2/2019

VIAGGIARE SICURI

Consigli agli italiani 

in viaggio

 

Prima di partire per l’estero

• Informatevi

• Informateci 

• Assicuratevi

 

Informatevi

Il sito www.viaggiaresicuri.it, curato dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’ACI, fornisce informazioni quanto più aggiornate possibile su tutti i Paesi del mondo.

Nella pagina del Paese dove intendete recarvi appare in primo piano un AVVISO PARTICOLARE con un aggiornamento sulla situazione corrente, in particolare su specifici problemi di sicurezza, fenomeni atmosferici, epidemie, ecc.

Oltre all’Avviso Particolare è disponibile la SCHEDA INFORMATIVA, che fornisce informazioni aggiornate sul Paese in generale, con indicazioni sulla sicurezza, la situazione sanitaria, indicazioni per gli operatori economici, viabilità e indirizzi utili.

Ricordatevi di controllare www.viaggiaresicuri.it 

anche poco prima della vostra partenza perché le situazioni di sicurezza dei Paesi esteri e le misure normative e amministrative possono variare rapidamente: sono dati che aggiorniamo continuamente.

Potete acquisire le informazioni anche attraverso la Centrale Operativa Telefonica dell’Unità di Crisi attiva tutti i giorni (con servizio vocale nell’orario notturno):

• dall’Italia 06-491115

• dall’Estero +39-06-491115

 

Informateci

Prima di partire potete anche registrare il vostro viaggio sul sito www.dovesiamonelmondo.it indicando le vostre generalità, l’itinerario del viaggio ed un numero di cellulare. Grazie alla registrazione del vostro viaggio, l’Unità di Crisi potrà stimare in modo più preciso il numero di italiani presenti in aree di crisi, individuarne l’identità e pianificare gli interventi di assistenza qualora sopraggiunga una grave situazione d’emergenza.

Tutti i dati vengono cancellati automaticamente due giorni dopo il vostro rientro e vengono utilizzati solo in caso d’emergenza per facilitare un intervento da parte dell’Unità di Crisi in caso di necessità.

Oltre che via internet, potete registrarvi anche con il vostro telefono cellulare, inviando un SMS con un punto interrogativo ? oppure con la parola AIUTO al numero 320 2043424, oppure telefonando al numero 011-2219018 e seguendo le istruzioni.

 

Assicuratevi

Suggeriamo caldamente a tutti coloro che sono in procinto di recarsi temporaneamente all’estero, nel loro stesso interesse, di munirsi della Tessera europea assicurazione malattia (TEAM), per viaggi in Paesi dell’UE, o, per viaggi extra UE, di un’assicurazione sanitaria con un adeguato massimale, tale da coprire non solo le spese di cure mediche e terapie effettuate presso strutture ospedaliere e sanitarie locali, ma anche l’eventuale trasferimento aereo in un altro Paese o il rimpatrio del malato, nei casi più gravi anche per mezzo di aero-ambulanza.

In caso di viaggi turistici organizzati, suggeriamo di controllare attentamente il contenuto delle assicurazioni sanitarie comprese nei pacchetti di viaggio e, in assenza di garanzie adeguate, vi consigliamo fortemente di stipulare polizze assicurative sanitarie individuali.

È infatti noto che in numerosi Paesi gli standard medico-sanitari locali sono diversi da quelli europei, e che spesso le strutture private presentano costi molto elevati per ogni tipo di assistenza, cura o prestazione erogata. Negli ultimi anni, la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie (DGIT) ha registrato un aumento esponenziale di segnalazioni di casi di italiani in situazioni di difficoltà all’estero per ragioni medico-sanitarie.

Occorre ricordare che le Rappresentanze diplomatico-consolari, pur fornendo l’assistenza necessaria, non possono sostenere nè garantire pagamenti diretti di carattere privato; soltanto nei casi più gravi ed urgenti, esse possono concedere ai connazionali non residenti nella circoscrizione consolare e che versino in situazione di indigenza dei prestiti con promessa di restituzione, che dovranno essere, comunque, rimborsati allo Stato dopo il rientro in Italia.

Per ottenere informazioni di carattere generale sull’assistenza sanitaria all’estero, si rinvia al sito del Ministero della Salute, evidenziando in particolare il servizio “Se Parto per…” che permette di avere informazioni sul diritto o meno all’assistenza sanitaria durante un soggiorno o la residenza in un qualsiasi Paese del mondo.

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In questo numero

Serena Antoniazzi

Autrice

 

Giusy Criscuolo

Collaboratrice di Report Difesa

 

Domenico Letizia

Analista geopolitico per l’Istituto di Ricerca 

di Economia e Politica Internazionale (IREPI).

 

Riccardo Palmerini

Ricercatore

 

Stefania Schipani

Ricercatrice Istat. Laureata in Scienze Politiche indirizzo Internazionale. 

Specializzata in Economia ambientale, collabora con l’Università di Tor Vergata

 

Luca Tatarelli

Giornalista. Direttore Responsabile della rivista 

on line www.reportdifesa.it

 

Giulio Terzi di Sant’Agata

Ambasciatore ed ex Ministro degli Esteri

 

Annalisa Triggiano

Ricercatrice

 

Appuntamenti nel Mondo

Anniversario dell’Allunaggio 

20 luglio

Si celebra in tutto il mondo il cinquantesimo anniversario dell’impresa da parte dell’uomo (l’astronauta Neil Armstrong) di avere messo piede sul nostro satellite.

 

Settantaquattresima Assemblea Generale dell’ONU 

17 settembre

I rappresentanti dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite si incontrano nella sede di New York per fare, fino al 30 settembre, il punto sulle relazioni internazionali.

 

Elezioni Parlamentari in Grecia 

20 ottobre

Si tengono nel Paese ellenico le elezioni per il rinnovo del Parlamento.

 

Elezioni federali in Canada 

21 ottobre

In Canada si elegge il 43/o Parlamento

 

Elezioni Presidenziali in Argentina 

27 ottobre

Voto presidenziale in Argentina con eventuale ballottaggio il 24 novembre successivo.

 

Rinnovo di tutti i vertici istituzionali europei 

31 0ttobre

Data ultima per il rinnovo dei vertici europei. Scade il mandato quinquennale del Presidente della Commissione Europea e anche quello della BCE (Banca Centrale Europea), incarico ricoperto per otto anni dall’italiano Mario Draghi.

 

Ricorrenze in Nove: L’Ara Pacis Augustae a Roma

L’Ara Pacis Augustae a Roma

 

“Quando tornai a Roma dalla Gallia e dalla Spagna, sotto il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, portate felicemente a termine le imprese in quelle province, il Senato decretò che si dovesse consacrare un’ara alla Pace augustea nel Campo Marzio e ordinò che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero ogni anno un sacrificio”.

È’ con queste parole che Augusto nelle Res Gestae, suo testamento spirituale, ci ha tramandato la volontà del Senato di costruire un altare alla Pace, a seguito delle imprese da lui portate a termine a nord delle Alpi tra il 16 e il 13 a.C., tra cui l’assoggettamento dei Reti e dei Vindelici, il controllo definitivo dei valichi alpini, la visita alla Spagna finalmente pacificata, la fondazione di nuove colonie e l’imposizione dei nuovi tributi.

La dedicatio dell’Ara Pacis, la sua inaugurazione, ebbe luogo il 30 gennaio del 9 a.C.

Sembra, stando alla testimonianza dello storico Cassio Dione (LIV, 25.3), che in un primo momento il Senato avesse proposto di edificare l’altare all’interno della sua stessa sede, la Curia, ma l’idea non ebbe seguito e fu preferito il Campo Marzio settentrionale, di recente urbanizzazione. L’altare dedicato alla pace veniva così a trovarsi, non a caso, al centro del vasto pianoro sul quale tradizionalmente si svolgevano le manovre dell’esercito, della cavalleria e, in tempi più recenti, le esercitazioni ginniche della gioventù romana.

Questo monumento rappresenta una delle più significative testimonianze pervenuteci dell’arte augustea ed intende simboleggiare la pace e la prosperità raggiunte come risultato della Pax Romana.

 

La Pax Romana

Pax Romana è espressione attestata per la prima volta in Seneca (De providentia IV, 14), poi divenuta usuale per indicare il concetto della dominazione romana sul mondo intesa come garanzia di universale pace e concordia.

la Pace in senso stretto, è la condizione contraria allo stato di guerra, con riferimento a nazioni, che, regolando i propri rapporti reciproci secondo comuni accordi senza atti di forza, possono attendere al normale sviluppo della loro vita economica, sociale, culturale.

In diritto internazionale, gli atti relativi al ristabilimento della Pace. sono le proposte, i preliminari, le conferenze, i trattati e i dettati di pace. Le proposte di Pace sono gli atti con cui uno Stato belligerante informa uno Stato nemico della sua intenzione di porre termine alla guerra fra essi esistente, e lo invita, direttamente o tramite una potenza neutrale, a fargli conoscere a quali condizioni sarebbe disposto a restaurare la pace. I preliminari di Pace sono gli accordi fra due Stati in guerra per fissare i criteri fondamentali che informeranno la restaurazione fra essi di rapporti pacifici. Contengono, quindi, il reciproco impegno degli Stati stessi a concludere, a breve scadenza, un trattato di Pace in conformità a tali principi. Le conferenze della Pace sono riunioni degli organi di Stati convocate per raggiungere accordi intesi al mantenimento e al rafforzamento della p. mercé la creazione di istituzioni internazionali di varia natura, oppure per porre termine a uno stato di guerra tuttora esistente, elaborando e concludendo uno o più trattati di pace. Sono del secondo tipo tutte le riunioni (denominate conferenze, ovvero congressi) convocate per cercare di restaurare la pace turbata da conflitti estesi a una pluralità di Stati. Il trattato di pace è un accordo internazionale con il quale due o più Stati convengono di porre termine allo stato di guerra già esistente fra essi, accordo che, anche se concluso fra più Stati, è di solito bilaterale: intercorre, cioè, fra uno Stato o un gruppo di Stati già coalizzati da un lato, e lo Stato o i singoli Stati contro cui i primi erano in guerra dall’altro lato. Il dettato di Pace è un trattato di Pace che non è stato negoziato fra le parti contraenti, in quanto lo Stato vinto è stato tenuto estraneo alla sua elaborazione. Come dettati di Pace sono stati configurati i trattati del 1919 che posero fine alla Prima Guerra Mondiale (segnatamente, il trattato di Versailles), e quelli del 1947, conclusivi rispetto ad alcuni Stati (in particolare, per l’Italia) della Seconda Guerra Mondiale.

