore del pieno sostegno all’Ucraina e di quelli non del tutto convinti di seguire la strada del confronto piuttosto che privilegiare quella dei negoziati. Tale dissidio ha ramificazioni in seno allo stesso Congresso americano all’interno del quale i falchi (per lo più repubblicani) spingono per armare l’Ucraina il meglio possibile fino a consentirle di attaccare la Russia sul proprio territorio, mentre i democratici frenano non poco, temendo una escalation del conflitto che potrebbe portare ad uno scontro diretto con Mosca. 
I fautori della prima impostazione affermano che soltanto una vittoria ucraina potrà consentire all’Occidente di disinnescare la carica dirompente dell’espansionismo russo, temendo che una strategia di semplice contenimento possa creare uno stallo prolungato in grado di indebolire l’unità europea con conseguente allentamento del sostegno all’Ucraina sia in termini di forniture di armi che di sanzioni economiche. Ciò detto, i repubblicani approfittano della scomoda situazione di Biden, preso tra incudine e martello, per indebolire la sua posizione in vista delle elezioni congressuali di novembre, importante prologo alle presidenziali del 2024.
Il tempo non gioca dunque a suo favore, tenuto anche conto che la dipendenza europea dalle fonti di energia russa non cesserà a breve. 
Zelensky è ormai a tutti gli effetti il terzo protagonista della crisi in corso, essendosi guadagnato i galloni sul campo. Nel corso degli oltre tre mesi di conflitto, il leader ucraino si è trasformato da oscuro ed insignificante politico, giunto casualmente al vertice delle istituzioni nazionali, ridicolizzato verbalmente da Putin subito dopo l’invasione e braccato dai suoi sicari per essere eliminato fisicamente e costretto ad auto confinarsi in un bunker sotto terra per sfuggire ai bombardamenti, in stimato, ammirato e autorevole capo di stato capace di rivolgersi pubblicamente ad omologhi di prima grandezza, parlamentari stranieri e alla stampa internazionale, inoltrare richieste e dettare condizioni a nemici ed alleati, ricevere il plauso di gran parte della comunità internazionale e diventare il simbolo della strenua difesa dei valori democratici dell’Occidente. In sintesi, egli è riuscito a chiamare a raccolta gran parte del mondo occidentale intorno a se, riuscendo a convincere i suoi autorevoli interlocutori ad inviare subito aiuti umanitari ed armamenti, in quantità senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale.
Alle offerte di abbandonare in sicurezza il paese presentate dai governi americano ed inglese subito dopo l’invasione russa, egli ha coraggiosamente espresso un netto rifiuto, manifestando il desiderio di combattere alla guida del suo popolo sul territorio nazionale. In altri termini, egli ha respinto l’idea di costituire un governo in esilio per dirigere da oltre confine le operazioni di guerra, preferendo diventare un simbolo di resistenza in patria, piuttosto che un fuggiasco oltre confine.
È tuttavia auspicabile che il potere di cui dispone possa non illuderlo di perseguire obiettivi oggi praticamente impossibili da ottenere come la richiesta di ritiro dell’esercito russo dai territori occupati. In tal senso, dovrà essere cura dell’Occidente riuscire a convincerlo.
Anche Erdogan e Orban, anche se con motivazioni e finalità differenti, possono aspirare al ruolo di protagonisti.
Il primo, proponendosi come mediatore, è sembrato voler assumere le vesti di nuovo sultano (contrapposto a Putin, nuovo zar), richiamando alla memoria un antico quadro geopolitico regionale caratterizzato da equilibri (ovviamente limitati ad un quadro militare convenzionale) fondati sull’importanza strategica dello Stretto dei Dardanelli quale porta del Mediterraneo. Con questa iniziativa, Erdogan rivendica la presenza turca nel Mar Nero, sottolinea il peso specifico di Ankara all’interno della NATO e l’importanza del suo ruolo nel fianco sud dell’Alleanza, ottiene surrettiziamente una licenza di colpire la resistenza clandestina in patria ed oltre confine (anche con il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO) e, “ last but not least”, distrae l’attenzione dell’Occidente dalle misure chiaramente dispotiche che caratterizzano la sua azione di governo. Non è poco!
Oltremodo stimolato dalla quinta rielezione, quarta consecutiva, alla massima carica dello stato, anche Orban aspira a giusto titolo al rango di protagonista, avendo ostacolato – praticamente unico tra i 27 membri dell’Unione Europea –  l’attività sanzionatoria nei confronti della Russia, ottenuto eccezionali deroghe nell’importazione di petrolio russo e vietato la presenza del patriarca Kirill nella lista di proscrizione redatta da Bruxelles e Washington (pur rappresentando in Ungheria la chiesa russo-ortodossa appena l’1% della popolazione). Tutto questo dopo aver l’Ungheria ricevuto per anni notevoli sostegni economici dall’Europa, malgrado Orban abbia, in quello stesso periodo, condizionato il sistema giudiziario nazionale, soppresso la libertà di stampa, nominato uomini di propria fiducia in tutti i principali gangli della pubblica amministrazione e della società civile nonché favorito in vari modi l’attività del proprio partito politico! Purtroppo, la sua vecchia amicizia con Putin potrebbe continuare a condizionare non poco la politica europea nei confronti di Mosca.
Stoltenberg, Boris Johnson, Macron, Draghi e Scholz, tra gli altri, tentano, a corrente alternata, di guadagnare e ritagliarsi una marcata “leadership”, ma sempre con scarso impatto per la luce riflessa da cui sono illuminati. Del resto, gli sporadici tentativi di alcuni di loro di avviare un dialogo diretto con Putin sono stati puntualmente respinti. In sostanza, essi risultano essere in balia di eventi che li sopravanzano, indeboliti per giunta da ricadute politiche interne o da problematiche contingenti troppo difficili da risolvere autonomamente (crisi alimentare e negoziati di pace). La loro attività risente troppo da quanto viene deciso altrove e appare, di conseguenza, alquanto velleitaria, quando non proprio del tutto sterile. In tal senso, il ruolo di (seppur illustri) comparse sembra fino ad oggi pienamente attagliarsi a loro.       