Focus Paese: Balcani

La via dei Balcani: 

la vera priorità estera dell’Italia

 

La regione dei Balcani torna al centro dell’attenzione mediatica europea, in particolare in Italia, successivamente alle recenti proteste in Albania che hanno suscitato una serie di approfondimenti legati alla realtà del paese. Albania, Macedonia, Montenegro e Serbia sono già candidati all’ingresso in UE, mentre Bosnia-Erzegovina e Kosovo lo potrebbero presto diventare. Le adesioni all’Alleanza Atlantica di Croazia, Slovenia, Albania, Montenegro, Romania e Bulgaria, nonché le pressioni date dal “processo di Berlino” per l’ingresso dei Balcani nell’Ue, stanno generando pressione nei confronti della Serbia, la quale, messa alle strette sia da ragioni militari che economico-politiche, dovrebbe lavorare al ripristino di normali relazioni diplomatiche nei confronti di Pristina. Recentemente, il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha dichiarato che “I paesi dei Balcani Occidentali sono indissolubilmente legati all’Ue dalla geografia, dalla storia e dall’economia. Sono già all’interno delle nostre frontiere e l’Unione non può essere completa senza di loro”. Chi ha lavorato molto al rafforzamento dei legami culturali e per l’implementazione della presenza delle imprese italiane e del “Made in Italy” nel Paese delle Aquile e in altri contesti balcanici è l’onorevole Nicola Ciracì. Inoltre, Ciracì, sta lavorando alla candidatura della città di Brindisi, naturale luogo simbolo per l’amicizia Italo/Albanese, come città sede di iniziative culturali ed economiche da realizzare nel 2019, con la disponibilità dell’Ambasciata e del governo Albanese. Nel tentativo di comprendere l’attualità balcanica e il rapporto con l’Italia e l’Europa, intervistiamo l’onorevole pugliese Nicola Ciracì. 

 

L’Albania ha un sistema produttivo simile a quello italiano, che ha radici essenzialmente sulle piccole e medie imprese. La compatibilità dei due sistemi costituisce un elemento di attrazione del flusso degli investimenti dall’Italia in un contesto di crescita positiva ed in aumento, basso costo del lavoro e della tassazione. Puoi raccontarci la tua esperienza con il Paese e la tua visione per il futuro?

Ho sempre notato una grande superficialità nei confronti dei Balcani da parte delle nostre istituzioni e della nostra politica. L’Albania è diventata la seconda patria per tantissime medie e piccole imprese del nostro paese, soprattutto meridionali, che nel paese delle aquile hanno trovato una tassazione e un mercato del lavoro favorevole, riuscendo a salvare il Made in Italy e l’eccellenza italiana . Tra le problematiche da affrontare abbiamo quello del credito bancario italiano in Albania, ancora  debole , burocratizzato e non a caso  spesso gli imprenditori scelgono linee di credito estere, come quelle austriache o tedesche. Inoltre, manca un registro o un’anagrafe delle imprese italiane nel paese presso la nostra ambasciata. Lo stesso roaming è un problema che nessuno cerca di risolvere Il vento sembra cambiato nelle ultime settimane, successivamente alle recenti proteste degli studenti e dell’opposizione, con un ritorno al centro dell’attenzione mediatica italiana dell’Albania che ora tutti scoprono . I numerosi imprenditori che conosco e lavorano in Albania amano questo paese e spesso non sono assistiti dalle nostre istituzioni, nonostante una loro presenza capillare . L’Albania è un ottimo laboratorio economico e commerciale per i nostri imprenditori e tale elemento dovrebbe divenire centrale nelle scelte di politica estera del nostro governo anche perché di fatto con l’Albania poniamo un freno alla delocalizzazione delle aziende che in questo modo conservano il loro know-how tricolore. Il dato certo è che la nostra politica estera è lenta e per fortuna le imprese sono molto più dinamiche e veloci. 

 

Recentemente si è discusso molto di Albania per le proteste contro il governo da parte di una fetta dell’opposizione scesa in piazza contro Edi Rama e la corruzione. Quale è la tua visione di ciò che è accaduto?

L’Italia sta commettendo un grande errore nell’inseguire la “Via della Seta”, invece di seguire la via dei Balcani (già una porta aperta), sostenere e osservare l’Albania. E’ indubbio che la corruzione è presente in Albania, come in molti paesi europei. C’è un problema di sicurezza che riguarda anche il nostro approccio alla geopolitica: l’Albania lavora alla lotta al narcotraffico, anche grazie alla presenza della nostra GdF, e al contrasto alla tratta dei migranti. Come confermato dall’ambasciata statunitense nel paese molto è stato fatto ma restano ancora numerose criticità da superare. I nostri imprenditori trovano facilità in Albania sia culturalmente, che con la lingua, gli albanesi parlano quasi tutti l’italiano (cito l’ottimo lavoro svolto in questi mesi dal sottosegretario Guglielmo Picchi che ha la delega per la valorizzazione della nostra lingua all’estero e l’Istituto di Cultura italiano) e compito delle nostre istituzioni è quello di non perdere la propria centralità nell’area. Ritengo essenziale riprendere un percorso politico serio con il paese, attraverso la sottoscrizione comune di protocolli. Bisogna intensificare i nostri rapporti e auspico che il ministro Salvini voglia affrontare con urgenza tale questioni, magari con una missione istituzionale e di governo nel paese, poiché è da tanto tempo che un ministro dell’interno non visita il paese balcanico. Auspico l’intensificazione di protocolli singoli riguardanti i capitoli giustizia. Va ricordato che l’Italia ha dato un grandissimo contributo alla riforma della giustizia in Albania, riforme che non sono ancora complete. In Albania, ad esempio, manca la Corte Costituzionale e molto lavoro ha svolto l’ANAC con le istituzioni giuridiche albanesi nel tentativo di riformare la macchina giudiziaria dell’Albania. Il lavoro svolto è importante ma manca la realizzazione concreta e questo rimane un macigno sulla via dell’adesione UE . Dal punto di vista politico, l’Italia dovrebbe porre l’Albania e i Balcani tra le priorità della nostra politica estera. Attualmente, in Albania troviamo una situazione, forse, unica al mondo. Una maggioranza che ha vinto le elezioni ed è legittimata a governare e a gestire e un’opposizione che ha abbondonato il parlamento per denunciare un sistema senza Check end Balance. Una protesta che è diventata extraparlamentare e si riversa in piazza deve suscitare preoccupazione. Il nostro paese dovrebbe assumersi la responsabilità di divenire protagonista del dialogo tra maggioranza e opposizione in Albania, ponendo la questione politica del paese al centro del dibattito. In gioco vi è l’adesione all’Unione Europea e le stesse prospettive future della nostra Europa che ha bisogno dei Balcani come il pane se vuole frenare l’invasione soprattutto di merci e tecnologia cinese e turca. Anche la cooperazione culturale è molto importante e voglio ricordare la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra il Conservatorio di Musica pugliese Tito Schipa e l’Università delle arti di Tirana, esempio di collaborazione culturale concreta che ho sostenuto e animato. 

 

Molto legato all’Albania è il Kosovo, altra realtà estremamente interessante per l’Italia e l’Europa. Puoi spiegarci i rapporti e le prospettive che intravedi nell’immediato futuro?

Il progetto dell’Italia deve essere quello di far entrare i giovani albanesi, kosovari e balcanici in Europa, anche perché le giovani generazioni con il pensiero e lo stile di vita quotidiano già si sentono europei. Il Kosovo è un paese che conosciamo poco e quando analizziamo tale paese è per ricordi tristi e cupi della nostra storia. Oggi molto è cambiato, il paese ha un esercito riconosciuto, una nazionale di calcio importante, alcuni dei cantanti più famosi al mondo e un’economia frizzante per l’imprenditoria, si pensi all’importanza del vino in Kosovo. Un paese che inizia ad avere riconoscimenti internazionali importanti. Nuovamente, il gioco dell’Italia è importante. Siccome i rapporti con la Serbia sono quasi totalmente interrotti con le barriere doganali, per l’Italia il paese è un mercato importantissimo che insieme all’Albania potrebbe rappresentare una rinascita della logistica del nostro paese e una nuova linfa commerciale per i porti del nostro meridionale. Non va dimenticato che i cinesi hanno già acquisito l’aeroporto di Tirana e dobbiamo evitare che insieme ai turchi siano i nuovi protagonisti anche in Kosovo. Essenziale è il ruolo della nostra diplomazia ed è un obbligo del nostro governo accelerare i rapporti diplomatici e politici con il Kosovo pensando ai vantaggi che tali rapporti potrebbero generare per i nostri imprenditori meridionali. 

 

Il Parlamento greco ha approvato uno storico accordo con la Repubblica di Macedonia in base al quale d’ora in poi quest’ultima si chiamerà ufficialmente “Repubblica di Macedonia del Nord”. Che prospettive geopolitiche provengono dall’area? 

Quella della Macedonia è finalmente una questione risolta. Sono favorevolissimo all’entrata del paese in Unione Europa per i numerosi vantaggi che potrebbe generare anche per il circuito commerciale delle nostre imprese. Dopo l’approvazione del nuovo nome, la speranza è di avere via libera per i negoziati in seguito al progresso continuo e ai risultati tangibili dimostrati dalla Macedonia del Nord. La Macedonia del Nord viene incoraggiata a proseguire sulla via delle riforme giudiziarie, la lotta alla criminalità organizzata e la riforma dei servizi segreti come anche della pubblica amministrazione e in tali settori il contributo dell’Italia dovrebbe essere massimo. Il fatto che la Francia abbia delle perplessità su tale integrazione dovrebbe essere motivo in più per un vero protagonismo italiano nella regione. Inoltre, non sottovalutiamo l’importanza dei lavori legati al “Macedonian Energy Forum”. Il Forum sull’energia macedone è organizzato attorno ai temi della transizione energetica globale, delle nuove fonti, l’efficienza energetica e le sfide della regione dell’Europa sud-orientale verso le tendenze energetiche globali e anche in questo caso l’Italia dovrebbe essere protagonista. Il protagonismo dei Balcani è importante per l’Italia ed è essenziale esserci. 

 

Il tracciato del TAP, il gasdotto dell’Azerbaigian, attraverso l’Albania prevede circa 215 chilometri sulla terra ferma e 37 chilometri offshore all’interno delle acque territoriali albanesi. Il tracciato interessa anche l’economia della Grecia e altre realtà dei Balcani. Opportunità per le imprese albanesi e per quelle italiane. Possiamo approfondire tale rapporto?

Sono sempre stato favorevole al Tap e alle importanti conseguenze energetiche per il nostro paese. In Albania ho incontrato personalità pubbliche sorprese dall’atteggiamento italiano nei confronti del TAP. Nel paese delle aquile i lavori sono già ultimati, mentre in Italia non si riesce a cogliere l’importanza del progetto dell’Azerbaigian, altro paese che ho visitato e con i quali ho costato, anche durante un mio incontro con il presidente dell’Azerbaigian Aliyev, gli ottimi rapporti politici con la nostra penisola. Dobbiamo puntare alla nostra indipendenza energetica e non dimenticare che paesi quali la Germania si apprestano a divenire veri e propri hub energetici Le politiche di Berlino rischiano di costarci già quest’anno un aggravio di mezzo miliardo di euro sulla bolletta energetica. Per l’Italia l’unica speranza rimane quella di importare gas da altre rotte: la realizzazione di Tap che porterà gas dall’Azerbaigian e di EastMed pensato per trasportare in Europa le risorse scoperte nell’offshore del Mediterraneo Orientale di Cipro e Israele, potrebbero essere risolutive per tentare di diversificare le forniture e affrancarsi parzialmente dalla “tenaglia” di Russia e Germania.  L’Italia deve divenire, a mio avviso, il paese del “Sì”, creando le condizioni, vista la nostra centralità nel Mediterraneo e la vicinanza ai Balcani, di divenire un hub energetico per l’intera Europa e non possiamo permetterci di perdere anche questa sfida globale. 

 

Malattie nel Mondo: Meningite

Meningite

 

La meningite è un’infiammazione delle membrane (meningi) che avvolgono cervello e midollo spinale; può avere complicanze molto gravi.

La meningite riconosce principalmente cause infettive, ma esistono anche meningiti non infettive (es. da farmaci, da neoplasia).

La forma di natura infettiva può essere virale, batterica o fungina:

- la meningite virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell’arco di 7-10 giorni. Gli agenti patogeni più frequenti sono herpesvirus ed enterovirus

- la meningite batterica è più rara ma estremamente più grave e può avere anche conseguenze fatali

- la meningite da funghi o miceti si manifesta soprattutto in persone con deficit della risposta immunitaria e può rappresentare un pericolo per la vita

Il periodo di incubazione della meningite varia a seconda del microorganismo causale. 

Nel caso di meningite virale, esso va dai 3 ai 6 giorni, per la forma batterica dai 2 ai 10 giorni.

La malattia è contagiosa solo durante la fase acuta dei sintomi e nei giorni immediatamente precedenti l’esordio.

 

I microrganismi più frequentemente causa di meningiti batteriche sono tre:

Neisseria meningitidis (meningococco) è un ospite frequente delle prime vie respiratorie. Dal 2 al 30% della popolazione sana alberga meningococchi nel naso e nella gola senza presentare alcun sintomo e questa presenza non è correlata ad un aumento del rischio di meningite o di altre malattie gravi. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie e la principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi, infatti, la malattia è trasmessa da persone con malattia clinicamente manifesta.

Esistono 6 diversi sierogruppi di meningococco responsabili di patologie gravi nell’uomo: A, B, C, W-135, Y e, raramente, X.

In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi sono gli stessi delle altre meningiti ma, nel 10-20% dei casi, la malattia ha un andamento rapido ed acuto, a decorso fulminante, che può portare al decesso in poche ore, anche in presenza di una terapia adeguata. I malati sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall’inizio della terapia antibiotica; la contagiosità è, comunque, bassa e i casi secondari sono rari. In presenza di meningite è indicata la profilassi antibiotica dei contatti stretti. Nel caso di malattia invasiva da meningococco sono considerati contatti stretti coloro che, nei 7 giorni precedenti: 

- abbiano condiviso l’abitazione o un ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza) o lo stesso mezzo di trasporto per viaggi di alcune ore

- abbiano dormito nella stessa casa o mangiato allo stesso tavolo del malato

- abbiano avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli) o abbiano avuto contatti ravvicinati (per esempio in condizioni di sovraffollamento o in discoteca)

- siano stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca).

La sorveglianza sanitaria dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre o altri sintomi suggestivi, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi e per impedire la trasmissione del batterio ad altri individui. In presenza di un caso di malattia da meningococco, il periodo della sorveglianza sanitaria è di 10 giorni dall’esordio dei sintomi nel paziente.

Streptococcus pneumoniae (pneumococco) è l’agente più comune di malattia batterica invasiva. Oltre alla meningite e alla sepsi, può causare polmonite o infezioni delle prime vie respiratorie ed è frequentemente causa di otite. Come il meningococco, si trasmette per via respiratoria, ma lo stato di portatore è molto comune (5-70% della popolazione adulta). Le meningiti e le sepsi da pneumococco si presentano in forma sporadica e non è indicata la profilassi antibiotica per chi è stato in contatto con un caso, poiché non si verificano di norma focolai epidemici.

 

Haemophilus influenzae (emofilo o Hi) era, fino alla fine degli anni novanta, la causa più comune di meningite nei bambini fino a 5 anni di età. Con l’introduzione della vaccinazione contro il sierotipo “b” (Hib) i casi di meningite e di sepsi, causati da questo batterio, si sono ridotti moltissimo. In caso di meningite o sepsi è indicata la profilassi antibiotica dei contatti stretti e in particolare dei conviventi, sebbene il rischio di un secondo caso dopo quello indice sia molto basso.

I principali fattori di rischio della meningite batterica sono:

- l’età: la malattia colpisce soprattutto i bambini e le persone anziane. Il meningococco colpisce anche i giovani

- la stagione: le malattie batteriche invasive sono più frequenti tra l’inizio dell’inverno e la fine della primavera (stagione fredda)

- la vita in comunità: persone che vivono o lavorano in ambienti comuni, come gli studenti nei dormitori universitari o i militari in caserma, hanno un rischio più elevato di contrarre meningite da meningococco e da Hi

- il fumo e l’esposizione al fumo passivo

- alcune patologie di base (tra cui le immunodeficienze) e altre infezioni delle prime vie respiratorie, possono aumentare il rischio di malattia meningococcica. Soggetti affetti da anemia falciforme, asplenia funzionale o anatomica, HIV, immunodeficienze congenite o acquisite, gravi cardiopatie, malattie polmonari croniche, gravi epatopatie, diabete insulino dipendente, fistole liquorali sono ad aumentato rischio di malattia da pneumococco. Le immunodeficienze sono i principali fattori di rischio per le infezioni da Hi.

Economia Mondiale: il Progetto Grani Antichi

I grani antichi della Tunisia la cooperazione economica alimentare tra Italia e Tunisia.

La gastronomia e le eccellenze alimentari del Nord Africa appaiono generalmente abbastanza uniformi ad una prima analisi. In realtà, sono innumerevoli i prodotti tipici del Nord Africa e della Tunisia. La particolarità che risalta di più è quella di essere una cucina molto speziata e piccante. Il peperoncino figura ai primi posti tra gli ingredienti della Tunisia. Questa cucina oltre ad essere speziata, ha anche una variante considerevolmente dolce: il miele e lo zucchero entrano nella preparazione di molte ricette, sia a base di carne che di legumi. Nell’area vengono prodotti e consumati molti ortaggi: pomodori, melanzane, carciofi, cetrioli. Non manca un repertorio ricco di frutta come arance, mandarini, banane e pistacchi. Anche il grano, il frumento e le famiglie di grano poligonacee rappresentano un’eccellenza del territorio. Il paese nordafricano è già al centro degli interessi e degli scambi culinari con la nostra penisola. Nel 2018, la Settimana della Cucina Italiana in Tunisia è stata l’occasione per mettere in luce la vicinanza tra Italia e Tunisia anche in termini gastronomici, considerate le radici comuni delle tradizioni culinarie. Il tema principale di tale edizione è stato quello della “Dieta Mediterranea”, il modello alimentare sostenibile dal punto di vista economico e ambientale  e al centro di dibattito sulla sua efficacia per la salute umana. Inoltre, l’interesse dell’Italia in Tunisia in ambito agricolo ha caratterizzato anche la fine degli anni ’90. Nell’intento di rafforzare gli scambi nel campo della cultura, della scienza e della tecnologia e di contribuire per tale via all’approfondimento dei legami di amicizia fra i due Paesi, la Commissione Mista concordò con le autorità tunisine, il Programma di cooperazione culturale, scientifica e tecnologica per gli anni 2005-2007 con progetti anche in ambito alimentare. D’altronde sono innumerevoli gli scambi tra la Tunisia, l’Italia e l’Europa. L’Unione Europea resta, di gran lunga, il principale partner della Tunisia fornendo più dei tre quarti degli arrivi turistici ma anche per quanto riguarda le opportunità di esportazione, gli investimenti diretti esteri nonché per le rimesse dall’estero di circa 700.000 tunisini residenti in Europa. La crescita in Tunisia si attestò al 3% nel 2009 e al 3.7% nel 2010. L’Italia si confermò anche nel  2011, in occasione della rivoluzione, il secondo paese in graduatoria tra i fornitori di merci della Tunisia con una quota di mercato del 15.84%, di poco inferiore a quella della Francia, da sempre primo fornitore del paese. Attualmente, le autorità tunisine hanno stabilito diversi obiettivi nel piano di sviluppo quinquennale 2016-2020. Tra quelli di carattere socio-economico, prioritari sono i progetti di sviluppo umano e l’inclusione sociale che corrispondono a migliorare le condizioni di vita dei tunisini e a rilanciare le politiche sociali, ma anche la realizzazione di ambizioni regionali e federali, elementi che hanno caratterizzato la rivoluzione del 2011. L’obiettivo è, infatti, quello di rafforzare le capacità delle regioni e migliorare la loro attrattività, ridurre le disparità così come il decentramento e l’incentivo dell’occupazione. Ciò comporta, necessariamente, lo sviluppo e l’adeguamento del sistema di finanziamento dello sviluppo regionale. L’istituzione dell’economia verde, lanciata dalle autorità del paese africano, che guida lo sviluppo sostenibile, è tra i punti cardine del piano di sostegno economico tunisino. Attraverso l’attuazione di progetti di sviluppo concreti, è possibile raggiungere questi obiettivi. Tali progetti possono assumere la forma di progetti comunitari o sociali che generalmente corrispondono alla costruzione di centri sanitari o scuole e spesso sono finanziati da donazioni, progetti generatori di reddito o produttivi come la costruzione di infrastrutture, industrie e centrali elettriche. Per la realizzazione dei progetti per il periodo 2016-2020, e raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico e sociale stabiliti dalla Rivoluzione, risulta essenziale mobilitare finanziamenti, in particolare, quelli internazionali. Durante i lavori della Conferenza internazionale per gli investimenti “Tunisia 2020” sono stati formulati programmi e impegni assunti dagli Stati partner e dai donatori che giungono a rappresentare un importo economico complessivo di oltre 34 miliardi di dinari. Alla già citata conferenza internazionale “Tunisia 2020” è stato assunto un impegno di 365,5 milioni di euro in quattro anni, per l’attuazione delle politiche e dei programmi previsti dal “Piano di sviluppo 2016- 2020”.