Economia e Strategia

 

Verso un’economia della felicità e della sostenibilità
Proposte per il Veneto


Romano Toppan


Introduzione

La forma di sviluppo che definiamo come economia della felicità (well-being economy) tende (o si ispira) ad una “torsione” verso l’altrimenti, ossia verso una “riqualificazione” dei propri asset e del proprio modello distributivo della ricchezza visti dal di dentro della società, nei suoi equilibri interni, nelle sue interazioni e reciprocità, nello smorzamento delle sue disuguaglianze e dei pericoli di sperequazioni, che, nella nostra regione, il Veneto, sono attenuate da un diffuso benessere anche nei piccolissimi centri rurali, coinvolti spesso in “reti” distrettuali efficacissime, e dal fatto abbastanza straordinario e specifico della nostra regione di un’impresa ogni dieci abitanti: e questo non definisce solamente una intraprendenza capillare della produzione, ma anche della distribuzione della ricchezza prodotta, anche se negli ultimi tempi, a partire dalla fine degli anni Novanta e con i governi regionali di quel periodo, abbiamo osservato crescenti fenomeni di inquinamento morale e di perdita di pezzi del capitale sociale originario.
Sintomi di disagio e di criticità hanno cominciato a serpeggiare anche nella nostra regione, creando sacche di parassitismo, manovre di ingordigia amorale, sospetti di speculazioni a danno del territorio, dei ceti sociali più deboli, del mondo contadino e operaio.
Prima che queste tendenze prendano il sopravvento, omologando il Veneto e il suo stampo moderato e morigerato al crescente collasso che il familismo amorale sta generando ormai in molte e crescenti parti del paese, siamo ancora in tempo a introdurre un nuovo paradigma, attaccando senza indugio le resistenze di chi vuole trasformare la nostra regione in un terreno di facile conquista per raccogliere quello che non ha seminato.
La mitezza e la medietas dei veneti non può tradursi in un’inerzia frastornata e confusa, di fronte alle sfide della post-modernità e della sua società liquida: se è vero, come dice Bauman, che la nostra società ha ovunque, ormai, perduto le sue forme e le sue strutture, per “vaporizzarsi” in un nugolo di identità sempre più mescolate e confuse, è anche vero, però, che da questa mancanza di forma si può trarre il vantaggio (speriamo temporaneo) di sciogliere senza eccessiva fatica le posizioni rigide e cristallizzate di potere, di denaro e, soprattutto, di rendita, per accelerare un passaggio genuino da un finto liberalismo democratico ad un capitalismo senza attrito, flessibile e soprattutto caratterizzato da maggiore e più esteso livello di contendibilità, che in Italia ancora non esiste in modo adeguato ad una società aperta, perché c’è troppa zavorra che “resiste” e troppi interessi corporativi che la vogliono trattenere nella metastasi.
Pertanto, è urgente cominciare a trovare una “nuova” forma di società e di economia, prossima proprio a quel modello di well-being economy di cui ci occupiamo in questo saggio su Atlantis.

Gli obiettivi

Con queste linee guida sulla economia della felicità propongo di conseguire tre grandi obiettivi:
Il primo obiettivo è l’informazione: il pensiero sociale ed economico recente sulla felicità e il well-being è ancora poco conosciuto.
Il tema, infatti, della felicità è stato finora quasi esclusivamente monopolizzato dal pensiero teologico, filosofico ed etico. I padri dell’economia moderna, come Adam Smith, Bentham o Stuart Mill (che già però contestava i primi due proprio sul tema della felicità, che egli enfatizzava in modo più esplicito), fondavano le loro considerazioni sulla natura dell’economia di mercato nella filosofia morale e, prima della ricchezza della nazione, occorreva formare i sentimenti morali necessari per esercitarla e generarla nel modo coerente con i principi della libertà e della responsabilità.
Per quanto riguarda l’interpretazione radicalmente “liberista” e di destra del concetto di Adam Smith della “mano invisibile”, che è diventato l'argomento principe e il karma in favore di politiche di laissez-faire, è opportuno precisare che, in realtà, Adam Smith prende a prestito l' immagine della mano invisibile, con molta ironia, dal terzo atto del Macbeth di Shakespeare: Macbeth parla della notte e della sua mano sanguinolenta e invisibile che gli deve togliere il pallore del rimorso prima dell' assassinio. Smith ha preso in giro ferocemente quei capitalisti che credevano di avere il potere di governare i mercati.
Di fronte all' ascesa di nuovi capitalismi autoritari e illiberali (come quelli interpretati da Trump, Bolsonaro e Erdogan, per limitarci a solo tre esempi attuali), è entrato in crisi un determinismo economico: l'idea cioè che lo sviluppo porta automaticamente alla libertà politica.
Quella illusione fu smentita anche in tempi più lontani. Nel marzo del 1975 il profeta del neoliberismo economico, Milton Friedman, andò in Cile per convertire il dittatore Pinochet al mercato, perché aprisse il suo paese al commercio mondiale e agli investimenti stranieri. Subissato di critiche da parte dei liberal americani, Friedman sostenne che il mercato era il presupposto della democrazia e dei diritti umani. In realtà la dittatura di Pinochet durò per altri 15 anni e non fu l’economia a far tornare il Cile alla democrazia, ma il suo fallimento politico diventato insopportabile e insostenibile.
Questa tradizione critica si è poi prolungata fino ai nostri giorni in tutti i grandi economisti come Keynes, Stiglitz, Sen, Solow, senza dimenticare Max Weber che, pur non essendo economista, tuttavia tentò (invano anche per la sua morte precoce a soli 56 anni) di restituire all’economia le sue fondamenta originarie radicate nell’etica.
Il fatto che solo “pochi” (e i migliori) economisti abbiano conservato in modo esplicito il rapporto tra economia e filosofia morale, spiega in parte le ragioni per le quali l’economia e i suoi cultori e maestri abbia così spesso e così ampiamente “rimosso” questo antico legame, facendo assumere alle esercitazioni economiche quel carattere “autistico” che viene oggi sempre più spesso rimproverato agli economisti: ossia quel carattere “tecnico” e specialistico che ha quasi sempre assecondato il potere e gli stereotipi di un’economia di mercato ampiamente falsificata e manipolata, spacciando per scelte economiche razionali decisioni politiche o manageriali del tutto simili alle rendite feudali e all’arbitrio più spregiudicato, dimenticando la centralità dei sentimenti morali che formano le basi del capitale sociale da cui l’economia di mercato moderna trae la sua vera linfa e separando in modo brutale l’ordine e la successione delle loro idee economiche dalla “psicologia sociale” che le genera.
L’espressione, attribuita all’economista Federico Caffè, secondo la quale “l’economia nasce come psicologia e funziona come la fisica”, esprime sinteticamente l’essenza di questa separazione letale.
Con una generazione di grandi psicologi e cultori delle scienze sociali, come gli americani Kahneman, Seligman e Diener, o come l’olandese Veenhoven, o l’inglese Layard, è stato recuperato questo binomio originario e ricostruito, su basi scientifiche nuove, un paradigma sulla felicità che ha in gran parte demolito l’edificio un po’ fatiscente del pensiero economico tradizionale, rilevandone le crepe più vistose, anche sul piano logico, le contraddizioni e i paradossi più conclamati ed evidenti, le superfetazioni più vergognose, come (a puro titolo di esempio) la legge di Gibrat, oppure il culto feticistico della legge della domanda e dell’offerta, considerata la regola numero uno del mercato, senza aggiungere, come ha fatto recentemente Stiglitz, che essa è largamente invalidata dalla asimmetria “informativa” tra chi gestisce l’offerta (e il potere mediatico e politico che riesce ad accumulare) e chi esercita la domanda, ossia i consumatori, e tante altre trappole mortali di cui questo nostro testo renderà note le “combinazioni” più insidiose, seguendo appunto la critica dei grandi maestri della economia della felicità.