I rapporti economici e il settore agricolo in Tunisia. 

L’agricoltura è il settore primario nel paese nordafricano. Le principali produzioni sono cereali, frumento, orzo e varie colture largamente esportate: olivo, tra i primi produttori mondiali di olio al mondo, vite, pomodori, frutta. Particolarmente pregiati sono i datteri del Sud. Intorno al Golfo di Hammamet si coltivano gli agrumi, nella regione di Sfax il mandorlo. Invece, sui rilievi settentrionali si produce il sughero. L’allevamento è prevalentemente ovino. I principali prodotti della pesca sono i tonni e le sardine. La Tunisia raffigura un ponte per l’Italia sul Mediterraneo, una piattaforma produttiva naturale per le imprese italiane impegnate a diversificare le proprie attività e penetrare nei mercati nel Maghreb, dell’Africa subsahariana e del Golfo. I vantaggi comparati della Tunisia per le nostre imprese sono costituiti dalla vicinanza geografica con importanti mercati in Europa e Africa, la manodopera professionalizzata e la presenza di filiere produttive competitive. L’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia con un interscambio bilaterale nell’anno 2017 intorno ai 5,6 miliardi di euro e un saldo in attivo. Il secondo cliente e il primo fornitore della Tunisia, con una quota di mercato del 15,5%. La presenza economica italiana in Tunisia è attiva e dinamica, potendo vantare oltre 850 società. Le imprese italiane installate in Tunisia impiegano oltre 60mila persone e rappresentano quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera. La maggior parte delle imprese italiane è concentrata nella Grande Tunisi e nelle regioni costiere ed esiste un elevato grado di integrazione tra le imprese italiane presenti in Tunisia. A settembre 2016 è stata adottato un nuovo Codice degli Investimenti per aumentare l’attrattività economica del Paese attraverso la rimozione degli ostacoli amministrativi. Secondo la nuova normativa l’accesso al mercato è generalmente libero tranne che per alcune specifiche attività per le quali è obbligatoria una certificazione specifica. Dall’ottobre 2015 è in corso un negoziato per un Accordo più completo (ALECA/DCFTA) per un’ulteriore integrazione delle due economie attraverso un’armonizzazione della normativa tunisina all’UE, la graduale rimozione di tutti gli ostacoli tariffari e l’apertura dei servizi. Inoltre, il paese costituisce una potenziale “piattaforma” per l’approccio ai mercati contigui, grazie agli accordi multilaterali esistenti con i Paesi dell’Unione del Maghreb Arabo. L’importante Accordo di Agadir, stipulato tra Tunisia, Marocco, Egitto e Giordania prevede la libera circolazione di beni, tra i quattro Paesi firmatari. Importante sottolineare che nel luglio 2018, per rafforzare il suo ruolo di “hub”, la Tunisia è divenuta membro del Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale. Il paese è un “hub” perfetto per la formulazione di progetti internazionali in ambito agrario e agroindustriale, valorizzando le eccellenze locali e sostenendo programmi di sviluppo sostenibile. Altro aspetto specifico del settore alimentare all’interno dell’economia tunisina, visti i risultati positivi di crescita raggiunti negli ultimi anni, è il settore lattiero-caseario che offre notevoli opportunità di investimento attuabili a diversi livelli: 

- fornitura di attrezzature per la mungitura e per il raffreddamento del latte; 

- fornitura di mangimi e foraggi; 

- fornitura di attrezzature per impianti 

  della lavorazione e conservazione del latte; 

- fornitura di materie prime per la lavorazione  

  agroalimentare. 

Il settore lattiero-caseario costituisce uno dei maggiori punti di forza dell’agricoltura e dell’industria della trasformazione alimentare tunisina. L’allevamento di bestiame da latte è gestito sia dai piccoli allevatori che da aziende agricole più grandi, le cosiddette SMVDA (Sociétés de mise en Valeur des Domaines Agricoles).  L’allevamento costituisce una delle voci più importanti del settore agricolo tunisino con una produzione di ben 29 chilogrammi di carne pro-capite. I principali tipi di allevamento sono bovino, caprino e ovino. L’allevamento dei bovini è particolarmente sviluppato al nord ed al centro; così come per la produzione lattiera anche in questo settore accanto ai piccoli allevatori ritroviamo le SMVDA.  

 

I cereali in Tunisia 

Il settore cerealicolo trae beneficio dai sussidi governativi che supportano i produttori. Nel 2004, i sussidi sono costati allo stato 176 milioni di Dinari, in calo rispetto ai 30 Dinari per persona del 1989. I cereali costituiscono il 13% della produzione agricola del paese. Rappresentano un alimento di base in Tunisia, fornendo il 54% dell’apporto calorico e il 64% dell’apporto proteico necessario. Il consumo annuale pro capite è di circa 181 kg, di cui il 51% di grano duro e 41% di grano tenero. I cereali costituiscono in media il 16% del consumo alimentare e il 6% della spesa totale di un tunisino. Di questa produzione cerealicola, il 60% è di grano duro, il 25% di orzo, ed il 13% di grano tenero. La produzione è concentrata nel nord del paese. Tra il 1987 ed il 2003, il 70% della produzione proveniva dal nord (11,2 milioni di quintali) usando il 55% del territorio adibito a cereali (860.000 ettari). In Tunisia ci sono 240.000 aziende cerealicole e di queste il 43% è concentrato nel nord del paese. La superficie media delle aziende cerealicole è di 8 ettari, mentre la media nazionale è di 6 ettari. Tra il 1996 ed il 2005, gli organismi statali dell’Offices des Cereales e Cooperatives Centrales hanno raccolto 8,4 milioni di quintali di cereali, incluso le sementi, che costituiscono il 50% della produzione totale, di cui il 94% è prodotto nel nord del paese. La Tunisia, tuttavia, non è autosufficiente in cereali, dato che importa fino al 50% del grano. La produzione di grano duro copre il 72% del fabbisogno, quella di orzo il 62%, e quella di grano tenero il 21%, con variazione a seconda delle precipitazioni. La percentuale di cereali nella produzione agraria è in media dell’11%. Di questa produzione cerealicola, il 60% è di grano duro, il 25% di orzo, ed il 13% di grano tenero. La produzione è concentrata nel nord del paese. Tra il 1987 ed il 2003, il 70% della produzione proveniva dal nord (11,2 milioni di quintali) usando il 55% del territorio adibito a cereali (860.000 ettari). L’Office des Cereales e Cooperatives Centrales possiede, per legge, il monopolio legale sulla raccolta e l’importazione di cereali. Nell’ambito di una progressiva liberalizzazione delle attività commerciali, al fine di incoraggiare l’iniziativa privata, dal 2005 le strutture professionali sono impegnate nell’attività di raccolta, formazione e sostegno ai produttori. Gli operatori privati si trovano nella maggior parte delle aree di produzione. L’ufficio dei cereali detiene il monopolio dell’importazione di grano per il consumo umano locale. Tuttavia, i mugnai importano grano, attraverso il regime di ammissione temporanea, per la trasformazione e per l’esportazione. Importatori privati hanno generato i primi acquisti di farina di soia e farina di mais nel 1995 e di orzo nel 2008. La produzione di grano duro biologico di qualità è un requisito essenziale per un buono sviluppo del mercato cerealicolo biologico in Tunisia. La sfida del paese è quella di soddisfare la domanda locale, valorizzando i prodotti interni. La Tunisia ha un patrimonio culinario di prodotti biologici da poter esportare in tutta Europa. L’opportunità è dovuta alla diffusione dei cereali biologici, alla vicinanza geografica della Tunisia con l’Europa e la qualità di alcune tipologie di grano duro dall’alto contenuto proteico. Per numerosi esperti economici, ciò può rappresentare un’opportunità per ridurre parzialmente il deficit delle importazioni di prodotti agroalimentari, incrementando le opportunità del mercato locale con prodotti ad alto valore nutrizionale. I mulini di farina, detenuti da organizzazioni e aziende private, forniscono una lavorazione del grano duro per l’estrazione della farina e della semola, principalmente per la trasformazione della farina in prodotti per pasticceria per il pane, la pasta e cous cous. Per quanto riguarda la lavorazione dell’orzo, solitamente è trasformato in 5 prodotti principali: l’orzo cotto nella tajin e decorticato, detto kalia, l’orzo macinato e condito con olio, zucchero e spezie, detto zammita, e diverse tipologie di orzo macinato, dette dkiik, tchich o melthouth. Il numero di mulini attivi per semole è dislocato nelle diverse regioni del paese, principalmente nelle aree di consumo. Sono presenti 18 mulini sulla costa, che rappresentano quasi l’80% della capacità di frantumazione nazionale:

• 8 mulini per farina nella Greater Tunis,

• 4 mulini per farina a Sousse,

• 3 mulini per farina a Sfax,

• 3 mulini per farina a Gabès.