Il secondo obiettivo della proposta è un obiettivo applicativo e sperimentale: la riflessione sulla economia della felicità si prefigge chiaramente lo scopo di avviare un dibattito, di gettare un sasso nello stagno, in un momento di incertezza, di post-modernità liquida, di grande transizione globale, a causa della quale anche società prospere, come quella veneta, rischiano di scivolare lungo un crinale di declino e di regressione, pur avendo conosciuto, in modo relativamente rapido e con forme di grande originalità, una crescita spettacolare in termini di ricchezza e di reddito pro capite.
La nostra regione ha avuto e conserva tuttora caratteri specifici difficilmente paragonabili ad altri contesti, all’interno della nostra stessa nazione e persino in chiave europea e mondiale. Sono rari i territori che possono offrire un esempio affine sul piano delle modalità con le quali questa società ha saputo inventarsi un proprio percorso allo sviluppo, partendo da una base di pauperismo rurale diffuso, da un’emigrazione impressionante, soprattutto negli ultimi 150 anni, ma sapendo valorizzare, nel contempo, le proprie potenzialità più profonde, che, come diceva Fernand Braudel caratterizzano sempre la parte “nascosta” di una società e di una economia, in modo molto più marcato di quanto non sembri osservando solo le increspature e le bizzarrie delle onde superficiali.
Le vicende storiche del Veneto, soprattutto dalla caduta della Repubblica fino agli anni Cinquanta del ventesimo secolo, sono state segnate da piaghe dolorose, al punto che la regione non sembrava affatto possedere al suo interno le forze necessarie per un risveglio e costringendo una parte importante della sua popolazione a cercare altrove i mezzi per sopravvivere. Ma sotto la superficie grigia e sgradevole delle vicende storiche recenti, vi rimaneva un fortissimo capitale sociale, fatto di una lunga tradizione storica di autonomia e libertà.
Inoltre, la ben nota religiosità dei veneti ha offerto un collante significativo di fiducia e di solidarietà reciproca a livello comunitario, riscontrabile ancora oggi nel grado, più elevato in tutta la nazione, di associazionismo e di volontariato, nei quali il Veneto occupa il primo posto in Italia.
Se vogliamo conservare questa originalità e specificità (che sono poi la vera “identità” importante dei veneti), la politica può e deve assumere un atteggiamento di attenzione verso il paradigma della felicità e del well-being, come un modo per recuperare nella sua interezza il nostro capitale sociale, riposizionarlo in cima alle nostre potenzialità e ai nostri sistemi di valori, recuperare i segreti di solidarietà che hanno cementato i nostri distretti, le nostre reti, le nostre coalizioni, le nostre comunità locali e proporci un’economia alternativa che, se anche non potesse più raggiungere le performances di “profitto” economico e monetario o di reddito come quelle acquisite nel trentennio 1971-2001, rappresenti tuttavia un atterraggio sostenibile soffice verso un’idea di ricchezza che vada oltre il “denaro “e amplifichi piuttosto gli indicatori della qualità della vita e della felicità individuale e comunitaria”. Saprà la classe politica veneta e i suoi leader più significativi compiere questa transizione virtuosa? Sì, a patto però che diventi capace di aprirsi al contributo delle migliori competenze e metta la sordina ai belati pecorecci di una base politica miope e senza scrupoli.
Il terzo obiettivo, infine, è quello formativo: la politica non può mai prescindere dalla formazione del consenso e nell’ambito della economia della felicità e del well-being quale quella che propongo in questo breve saggio, questo consenso si ottiene con un’opera di promozione e di consapevolezza, con uno stile di governo che cominci a dare “esempi” concreti e tangibili di svolta nel disporre degli incentivi e dei sistemi premianti di cui le leadership istituzionali dispongono ampiamente, sia nell’esercizio del bilancio e della spesa, che nelle reti di educazione politica dei partiti e delle associazioni, degli enti locali e delle parrocchie, delle organizzazioni del terzo settore, dell’industria, del commercio, dell’artigianato, del turismo, in una parola ovunque la politica ha l’opportunità o crea le circostanze pratiche di esprimere il proprio indirizzo, le proprie visioni strategiche, soprattutto nei momenti cruciali, come quando pianifica e legifera i suoi programmi o sollecita i progetti o premia le buone prassi. Fatta esclusione di casi poco edificanti come il MOSE o la costosa e contestata pista da bob delle Olimpiadi invernali 2026.
É lì, in quei momenti nodali, in quei confronti e in quelle concertazioni decisive e forti, che la politica può far ricorso a tutto il suo compito di guida, di indirizzo e di opzione. D’altro canto, ad un simile atteggiamento, non tarda mai a manifestarsi nelle forze sociali, economiche e morali di un popolo un sentimento di corrispondenza, per quelle affinità elettive che nascono quando una leadership politica esercita la sua vocazione più vera, più intima: quella che il benessere comune attende sempre da essa e quella che il buon governo ha sempre considerato, nelle utopie dei teologi e dei filosofi, come nei dipinti nelle pareti dei Palazzi della Regione delle nostre città dalla lunga tradizione comunale, il vero scopo dell’arte politica.
Il Palazzo Ducale è quasi un simbolo esplicito di questo modello di governance: è l’unico palazzo del potere “vuoto in basso e pieno in alto”, costruito dai carpentieri dell’Arsenale con la logica che è “dal vuoto in basso” che la nave è sostenuta e dal fatto che chi comandava sopra, nella Sala del Magior Consiglio e negli altri luoghi di potere, era retto da una fitta serie di colonne, che nei loro capitelli hanno scolpiti tutti i principali mestieri e attività economiche della Serenissima, come dire che nessun potere può reggersi ed essere proficuo senza il sostegno convinto dell’economia reale.
La nostra regione ha già interiorizzato in parte questo anelito, attraverso la formulazione di un bilancio “sociale”, che predispone, accanto agli indicatori tradizionali, e in parte ormai obsoleti, dello stato di benessere del territorio anche una valutazione degli attivi “intangibili” e degli indicatori più strettamente legati alla qualità della vita. Le affinità elettive che il nostro popolo trova in questa nuova visione sono ancora vive e non attendono che di dispiegare tutta la loro energia.

 

Economia e Geopolitica

Le opportunità della blue economy per il Cilento e la creazione dell’Area Marina Sperimentale


di Domenico Letizia


Valorizzare le coste del Cilento, la piccola pesca artigianale e tutelare la biodiversità marina è un interessantissimo programma di proposta politica lanciato da numerosi sindaci delle città costiere del Cilento. Presso la Marina di Acciaroli, la Giornata del Mediterraneo - che si svolge l’8 luglio - è stata dedicata alla Presentazione pubblica dei lavori finali elaborati dai ragazzi del boot camp Trame Mediterranee, organizzati dal Future Food Institute, che tornano ad affermare una nuova progettualità del Cilento nella salvaguardia del mare e dell’ambiente. Guidati dal Sindaco di Pollica, Stefano Pisani, i Sindaci della Costa del Cilento,​ i flag, la comunità scientifica, i giovani innovatori e soprattutto i pescatori hanno sviluppato un programma comune di azione e progettazione per sostenere la proposta di istituzione di un’Area Marina Sperimentale. L’appuntamento che si è svolto a Marina di Acciaroli, nel territorio comunale di Pollica, nel Salernitano, rappresenta la tappa conclusiva di un percorso nato da una visione politica presentata dal sindaco Stefano Pisani nel 2019 all’allora Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e recentemente rinnovata in occasione della EU Agrifood Week, quando in collaborazione con il Future Food Institute e la Rappresentanza della Commissione Europea in Italia, si riunì a Castellabate (SA) una rappresentanza degli stakeholders locali della filiera ittica. Durante l’incontro emerse l’esigenza di tutelare le imprese pescherecce, mediante anche una diversificazione del reddito e lavorare all’attivazione di misure di ricerca e salvaguardia dell’area costiera e della “risorsa mare”, senza sottovalutare le importanti innovazioni tecnologiche che possono contribuire alla crescita occupazionale del territorio e a nuove attività legate al mare e alla pesca.
Un momento simbolico che ha visto insieme a Stefano Pisani, i sindaci Marco Rizzo, Sindaco di Castellabate; Flavio Meola, Sindaco di Montecorice; Giuseppe Cilento, Sindaco di San Mauro Cilento; Silvia Pisapia, Sindaco di Casalvelino; Pietro D’Angiolillo, Sindaco di Ascea; Ettore Liguori, Sindaco di Pisciotta; Mario Scarpitta; Sindaco di Camerota, Rosario Pirrone, Sindaco di Centola; Ferdinando Palazzo; Sindaco di San Giovanni a Piro; Giovanni Fortunato, Sindaco di Santa Marina; Franco Giudice, Sindaco di Ispani e Antonio Gentile, Sindaco di Sapri.
La proposta di istituire un’Area Marina Sperimentale nasce dalla consapevolezza di dover progettare, sperimentare e implementare nuovi strumenti di governance del mare, a partire dal protagonismo indiscusso e dal ruolo cruciale dei Pescatori a cui va riconosciuto il valore di essere portatori di vero patrimonio intangibile per la protezione degli ecosistemi marini e per la sopravvivenza dello stile di vita mediterraneo. La proposta di costituire un’Area Marina Sperimentale per la pesca, la ricerca e lo studio, copre il tratto di mare entro le 12 miglia marine comprese tra le coste di Castellabate fino a Sapri. Tra gli obiettivi dell’Area Marina Sperimentale rientrano le pratiche marine capaci di rispettare i ritmi ecologici e la stagionalità, contribuendo al superamento della logica delle quote pesca, promuovendo di contro un metodo di riduzione dello sforzo di pesca che consenta di premiare le imprese da pesca presenti nell’area di riferimento, lavorando per estendere la conoscenza ecologica ed il ruolo dei pescatori cilentani nella custodia e nella salvaguardia attiva delle risorse marine, favorendo una loro partecipazione attiva nelle attività di pulizia dei mari e nella raccolta dei dati utili alla ricerca scientifica.
Inoltre, l’Area Marina Sperimentale diverrà un hub dove poter sperimentare, insieme ai pescatori, soluzioni innovative per garantire una completa tracciabilità del pescato, in piena linea con la Strategia Europea “Farm to Fork”, da utilizzare già al momento dell’attività di pesca, garantendo un valore aggiunto sul mercato, fornendo al consumatore finale maggiori informazioni sulla provenienza, la qualità e la tipologia di pesca e abilitando l’effettuazione di scelte consapevoli. La visione proveniente dal Cilento è aperta alla sperimentazione e al superamento innovativo delle comuni Aree Marine Protette. Nel corso dei decenni, le Aree Marine Protette sono state istituite per proteggere le specie e gli ecosistemi vulnerabili, preservare la biodiversità, ristabilire l’integrità dell’ecosistema, migliorare la riproduttività delle popolazioni dei pesci e degli invertebrati marini.
La Convenzione sulla diversità biologica aveva stabilito di proteggere il 10% degli oceani entro il 2020. Le prove scientifiche a sostegno dell’uso delle Aree Marine Protette per la tutela della biodiversità derivano principalmente dalle conoscenze sulle aree marine a protezione integrale, ma la maggior parte di quelle istituite non rientra in questo tipo. Le Aree Marine Protette rappresentano un importante deterrente per fenomeni quali ad esempio la pesca illegale, oltre che uno strumento particolarmente efficace per ripristinare la biodiversità marina e i servizi ecosistemici, ma attualmente solo il 2,7% dell’oceano è protetto in modo adeguato. Questo basso livello di protezione dei nostri mari è dovuto anche ai conflitti con la pesca e ad altri usi estrattivi oltre che, in alcuni casi, a resistenze alla loro istituzione da parte delle amministrazioni locali. Proprio il rapporto con la pesca e le comunità dei pescatori fa emergere l’idea dell’innovativa Area Marina Sperimentale.
“Lavoriamo all’idea di un Area Marina Sperimentale che si distingue dall’Area Marina Protetta poiché invece di inseguire chiusure, abbattendo l’economia dei pescatori, vogliamo sperimentare nuove modalità di gestione del mare, valorizzando il lavoro dei piccoli pescatori e consentendo a tale categoria di divenire protagonista nella tutela del mare, nella valorizzazione e tracciabilità del prodotto ittico e nella formulazione di nuove proposte per generare innovazione all’interno della filiera ittica, comprendere i cambiamenti climatici in atto e censire le specie aliene che sono presenti nelle aree marine del Cilento. Il pescatore nell’Area Marina Sperimentale diviene protagonista del territorio, non un nemico del mare e della biodiversità, ma un grande alleato per le nostre coste e il nostro mare”, ha dichiarato il Sindaco di Pollica, Stefano Pisani, durante la sottoscrizione del Manifesto per il mare e per l’istituzione dell’Area Marina Sperimentale.
Ciò che emerge dall’ascolto dei sindaci del Cilento è l’importanza e l’urgenza di intervenire presto per preservare le coste del Cilento, non solo attraverso la ricerca scientifica ma anche a livello di istituzioni per aumentare la percentuale di aree soggette a protezione e tutela, con attenzione agli habitat più vulnerabili o degradati, con il fine ultimo di fermare l’erosione della biodiversità nei nostri mari e innescare nuove opportunità occupazionali per i giovani del territorio.

Sconfinare al Festival Internazionale della Geopolitica Europea 2022

L'Italia deve riscoprire i suoi mari

Di Luca Mozzi

Quest’anno il Festival di Geopolitica Internazionale di Jesolo ha visto, tra la pletora di argomenti trattati, una posizione di grande cogenza destinata al Mediterraneo, a testimonianza di come quest’area sia divenuta essenziale, oltre che per il nostro Paese, anche per l’unione Europea e la NATO.