• 4 nelle altre regioni, Nabeul, Beja, Gafsa e Kasserine.

 

Il progetto “Grani antichi della Tunisia”.

Grazie alla collaborazione tra varie strutture, enti, agenzie, esperti di comunicazione, imprese e analisi geopolitica vanno diffondendosi visioni interdisciplinari tese alla realizzazione di progetti internazionali nel Mediterraneo. La valorizzazione delle eccellenze della Tunisia accompagnata della ricerca scientifica e della scoperta storica dei prodotti autoctoni del Mediterraneo è al centro di un progetto internazionale dello storico Rotary che ha inaugurato l’anno scorso a Tebourba, a circa 30 km dalla capitale, il primo locale con forno per la produzione del pane e per lo stoccaggio, il confezionamento e la vendita dei grani e dei prodotti trasformati. La Tunisia era il granaio di Roma. Ancora oggi i prodotti alimentari derivati come il cous cous, il pane e la pasta sono associati a rituali sociali che conferiscono al grano forti valori simbolici e comunitari. Le antiche varietà di grano hanno molte virtù riconosciute da coloro che coltivano e lavorano la terra.  Grazie alla progettualità e all’organizzazione dell’ingegnere Franz Martinelli, presidente della Commissione Rotary per il Mediterraneo che, con la collaborazione di due organizzazioni tunisine, l’associazione Slow Food Tebourba e l’associazione Irada per la famiglia rurale e le artigiane, hanno dato vita ad un circuito economico circolare legato ai grani antichi tunisini, varietà mahmoudi, schili, biskri, attraverso la valorizzazione di tutta la filiera. Piccoli coltivatori, che lavorano e seminano queste varietà tradizionali di grano duro, donne che ne fanno prodotti ad alto valore aggiunto, come il borghul, il pane e la variegata tipologia di paste della tradizione gastronomica tunisina è il risultato legato all’obiettivo del progetto “Grani antichi della Tunisia”. Si semina manualmente nella stagione autunnale. La raccolta avviene a maggio: per l’occasione, dopo la raccolta a cui partecipano tutti i membri delle famiglie, l’intero villaggio si riunisce per una grande festa. Il progetto, attraverso l’agricoltura biologica sta valorizzando la vita e la produzione di un’intera comunità di donne e uomini, incentivando l’occupazione, lo sviluppo di progetti di lavoro locale e attirando l’interesse di numerose realtà enogastronomiche interessate alla valorizzazione di antiche varietà di frumento da reinserire nel mercato agroalimentare del Mediterraneo. Durante l’arco degli ultimi mesi innumerevoli sono stati i passi compiuti per il raggiungimento e l’ottenimento dei fondi da destinare alla costruzione di strutture per lo stoccaggio, il confezionamento e la vendita dei grani e dei prodotti trasformati, alla realizzazione di un forno per la produzione del pane e alla formazione del personale locale, al fine di poter gestire in maniera autonoma e completa l’intero sistema produttivo, generando reddito e rendendo il progetto, alla fine della fase di avvio, completamente e autonomamente sostenibile. Le varietà di grano antico utilizzato risalgono all’inizio del ‘900, allora selezionate per il valore nutrizionale e per la resistenza alla siccità e alla ruggine nera tipica del grano. Si coltiva principalmente in zone collinari: alcuni terreni sono altipiani, altri invece sono caratterizzati da forti pendenze e non consentono l’utilizzo di mezzi agricoli contemporanei. In questi casi la tecnica di cultura è completamente manuale, dalla semina alla raccolta. Nei campi non si usano né fertilizzanti chimici, né pesticidi e, per evitare che il terreno si impoverisca, è prevista la rotazione del grano con leguminose. La coltivazione di queste antiche varietà e le tecniche di cultura tradizionale consentono a una comunità locale di anziani agricoltori di mantenere la fertilità del suolo e di preservare questi terreni difficili dall’erosione. Tali varietà stanno rischiando di scomparire, minacciate dall’introduzione di ibridi più produttivi, e il progetto del Rotary permette di poter salvare anche tale autoctona cultura e tali varietà di grano. La strategia d’intervento proposta dall’ingegnere Martinelli si propone di avanzare ipotesi progettuali per l’incentivo dell’occupazione nel Mediterraneo, favorendo lo sviluppo delle economie locali, creando benessere e quindi lavorando all’ampliamento della pace. Il comparto dei cereali costituisce un pilastro importante per la crescita economica del Paese sia in termini generali che per la formazione del valore aggiunto relativo all’agricoltura e alla pesca. Il settore agricolo ha contribuito in media, durante gli anni 2001-2004, alla formazione del valore aggiunto della produzione agricola (ai prezzi costanti 1990) con un’incidenza del 15%, e in particolare il grano duro con il 10,5%, l’orzo con il 2,6% e il frumento tenero con l’1,8%. Questo livello rappresenta circa il doppio dell’incidenza del settore della pesca ed è quasi uguale a quello del settore ortofrutticolo. I cereali rappresentano il prodotto di base e costituiscono la parte prevalente della dieta alimentare della popolazione tunisina, pertanto il settore riveste un importanza strategica sul piano sociale e politico ed è attualmente regolamentato con un sistema normativo che prevede anche il monitoraggio del sistema dei prezzi alla produzione e la stabilizzazione dei prezzi al consumo dei prodotti derivati. La coltivazione del grano duro interessa una superficie pari a circa 820 mila ettari rappresentando il 55% della totale superficie coltivata a cereali e il 16% della totale superficie agraria, con una produzione che mediamente si attesta su 1,2 milioni di tonnellate dai dati 2002-2006. La cerealicoltura assorbe in media l’equivalente di 2,5 milioni di giornate lavorative per anno che corrispondono al 9% del complesso impegno lavorativo assorbito in totale dal settore agricolo. Se si considera anche l’apporto del lavoro familiare si perviene ad un totale complessivo di circa 7,5-9 milioni di giornate lavorative su una superficie complessiva pari a circa 1,5 milioni di ettari, molto più elevato rispetto allo standard delle aziende cerealicole dell’Unione Europea e che denota una scarsa meccanizzazione del sistema produttivo. L’ordinamento tunisino offre numerose opportunità per gli investitori, ivi compresi gli investitori stranieri e tra le attività potenzialmente vantaggiose sono certamente quelle di import-export, tramite società di Commercio Internazionale (Societé de commerce international), società che possono entrare nel circuito agroalimentare.

 

I cambiamenti economici sociali in Tunisia. 

La rivoluzione ha portato cambiamenti epocali nella società tunisina. Nel corso dei mesi successivi al 2011 si sono aperte nuove opportunità di dibattito e di confronto, la società civile è rinata e in pochi anni sono state fondate migliaia di associazioni. Il progresso nei diritti sociali e civili nel paese non è bastato, tuttavia, ad avviare una svolta economica, segnata anche da due gravi attentati terroristici che hanno colpito il settore turistico. Nel 2012 in Tunisia il tasso di disoccupazione ufficiale era arrivato al 17,6% per poi scendere al 15% nel primo trimestre del 2017. E la mancanza di lavoro resta un problema particolarmente grave per i giovani e per le donne. Da tale prospettiva nasce l’idea di valorizzare e intraprendere progetti che incrementino il lavoro giovanile con un occhio di riguardo all’aspetto legato al genere. La Tunisia costituisce un esempio di successo economico e sociale nel Nordafrica, reso ancora più importante dalla considerazione che all’inizio del suo sviluppo il Paese non possedeva grandi ricchezze naturali. Il Paese ha raggiunto uno sviluppo economico e sociale equilibrato, con la conseguenza che il livello di vita dei tunisini è oggi il più elevato del Maghreb. La Tunisia ha realizzato una buona performance nell’ambito del processo di Barcellona e dell’Accordo d’Associazione, aprendo la sua economia al libero scambio, ed ha utilizzato in modo ottimale sia i fondi messi a disposizione dall’Unione tramite il programma MEDA che i fondi della BEI. La Tunisia, che conta soltanto il 6% della popolazione sotto la soglia della povertà, una crescita media annua negli ultimi dieci anni sempre al di sopra del 5% e un’inflazione oscillante intorno al 2%, può considerarsi un Paese con ottime possibilità di raggiungere un relativo benessere economico e sociale.  Sebbene le autorità mirino a conseguire una determinata stabilità fiscale, il governo rimane restio a limitare la crescita dei lavori nel settore pubblico per paura di un generale malcontento. La Banca Centrale della Tunisia (BCT), sta tentando di mantenere una politica monetaria sufficientemente contenuta per assicurare che l’espansione monetaria sia sempre attiva. All’interno del mercato monetario non si sono verificati altre variazioni e si è registrata una determinata stabilità, fattori importanti per le organizzazioni e le imprese interessate a sviluppare progetti con il paese. 

 

Società: Filitalia International si rinnova

La nuova Presidente di Filitalia International & Foundation 

Paula Desanctis-Bonavitacola 

eletta per acclamazione

 

Filadelfia, PA (sabato 27 aprile 2019) - La 15.a Biennale di Filitalia International & Foundation (FI & F) ha avuto luogo presso l’Awbury Arboretum di Philadelphia, PA, alle 8.30 del mattino.