Destinata dalla fine della seconda guerra mondiale quasi unicamente a una dimensione terragna, negli ultimi anni l’Italia riscopre che le sue frontiere non sono solo quelle terrestri. Ripiegata nella sua ristretta prospettiva economicista, negli anni della Guerra Fredda l’Italia persegue il benessere e lo sviluppo economico, avendo la possibilità – e il dovere – di privarsi di una sua bussola strategica, in quanto quest’ultima resta saldamente in mano americana. Il lusso di poter trascurare la propria agenda strategica non poteva però durare in eterno e, con i primi sintomi di stanchezza imperiale americana e l’incombere di nuove sfide nel nostro estero vicino, ora l’Italia deve estendere le sue vedute, pena lo smarrimento completo del Paese. Come fa notare l’ammiraglio Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ruotando di 180 gradi un atlante raffigurante il nostro Paese, la posizione geografica dell’Italia appare inedita. Da questa prospettiva la penisola italiana figura come un grande molo, nonché spartiacque del Mediterraneo. Recentemente, inoltre, si è riscoperto il Mediterraneo come Medio-Oceano, ovvero tramite naturale tra Oceano Indiano e quello Atlantico. Ciò dona al nostro paese una posizione privilegiata nello scacchiere mediterraneo: al giorno d’oggi il 90% delle merci globali transita via mare e, nonostante il Mediterraneo ammonti a solo l’1% della superficie totale delle acque nel mondo, per il ‘fu’ mare nostrum passa oltre un quinto del commercio globale e più di un quarto del traffico di container. È innegabile infatti che l’Italia rivesta un ruolo strategico nel Mediterraneo, basti pensare all’estensione delle sue coste (oltre ottomila chilometri), alle sue numerose isole e al chokepoint dello Stretto di Sicilia, largo appena 78 miglia nautiche tra la Sicilia e la Tunisia, che costituisce un passaggio  imprescindibile per ogni nave che dall’Oceano Indiano voglia raggiungere i porti del Nord Europa o quelli nordamericani.

L’importanza di aumentare la presenza italiana nel Mediterraneo non è solo una questione di prestigio nazionale, bensì un’esigenza strategica dettata dal momento storico che stiamo vivendo. Dal pivot to Asia di Obama nel 2014, gli USA hanno diminuito il proprio interessamento nel Mediterraneo, concentrandosi sulla regione indopacifica – misura necessaria per contenere il colosso cinese – e gli esiti della decisione della superpotenza sono evidenti: nella regione si è venuto a creare un pernicioso vuoto di potere, che sta favorendo sempre di più la penetrazione di nazioni fortemente espansionistiche e assertive, come Russia e Turchia. Conseguenza di ció, con l’attuale guerra in Ucraina, l’Europa si ritrova a continuare a dipendere dal gas russo perché gli altri corridoi di approvvigionamento, come quelli con il bacino levantino del Mediterraneo o le nazioni MENA (Middle East-Nord Africa) o l’utilizzo del GNL, si rivelano poco sicuri o scarsamente convenienti.

L’Italia continua tuttavia a vivere il perenne complesso di inferiorità rispetto alle nazioni transalpine, che la porta a guardare solamente a Nord, dimenticandosi del Meridione, che resta destinatario di investimenti palliativi, privi di un effettivo valore strategico. Il mare viene percepito così come un luogo pericoloso, ignoto, e l’immaginario collettivo italiano, pensando al Mediterraneo, sembra rivivere i traumi delle incursioni saracene, al giorno d’oggi rappresentate dalle percepite minacce dell’immigrazione o dalla paura dell’instabilità endemica di quei luoghi. Di qui il sentimento comune che il Mezzogiorno costituisca un fardello allo sviluppo nazionale del Paese, destinato a decollare a seguito di un (impensabile) divorzio con il Sud. Massima espressione della cecità strategica italiana. A ciò si aggiunge il problema ideologico: non c’è una coscienza geografica nazionale sufficiente nel nostro Paese che metta in luce il suo carattere preminentemente marittimo. Oltre agli investimenti materiali, c’è dunque bisogno anche di sensibilizzare la collettività, facendole vedere il mare come un’opportunità, aiutandola a superare la naturale propensione dell’uomo ad aver paura del mare “scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai”, come scriveva il cantautore genovese Paolo Conte.

 