 

 

 

L’immediato Past President Marc Virga ha parlato del suo discorso all’Assemblea, riportando tutti i risultati ottenuti da FI & F negli ultimi 2 anni. “Come Presidente uscente di Filitalia sono estremamente ottimista riguardo al futuro della nostra organizzazione”, ha affermato. "Finanziariamente siamo estremamente forti. Abbiamo persone e programmi fenomenali sul posto. Se possiamo continuare a ricordare a noi stessi che il cambiamento e la crescita sono sinonimi, dovremmo essere in grado di portare Filitalia nella prossima e futura generazione futura ".

 

 

Il presidente della commissione per le credenziali, Nicholas Santangelo, ha aperto la sessione di voto per nominare un nuovo presidente e un nuovo BOD. Il presidente Santangelo ha certificato il numero di membri in tutti i capitoli FI & F (727) e i delegati votanti (17), tra cui 6 presidenti di capitolo e vicepresidenti.

 

Il Presidente Emerito e Fondatore Dr. Pasquale Nestico, che ha moderato la Convenzione, ha presentato la lista dei candidati al Comitato Esecutivo Internazionale di Filitalia, come selezionato dal Comitato per le nomine. Paula DeSanctis-Bonavitacola, del Capitolo della contea di Delaware, è stata eletta per acclamazione come nuovo presidente di FI, mentre Henry Amanto (contea di Gloucester) sarà il primo vicepresidente e Saverio Nestico (sud di Filadelfia) come secondo vicepresidente. Giuseppe D’Ascenzo III (Contea di Newcastle) sarà il nuovo segretario, Gianfranco Buonamici (Contea di Gloucester), il tesoriere, James Lardani (Abington), il consulente legale, Ernest Di Filippo (Contea di Delaware), l’Auditor e Anthony Mallace (Contea di Camden), Direttore delle finanze.

 

Successivamente, il Presidente Nestico ha letto i nomi dei candidati al BOD di Filitalia International: Anthony Colavita, MD (South Philadelphia), Anna DiNardo (Contea Delaware), Anna Di Paola (South Philadelphia), Pina Fratamico (Abington), Connie Mantilla (Camden Contea), Mario Presta (South Philadelphia), Nicholas Santangelo (South Philadelphia) e Alexis Tulio (Delaware County), tutti eletti per acclamazione.

“Grande evento!”, Ha detto Saverio Nestico, 2. Vicepresidente e presidente della commissione La Festa. “Sono grato di essere stato riconosciuto per il mio duro lavoro e dedizione a Filitalia International. Intendo servire come secondo vicepresidente con una missione in mente, e questo è per aiutare ad avanzare la nostra causa per il futuro dell’intera organizzazione “.

 

Robert Petrone, procuratore distrettuale presso l’ufficio del Procuratore distrettuale di Filadelfia, ha tenuto un discorso interessante su Cristoforo Colombo e perché la comunità italiana dovrebbe preservare le celebrazioni del Columbus Day. “Sono molto grato per l’opportunità offerta da Filitalia”, ha affermato Petrone “e continua a offrire, per preservare e difendere il nostro patrimonio etnico, cultura e valori. Lo sbarco di Cristoforo Colombo” ha dato inizio alla storia dell’immigrazione in America “e iniziò la “Scambio colombiano” della durata di 500 anni, ma organizzazioni come Filitalia e le persone che li costituiscono sono i veri difensori della sua eredità: i contributi europei della democrazia e legge greco-romana, l’etica e la morale giudaico-cristiana, e il principio dell’uguaglianza di tutta l’umanità.”

Infine, Paula DeSanctis-Bonavitacola ha pronunciato il suo discorso di accettazione come nuovo presidente nominato di Filitalia International. “Filitalia ha una grande storia che copre centoventotto stagioni”, ha dichiarato la signora DeSanctis-Bonavitacola. “Dalle sue umili origini come sogno di un piccolo gruppo di persone nel seminterrato del Dr. Pasquale Nestico, il nostro fondatore, è cresciuto negli ultimi trentadue anni a causa del duro lavoro, della dedizione e della tenacia di innumerevoli membri. Oggi, siamo uniti per questo sogno. Siamo uniti su una storia condivisa che non sarà dimenticata, su una partecipazione diversificata e dedicata ai membri del consiglio, ai presidenti dei Chapter, ai presidenti dei comitati e ai membri che si sono impegnati a mantenere questa grande organizzazione forte e solida di fronte al presente e al futuro sfide”. 

 

Attualità: Convegno Rai - Atlantis a Venezia sulle Relazioni Transatlantiche

Legami transatlantici solidi per affrontare un mondo in trasformazione 

Un convegno Rai - Atlantis - Consiglio d’Europa a Venezia. 

Una cittadinanza particolarmente interessata si è riunita giovedì 16 maggio a Venezia presso il prestigioso Palazzo Labia, sede regionale della Rai, ha partecipato ad una tavola rotonda intitolata “Europa e le relazioni transatlantiche: un punto di svolta?”, promossa dall’Ufficio Italiano del Consiglio d’Europa a Venezia, la Rivista di Affari Internazionali ATLANTIS, RAI Veneto e l’Ufficio Europe Direct del Comune di Venezia.

L’evento è inserito all’interno della VII edizione della Festa dell’Europa, intitolata quest’anno “Diritti al voto” data la concomitanza con le elezioni del Parlamento Europeo, ed ha offerto dal 6 al 31 maggio più di una ventina di eventi gratuiti nella Città Metropolitana di Venezia per i cittadini sui ruoli svolti dal Consiglio d’Europa e l’Unione Europea, due istituzioni europee differenti ma con valori comuni.

Alla conferenza, un importante panel di relatori composto dal Direttore di RAI Veneto Giovanni de Luca che ha parlato di informazione, comunicazione e cultura. Gli storici rapporti Italia - Usa; il  Vice Presidente e Delegato per la Confederazione Generale dell’Industria Italiana a Vicenza Remo Pedon si è soffermato sull’argomento impresa ed economia: la Bilancia commerciale Usa/Europa/Nord Est Italiano Il problema della politica dei dazi dell’attuale Governo Usa; il già Ambasciatore a Washington e Console Generale a New York Giorgio Radicati ha trattato l’argomento diplomazia, le relazioni Usa-Ue e Usa - Italia alla luce dello scenario internazionale attuale e il Comandante dell’Istituto di Studi Marittimi Militari Andrea Romani, si è soffermato sul tema della sicurezza internazionale e dei 70 anni della NATO celebrati il 4 aprile scorso a Washington.

L’evento è stato moderato dal Caporedattore Rai Veneto Giovanni Stefani e dal Direttore della rivista di affari esteri Atlantis Carlo Mazzanti.

La Direttrice dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa Luisella Pavan-Woolfe ha sottolineato come “il rapporto tra Europa e Stati Uniti ha dimostrato di essere posto su basi solide nonostante alcune fluttuazioni fisiologiche avvenute durante il susseguirsi di alcune amministrazioni. Abbiamo una più chiara comprensione di questo aspetto, quando notiamo che gli Stati Uniti e l’Europa rimangono il più importante partenariato economico bilaterale del mondo. D’altra parte, solo continuando a costruire un’Europa più unita e collaborativa si potrà continuare ad essere protagonisti nello scenario mondiale, poiché la globalizzazione e i nuovi scenari internazionali richiedono risposte complesse a cui gli stati nazionali non sono più in grado di poter far fronte da soli.

Questa necessità sembra emergere  anche dai risultati delle elezioni tenutesi fra il 23 e il 26 maggio. Più del 50% dei cittadini dell’UE hanno partecipato alle elezioni, la più alta affluenza ottenuta in 20 anni. I partiti pro Unione Europea sono stati in grado di raggiungere la maggioranza dei seggi parlamentari nonostante una accesa campagna da parte dei partiti non favorevoli al progetto europeo. Mentre questi partiti hanno ottenuto un modesto guadagno, ottenendo circa un quarto di tutti i seggi dei deputati, i cittadini europei continuano a ritenere che un’Europa unita sia la giusta direzione per la prosperità futura”.

Comunicazione: Il tradimento

Il tradimento

 

“Tesoro perdonami ma stasera non rientro per cena, tu mangia tranquilla non preoccuparti per me, lavoro fino a tardi”;

“Tesoro esci pure con tua sorella, non preoccuparti per me approfitto per finire una relazione finanziaria in ufficio e per cena prendo qualcosa al bar”;

“è possibile che fissino una riunione sabato pomeriggio per dare l’opportunità a tutti i collaboratori di partecipare incrociando le necessità di ognuno, se vuoi regalarti quel fine settimana alla SPA con le amiche che programmi da tempo, potrebbe essere l’occasione giusta”;

E poi…sorrisi rubati che illuminano il viso del tuo uomo mentre scorre gli sms. Non possono essere di un collega, ogni tanto appare un punto rosso simile ad un cuoricino. Il cellulare sempre in tasca e messo sotto carica spento. Il pin cambiato per maggiore sicurezza in ufficio, piccole attenzioni che ormai avevi dimenticato da tempo, ricompaiono inaspettatamente. Ti senti confusa, non capisci e cominci ad annusare i suoi abiti in cerca di profumi sconosciuti, controlli la camicia appallottolata nel cesto della biancheria sporca in cerca del fatidico rossetto rosso sbavato sul collo e con le narici sature di sudore delle ascelle e piedi sudati, ti guardi allo specchio e cominci a flagellarti per non esserti accorta di nulla e non aver trovato nulla che confermi i tuoi sospetti. 

Le domande sono da manuale: quanti anni avrà? Sarà più bella di me? Dove l’avrà conosciuta? E mentre il gatto a nove code che ti stai infliggendo da sola lacera il cuore e la mente, ti imponi di fare una doccia per calmarti e ragionare in maniera razionale sul come affrontare la questione e mentre ti spogli e ogni piccolo difetto del tuo corpo raggiunge dimensioni inimmaginabili facendo esplodere la rabbia, la delusione, l’impotenza!  

Il tradimento censisce la rottura di un patto fra due persone in modo drammatico, si tratti di matrimonio, relazione, amicizia, lavoro. La fiducia viene meno e il dolore aumenta quando i sentimenti verso il traditore sono di affetto e stima profonda. 

Oggi ci sentiamo traditi in molti ambiti; la fiducia non si compra la si guadagna, è un sentimento, uno stato d’animo che stimola la crescita e produce risultati sociali ed economici positivi. Contribuisce a crea un clima nel quale si possono insieme, avviare nuove opportunità di lavoro, di investimento; due parti che si fidano fra loro creano una famiglia, un’azienda, una squadra. Il tradimento ha le mille facce di un diamante e in ognuna si cela un’azione deplorevole. Abbiamo perso la fiducia nella Politica e sconcertati, assistiamo a talk show imbarazzanti. Confidiamo in diagnosi e prescrizioni consigliate dopo una visita medica frettolosa attesa per mesi, sperando siano mirate alla patologia non ben diagnosticata e non approfondita a causa dei costi o della superficialità del medico. Sfiduciati pieghiamo la testa e ci lasciamo uccidere da carnefici tutelati da Leggi e professionisti senza anima.  Davanti a tutto questo sfacelo che valore ha il rispetto verso l’altro? Che peso morale possiamo assegnare al tradimento sessuale? In una ipotetica classifica dei tradimenti il primo posto spetta veramente al sesso occasionale, carnale e lussurioso? 

Perché giudichiamo diversamente i tradimenti fra umani: morbosamente vorremmo sapere perché il marito della nostra amica l’ha tradita e con chi scavando e ipotizzando possibili scenari famigliari e nel frattempo, con maliziosa curiosità leggiamo su giornali patinati le turbolente passioni dei VIP e i repentini cambiamenti amorosi. Eventi stagionali concessi ai belli e famosi che, a nostro parere, immuni dal dolore vivono la propria intimità in maniera libera e disinibita. Eppure siamo tutti esseri umani. Non voglio esprimere giudizi in merito al tradimento carnale subito o imposto perché nella vita sentimentale non c’è nulla di certo e sicuro, ma posso descrivere il dolore lancinante e l’incredulità che ti schiaccia nel momento in cui la stima e la fiducia riposta in persone che ritenevi amiche fraterne viene a mancare. Vasi di terracotta colmi di ricordi, confidenze, speranze, passioni e fatiche si sgretolano sotto i colpi degli interessi personali che prevalgono su tutto e tutti. Chi tradisce consapevole delle conseguenze, pugnala alla schiena senza rimpianti né pietà.

Comunicazione: Parole in ascolto

Parole in ascolto

 

Questo articolo, per la mia rubrica, riporterà una serie di opinioni e pareri raccolti. Una specie di “grillo parlante” collettivo che riflette e, spero, faccia riflettere, su ciò che scorre e ricorre nel nostro Paese da circa 25 anni.

Il nostro è un Paese strano, frutto di una unione nazionale tanto indispensabile quanto innaturale. Nello scenario mondiale degli ultimi due secoli, un’Italia non Unita, oggi, probabilmente, si chiamerebbe con i nomi di altre nazioni, a seconda del territorio. No, non credo sarebbe sopravvissuto alcun indipendentismo, se non fortemente pilotato e limitatamente alle regioni del Sud.

L’Unità d’Italia è fatto storico ma, anche, consapevolmente imprescindibile. Eppure si tratta di una nazione che vive l’Unità solo (e forse) in occasione dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi. A tratti ci si unisce attorno a qualche icona nazionale, quasi sempre sportiva (gli Alberto Tomba, i Pantani, i Valentino Rossi, pochi altri).

Questa unità non identitaria si riflette, fortemente, nella politica; con l’affievolirsi delle ideologie il popolo pagante (gli elettori ed anche i non elettori) si perde sempre più spesso dietro le parole, mentre il popolo eletto (qui inteso nel senso tecnico derivante dalle schede elettorali) non opera quasi mai per obiettivi ma per contrapposizioni. Tutto questo si è esasperato al punto tale che un governo determinato da un contratto (una nuova formula per identificare un patto di governo, modello di storica ma anche antica pratica) trova nel combattimento quotidiano una formula comunicativa; al contempo, le opposizioni tendono persino a contraddire se stesse pur di ricavare una ragione d’essere, uno spazio di visibilità.

Lungi dall’esprimere pareri di parte e/o di merito in questo contesto, non posso che affermare un senso di colpevolezza dell’elettorato, reo e colpevole del voto espresso, nel bene e nel male. In Italia si è arrivati al punto di disconoscere il proprio voto, al punto tale che se si chiede, dopo una tornata elettorale, chi abbia votato per i vincenti, non sempre si trova.

Allora voglio raccogliere e riportare alcune considerazioni ascoltate negli ultimi anni in merito agli eventi economico-politici. Gli italiani, si sa, sono tutti allenatori (mutuando il gergo calcistico) e tutti, pur non sentendosi responsabili quasi di nulla, sanno come vanno o come dovrebbero andare le cose. In questo caso, le riflessioni raccolte mi paiono interessanti spunti per serie riflessioni.

Anno 2001, mese di settembre, il giorno 11 si verificano gli attacchi di Al Quaeda agli Stati Uniti. L’impatto, al di là degli aspetti legati alla sicurezza ed a come questa viene percepita, è fortemente economico. L’Unione Europea e, di conseguenza, l’Italia, sono appena entrati nella fase di adozione della moneta unica, l’Euro. L’Italia ha un governo di centro-destra, dichiaratamente liberale e costruito attorno ad una gestione di tipo imprenditoriale (gestione della cosa pubblica secondo i criteri di sostenibilità tipici della cosa privata). Raccolgo questa osservazione: “Incredibile come un governo liberale abbia perso un’opportunità che, pur se derivante da ragioni tragiche, sarebbe stata enorme per il nostro Paese. Gli eventi avrebbero giustificato un regime di sacrificio e ristrettezza, per un, seppur parziale, risanamento dei conti. Non solo: l’avvento dell’Euro ha dato vita a quell’incontrollato fenomeno di sostanziale raddoppio dei prezzi. Fenomeno del quale si è a lungo parlato ma, al di là di mostrare i valori convertiti (prezzi in Lire ed Euro), mai effettivamente contenuto. Il motivo è semplice ed è sempre stato taciuto: se il prezzo di merci e servizi raddoppia e le aliquote fiscali (laggasi innanzitutto l’IVA) non cambiano, anche il gettito, per lo Stato, è doppio! Quindi un Governo liberale, che potrebbe stringere la cinghia da un lato, ridurre di qualche punto le aliquote IVA dall’altro, pur mantenendo un gettito maggiore in virtù dell’effettivo aumento dei prezzi, lascia correre le cose, incassa il maggior gettito sul quale fa volare gli sprechi.”

Considerazione oggettivamente reale, da un punto di vista storico. Da notare che nessuno, nemmeno l’opposizione, si muove attorno a questi elementi e nessun comitato elettorale ragiona su un aspetto finanziariamente molto rilevante.

Anno 2008, in Italia c’è di nuovo un Governo liberale di centro-destra quando scoppia lo scandalo Enron ed il mondo della finanza crolla sotto il peso della caduta di un’economia fatta di facciata speculativa molto più che sulla sostanza. Raccolgo ancora:

“Un Governo di centro destra avrebbe dovuto intervenire, come in Germania, proponendo subito lacrime e sangue. La gente avrebbe mal digerito ma, consapevole del dissesto mondiale, avrebbe capito e nessuno come gli italiani avrebbe saputo far fronte unito per superare una crisi incontrastabile. Invece la crisi è stata negata, come se potesse passare da sola, fino al 2011, quando, ormai, il danno irreversibile era fatto. Gli italiani sono un popolo di lavoratori e imprenditori, ce l’avrebbero fatta e meglio dei tedeschi e degli altri in genere. Certo, sacrifici subito non avrebbero significato non subire la crisi ma almeno contenerla e prepararsi a reagire come solo noi sappiamo. Invece no e, questo, da un governo di centro destra non ce lo potevamo e dovevamo aspettare. Dalla sinistra forse sì (non mi meraviglio quindi della mancata reazione delle opposizioni, al di là degli aspetti propagandistici), ma da un centro destra liberale e basato sui principi dell’economia privata applicata alla cosa pubblica proprio no”.

Quindi, il male degli ultimi 25 anni, secondo opinioni raccolte proprio da sostenitori dell’economia liberale, sta nei governi di centro destra? Riporto l’opinione di alcune persone di centro sinistra, di varie anime del centro sinistra, interpellate in merito:

“La sinistra italiana non sa governare, non è preparata a farlo. Non si tratta di preparazione politica (quella, oggi, manca in tutte le aree della politica: mancano i Berlinguer, come i Moro, come persino gli Almirante!). Si tratta di capacità di esprimersi attorno ad un progetto comune, senza fare gioco di poltrone. Ogni volta che la sinistra va al governo, cade per il fuoco amico, mai per i colpi degli avversari. Cade per una poltrona o un disegno di Legge”. Ancora: “Non esiste più una vera identità di sinistra, ormai si va dai movimenti autogestiti agli ex socialisti e persino agli ex democristiani (sic!). Per questo ognuno rivendica una propria visibilità! Una volta, almeno, le battaglie avvenivano all’interno delle sedi, nelle Direzioni. Poi tutti uniti come un fronte che doveva apparire compatto ed unico. Le teorie della democrazia aperta fanno sì che le minoranze interne diventino correnti e poi partiti a loro volta: chi non è con me è contro di me. Per non dire dell’ascolto della base: una volta si ascoltava la pancia della base e si indirizzavano parole (qualche volta anche le azioni) al fine di soddisfarla. Ora si ragiona di pancia e basta, la base viene usata per giustificare il proprio arrivismo”.

Pareri diffusi che riassumono non un’indagine formale o una ricerca scientifica ma che certamente la maggior parte di noi, in modo più o meno esplicito, più o meno caloroso, ha raccolto.

Di chi è la responsabilità della politica? Io voglio solo ricordare che gli eletti si trovano al Governo (dello Stato, come di una Regione o di un Comune) a seguito dei voti; che vota circa la metà degli aventi diritto che, per ragioni di età, non rappresenta la totalità del Paese. Quindi un voto espresso in modo non analitico, non meditato, basato sulla propaganda, sulla comunicazione che crea e disfa, di volta in volta, le neo ideologie, è un voto autolesionistico. Il voto deve rappresentare, al meglio, la propria identità, la propria idea di futuro. 