Cartina del Mar Mediterraneo inserire

Come si è detto in precedenza, il sopracitato vuoto di potere nel Mediterraneo sta venendo sempre più colmato da competitor stranieri e l’Italia, eterno spettatore, solo negli ultimi anni sta entrando nella partita, con un evidente svantaggio temporale. Vedere un controllo deciso del Mediterraneo da parte italiana non costituirebbe sicuramente una panacea per il nostro paese, ma rappresenterebbe una decisa svolta a vantaggio dell’Italia e dei suoi alleati. Sul piano interno, un Sud al centro dello scacchiere economico e strategico attirerebbe numerosi e validissimi investimenti, che aiuterebbero a colmare l’endemico gap di risorgimentale memoria con il Nord della penisola; sul piano esterno invece una frontiera italiana ben delimitata e controllata a Sud sarebbe una grande conquista per l’Unione Europea, che non può permettersi di avere un confine così poroso con aree geografiche instabili e potenzialmente esplosive. La recente intesa italiana con la Francia, cristallizzata con gli Accordi del Quirinale, fa sperare allo sviluppo di un parternariato tra i due paesi, che solo uniti possono sfidare i sempre più preparati contendenti russi o turchi. L’avvicinamento con la Francia è solo uno dei numerosi strumenti che l’Italia e l’Europa hanno per perseguire i propri obiettivi. Interessante è l’idea dello storico romano Ernesto Galli della Loggia, espressa ad un panel del festival di Jesolo: rendere l’Italia un hub di smistamento container, così da permettere il trasporto delle merci verso il Nord Europa, “andando da Gioia Tauro a Rotterdam in meno di 24 ore”. In termini più raggiungibili nell’immediato futuro, si è discusso inoltre di un sistema di collegamento tramite gasdotti con nazioni MENA che possa rifornire interamente l’Europa continentale. Ciò insieme allo sviluppo di una flotta di navi metaniere in grado di trasportare gas naturale liquido (GNL) fino a nuovi rigassificatori sul territorio italiano (e di qui al resto d’Europa), necessità espressa da Giancarlo Poddighe, vicedirettore del Centro di  Studi di Geopolitica e Strategia Marittima (CeSMar). Nelle tre giornate dedicate al Festival della Geopolitica si è così immaginata un’Italia non più periferia, bensì cuore pulsante dell’Europa, arteria vitale e collegamento naturale, per materie prime ed energia, tra l’Europa e il resto del mondo. 

Queste innovazioni devono però andare di pari passo con un impegno sempre più deciso dell’Italia nel controllare i mari contigui: risulta necessario un aumento del budget per lo sviluppo di capacità difensive e militari, nonché una Zona Economica Esclusiva ben delineata, ovvero un’area di mare sulla quale lo stato costiero possa godere di diritti sovrani in termini di gestione di risorse naturali, ricerca scientifica, uso esclusivo del fondale marittimo e protezione e conservazione dell’ambiente marittimo. Tale strumento è necessario affinché l’Italia possa stabilire i suoi confini anche sul mare ed evitare che la  frontiera marittima diventi ventre molle per la penisola e per l’Europa stessa.

Il concetto di Mediterraneo Allargato, accanto a quello di Medio Oceano, viene invece impiegato per indicare quelle zone geografiche che stanno attorno al Mediterraneo e dalle quali però dipende la sicurezza dei nostri mari. Aree come il Golfo di Guinea o il Corno d’Africa rientrano in questo spazio e richiedono perciò attività di controllo antipirateria e antiterrorismo, necessarie per prevenire possibili ripercussioni negative sulle nostre coste ed essenziali tanto quanto le attività di monitoraggio interno al bacino mediterraneo. Storicamente si è visto che quando l’Italia non è stata in grado di imporsi sul Mediterraneo, altri popoli si sono imposti su di lei. L’Italia deve ritrovare un suo posto nel mondo e nei confronti dell’Europa e potrà cominciare a farlo solamente abbracciando i marosi.

Un premio per la Cultura d'Impresa a Lidia Bastianich

Cultura d’Impresa

Da Atlantis il Premio Pietro Cesare Alberti

La prima edizione del Premio Pietro Cesare Alberti dedicato ad una personalità del mondo dell’impresa, dell’arte, della cultura che si sia distinta per avere portato ai vertici internazionali lo stile italiano nel mondo, è stato assegnato a Lidia Bastianich, cuoca e scrittrice, italo-americana. La cerimonia di consegna è avvenuta Giovedì 11 luglio 2022 durante una cena al ristorante Al Colombo del patron Domenico Stanziani, alla presenza della Premiata e dei rappresentanti delle istituzioni patrocinanti e dei partner e sponsor. Durante la serata è avvenuta anche la presentazione del libro Alberti’s Day di Manuele Medoro e Claudio Nobbio. Romanzo sulla vita di Pietro Cesare Alberti (Venezia, 2 giugno 1608 Nuova Amsterdam, 9 novembre 1655) che è stato un viaggiatore italiano, emigrato nella colonia olandese di Nuova Amsterdam nel XVII secolo e per questo considerato il primo italoamericano.
La vicenda di Pietro Cesare Alberti è variamente riportata dalle fonti genealogiche americane. Alla serata hanno partecipato, tra il centinaio di presenti, anche alcune personalità di spicco: Ferruccio Gard, noto giornalista televisivo e quartato pittore astrattista; Claudio Ronco, medico neurologo di fama internazionale e docente all’università di Padova; Walter Brunello, manager dell’agroalimentare e già presidente di Buonitalia, agenzia del ministero della politiche agricole; Alessandro Martini, direttore di Marca Treviso, Giorgio Brugnara, maestro vetraio e autore del piatto-premio consegnato a Lidia Bastianich e Andrea Mazzanti, editore. Il 12 luglio 2022 alle 9,00 Lidia Bastianich è stata ricevuta prima dall’assessore alla cultura della Regione del Veneto, Cristiano Corazzari e a seguire dal Presidente Luca Zaia a Palazzo Balbi. La mattinata della premiata, accompagnata da Carlo Mazzanti direttore della rivista di affari internazionali Atlantis, promotrice del premio insieme a Comune di Venezia, Regione del Veneto, Confindustria Venezia, Ristorante Al Colombo, ADI (Associazione Direttori d’Albergo), Salvadori spa e SKAL, è proseguita con l’incontro a Ca’ Farsetti, con la presidente del Consiglio comunale di Venezia, Linda Damiano e dal consigliere Matteo Senno.
Lidia Matticchio Bastianich è nata a Pola il 21 febbraio 1947 quando ancora l'Istria era italiana, prima dell'annessione della città alla Jugoslavia. Nel 1956, nel quadro dell'esodo istriano, la famiglia Matticchio si trasferisce in maniera rocambolesca a Trieste. Nella città giuliana la famiglia si stabilisce in un campo profughi e i genitori di Lidia trovano occupazione presso una famiglia benestante, dove la madre Erminia lavora come cuoca e il padre Vittorio come autista. Pochi anni dopo, nel 1958, la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti. Si è sposata con Felice Bastianich nel 1966 (dal quale ha divorziato nel 1997) ed ha avuto due figli: Joseph e Tanya.
Specializzata in cucina italiana e italoamericana, ha scritto libri e condotto programmi televisivi di cucina fin dal 1998. Possiede diversi ristoranti in società con i figli. È stata ospite delle versioni statunitense e italiana di MasterChef. Dal 2014 al 2015 è stata giudice, con Bruno Barbieri e Alessandro Borghese, di Junior MasterChef Italia. Nell'ottobre 2020 viene pubblicato anche in Italia il suo libro "Il mio sogno americano" edito da Solferino. Nel novembre 2020 partecipa ai 100per100 Italian Talks per parlare dell'export agroalimentare Made in Italy nel post pandemia. Ha cucinato per due Papi, è proprietaria dell'Azienda Agricola Bastianich in Friuli Venezia Giulia, produttrice di vino, che quest'anno ha ospitato anche “Nonna Senti che Fame” con Anna Moroni.

Libri per il Mondo

I Coccodrilli impossibili, La tentazione autoritaria nel metaverso della politica italiana 

Questa è l'Italia impossibile che ha le radici nell'ur-fascismo come lo definì Umberto Eco. La tentazione proiettata sulle elezioni del 2023 è quella di un modo d’essere arrogante e autoritario, lontano anni luce dallo spirito critico, qualcosa che permane nel tempo, e assume forme nuove e abiti civili. Sono entrato come avatar nel metaverso, nello spazio tridimensionale per esplorare la politica italiana che si prepara al voto forse più drammatico del dopoguerra. Ho visto cose di un mondo-altro. Anzi dell'altro-mondo. Come in Matrix, l’unica reale possibilità di salvezza alle elezioni dell'anno prossimo è un errore di sistema, una variabile non prevista e non prevedibile dai creatori di questa follia politica.

L’incipit: Berlusconi presidente della Repubblica è la notizia impossibile che spopola sui giornali soprattutto i suoi, sulle televisione soprattutto le sue e sui social, non suoi ma condizionati dal delirio mediatico costruito attorno al lui. È la metafora della nuova impossibile Italia caratterizzata dalla restaurazione autoritaria pompata dal senso dominante di un pensiero unico che rimbalza sulla piattaforma virtuale tricolore del metaverso. Da culla della libertà di espressione siamo diventati intolleranti verso opinioni dissenzienti, il dubbio è stato messo al bando, ondate di livore si scatenano contro chi non si allinea e la pensa diversamente. Così, dopo il virus e le bombe in Ucraina si sta configurando una impossibile Nazione assuefatta psicologicamente ad uno stato di emergenza infinito, economicamente stremata , culturalmente appiattita senza contraddittorio, frustrata dal voto popolare reclamato ma mai concesso dal presidente Mattarella (col Covid non si può votare), prigioniera di un parlamento impossibile che non rappresenta nessuno. Una vergogna.

 

L’autore e il prefatore.

Giuliano Ramazzina 

Rodigino, 70 anni, giornalista professionista dal 1982. Scrive come collaboratore de Il Resto del Carlino, giornale per il quale ha ricoperto il ruolo di vice caporedattore. Inoltre collabora col portale Venezie Post. Ha al suo attivo varie pubblicazioni di cultura politica e costume. È del 2008 ‘Dalla fine della DC alla svolta bipolare’ pubblicato da Mazzanti editori, mentre nel 2013 è uscito per Marcianum Press ‘Muoia Sansone ma non i dorotei - L’Italia degli irrottamabili’. A quattro mani con lo psichiatra Alessandro Meluzzi ha pubblicato nel 2017 ‘I Dorostellati- psicopolitica all’Italiana dalla DC e Grillo’, sempre per Marcianum Press. Nel 2018 per Edizioni ZeroTre ha pubblicato ‘Nordexit-La fine di un mito economico al tempo della Lega padrona’, una raccolta di articoli apparsi sul Venezie Post. Due le sue pubblicazioni uscite nel 2021: l’antologia ‘Ecco il sol che ritorna, ecco sorride - La prossima normalità dopo la pandemia’ scritto e curato con Valentina Noce, vice presidente del Teatro Stabile del Veneto, edito da Marcianum Press e ‘I racconti del riso’ scritto e curato assieme a Mauro Mazza, ex direttore di Rai Uno e del Tg2, edito da ‘Edizioni ZeroTre’. Fa parte del comitato scientifico della Fondazione Sullo-DC ed è componente del comitato promotore della Fondazione Belvedere di Trento.

 

Massimo de’ Manzoni 

Veronese, 64 anni, sposato, due figli. Laureato in lingue e letterature straniere, giornalista professionista dal 1988, ha iniziato la carriera all’Arena di Verona, dove è diventato capo- cronista. Nel 1997 è passato al Giornale, dove è stato prima caporedattore centrale e poi vicedirettore esecutivo. Dal 2011 al 2016 è stato vice-direttore vicario di Libero. Poi, nel settembre 2016, ha fondato con Maurizio Belpietro il quotidiano La Verità, di cui è condirettore. 

 

Sommario