“Eh, ma oggi sono al Governo partiti che nemmeno conoscono la politica, che non sanno cosa fare, non conoscono i meccanismi”. Un concetto molto diffuso e che assume, a seconda dei “fronti”, una connotazione estremamente positiva o estremamente negativa. Si arriva al paradosso di opposizioni che criticano fortemente la politica portata avanti dai componenti il Governo salvo proporsi come nuovi alleati di questa o quella componente.

Io dico che oggi alla guida del Paese c’è un patto di Governo formulato con un contratto, una formula nuova per un modello già visto. Ci sono persone che parlano e persone che lavorano, mentre al di fuori ci sono persone che parlano contro e persone che lavorano per costruire alternative (quanto attendibili, non sempre è dato saperlo).

A me piacerebbe che in questo Paese il lavoro serio venisse rispettato, quello meno serio venisse condannato; mi piacerebbe un Paese che fa questo andando a votare, esercitando la responsabilità INDIVIDUALE che deriva da questo diritto-dovere; mi piacerebbe un Paese che sa assumere decisioni e votare le Leggi non in ragione del fronte politico, ma degli obiettivi per il Paese e la sua gente.

Mi piacerebbe che, in questo Paese così creativo, resiliente, unico, da questo Paese che è l’Italia, partisse una Legge fondamentale (per la politica e per il vivere civile): si contrasta un’idea o una proposta solo con un’idea o una proposta alternativa. La critica sia sempre ammessa ma in mancanza di alternative reali e costruttive si lavori per migliorare e non per bocciare. 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: La SEINGIM di Fabio Marabese

Progettare per crescere

La società di ingegneria SEINGIM di Fabio Marabese sta crescendo ad un ritmo vertiginoso, grazie a competenza, innovazione, velocità e affidabilità, in un mercato difficile ma fortemente dinamico.

Con un crescita costante del 30% annuo, Seingim, società di ingegneria di Ceggia (VE) capitanata da Fabio Marabese, si sta proponendo come una delle più dinamiche d’Italia, partner affidabile di grandi industrie quali Fincantieri, Eni , Enel, Ansaldo, Sapio, Unicredit, solo per citarne alcune.

Seingim è impegnata in progetti di Ingegneria impiantistica, dalle grandi piattaforme petrolifere all’edilizia residenziale, offrendo una proposta integrata e mettendo a disposizione del cliente il personale e le tecnologie per soddisfare ogni esigenza e contribuire al progresso ingegneristico civile ed industriale. 

Seingim, nel 2019 ha superato i 100 dipendenti e punta a raggiungere i 130 entro la fine dell’anno, è formata da un team di ingegneri, periti, architetti e geometri per affrontare e risolvere le specificità che caratterizzano ogni singolo progetto.

“Nel corso dei prossimi decenni Seingim vuole essere un punto di riferimento per quanto concerne l’attività ingegneristica italiana ed europea - spiega Fabio Marabese, fondatore e Presidente dell’Azienda - riuscendo a declinare il lavoro di tutti i giorni in concrete azioni innovative e sostenibili, per aiutare le aziende, migliorare l’impatto ambientale e la qualità della vita delle persone”.

“Gli ultimi esercizi economico‐finanziari aziendali, nei quali Seingim Global Service S.r.l. ha realizzato delle performance economiche, dimensionali e commerciali votate al segno positivo - prosegue Marabese - sono la conferma che, ponendo alla base del proprio lavoro impegno, determinazione e professionalità, qualsiasi sfida e risultato possono essere colti anche in un panorama economico che, per molti aspetti, si conferma tuttora difficile. Queste qualità rappresentano il nostro tratto caratteristico: sono, infatti, anche i requisiti che cerchiamo e misuriamo in tutti i nostri dipendenti e collaboratori”.

I risultati conseguiti nell’esercizio 2018, si pongono in un continuo sviluppo rispetto agli anni precedenti. Con un trend di crescita del 30% annuo, Seingim è passata da 3,5 milioni del 2017 ai 5,3 del 2018 all’obiettivo già raggiunto del raddoppio del fatturato (10 milioni) del 2019. 

“La nostra crescita è costante - sottolinea l’Amministratore Delegato Fabio Pinton - e la nostra previsione è di raggiungere l’obiettivo dei 24 milioni entro il 2022”.

I macro settori nei quali opra Seingim sono quelli della Chimica Petrolchimica Farmaceutica, Oil & Gas, Edilizia, Infrastrutture, Energia ed Efficienza energetica, Ricerca industriale. In ognuno di questi settori l’azienda è divenuta partner dei più importanti marchi nazionali e internazionali di riferimento.

“Il futuro della Piccola e Media Impresa è in gran parte collegato alla capacità di crescere qualitativamente, di trovare nuovi mercati - continua Marabese - ma anche di collaborare con la Grande industria in scenari altamente competitivi ma ricchi di opportunità”.

Seingim è un’azienda managerializzata che - sebbene in crescita - è già organizzata per affrontare le grandi sfide non solo come struttura ma anche come mentalità e cultura.

“I nostri dipendenti sono ingegneri, architetti, tecnici altamente specializzati, in grado di confrontarsi a tutti i livelli sul mercato globale - specifica Marabese - segno che anche una PMI può offrire ai giovani un impiego di alta qualità e la possibilità di lavorare in un’organizzazione competitiva e stimolante, mettendo a frutto i propri studi e puntando ad un miglioramento continuo”.

Ogni singolo dipendente fin dai primi giorni in azienda, viene formato e seguito da un tutor interno, in maniera da trasmettere al meglio le competenze specifiche oltre che il modus operandi di ogni singola commessa.

Seingim ha il suo quartier generale a Ceggia (Venezia) ma negli anni ha aperto altre 9 centrali operative a Padova, Milano, Fano, Ispra, Bolzano, Roma, Cagliari, Taranto e Catania per stare vicino alla clentela e cogliere le opportunità del mercato. 

 

 

 

 

 

Seingim in Campiello to sustain Enterprise 

and Culture

Seingim is an enterprise born in the province but it supports the purely venetian Premio Campiello, highly convinces that the cultural and economical growth must be strictly interconnected.

“Economy and Culture are the two pillars on which our material and immaterial wellbeing are founded - explains the chairperson Fabio Marabese - and we believe that, the more we will be able to reinforce this binomial, the more the competitive ability of the Italian system will grow”.

The link between Culture and Enterprise is historically one of the key factors which distinguishes Venice and Italy from the rest of the world and which is at the basis of the competitive skills our Made In Italy.

“Seingim employs 120 people - continues Marabese - and is proud to give its contribution to the Premio Campiello, meeting place of enterprise and culture”.

“Even though we know that our growth is leading us in every part of Italy and now even abroad - concludes Fabio Marabese - we will not forget the territory from which we come from. We know that our success comes from our culture of work which has always been present here and which is strongly related to the culturale dimension of Venice and the region of Veneto. We are close to our territory, economically sustaining many activities, from literature to sport, folklore and volunteering, but the best way in which we would like to make ourselves useful is through offering the opportunity of specialised employment to our best young people. A feeling of belonging and an open view on the world will allow us to grow together”. 

 

 

 

 

Seingim al Campiello 

per sostenere Impresa e Cultura

 

È un’azienda nata in provincia ma sostiene il venezianissimo Premio Campiello profondamente convinta che la crescita culturale e quella economica debbano essere strettamente interconnesse.

“Economia e Cultura sono due dei pilastri su cui si fonda il nostro benessere materiale ed immateriale - sostiene il Presidente Fabio Marabese - crediamo che, quanto più sapremo rafforzare questo binomio, tanto più crescerà la capacità competitiva di tutto il Sistema Italia”.

L’associazione tra Cultura e Impresa è storicamente uno degli elementi di forza che distingue Venezia e l’Italia nel mondo e che è alla base della qualità del nostro Made in Italy. 

“Seingim dà lavoro a 120 persone - continua Marabese - ed è orgogliosa di dare il suo contributo al Premio Campiello, luogo di incontro tra imprese e cultura”.

 “Pur sapendo che la nostra crescita ci sta portando in tutta Italia ed ora anche all’estero - conclude Fabio Marabese - non dimentichiamo il territorio dal quale proveniamo. Sappiamo che il nostro successo arriva anche dalla cultura del lavoro che qui si respira da sempre e che è fortemente correlata alla più completa dimensione culturale di cui Venezia e il Veneto sono portatori. Siamo vicini al nostro territorio sostenendo economicamente molte attività, dalla letteratura allo sport al folklore al volontariato, ma il modo migliore in cui vorremmo essere utili è offrire ai nostri migliori giovani un’opportunità di impiego qualificato. Un senso di appartenenza ed allo stesso tempo una visione aperta sul mondo che ci farà crescere tutti insieme”. 

 

 

 

Eccellenze Italiane nel Mondo: L’Ingegner Stefano Boscolo Cucco e La Dragaggi

L’Ingegner Stefano Boscolo Cucco e La Dragaggi

 

Stefano Boscolo Cucco arriva nella redazione di Atlantis, accompagnato dal padre Luciano. Sono nell’ordine la quinta e la quarta generazione dell’impresa di dragaggi e opere marittime "La Dragaggi srl” appunto, che partendo da Chioggia e operando poi a Venezia, ha affermato la sua capacità e qualità aziendale in tutta Italia prima e in seguito anche all’estero. Insomma un classico esempio di eccellenza veneta e italiana nel mondo e per il mondo.

Stefano si è laureato in ingegneria all’Università degli Studi di Padova con una tesi sperimentale. È un entusiasta della vita, virtù certamente ereditata dal padre che va fiero del figlio quasi più dell’azienda familiare (ma è una bella gara…). Prende la sua attività come una sfida continua. Per lui sperimentare e inventare è quasi una filosofia più che un lavoro. Lo si capisce da come travolge immediatamente il suo interlocutore di turno. Ascoltarlo è un piacere. Anche perché la sua personalità smentisce chi dice che i giovani hanno perso la grinta di fare e conferma invece che pure le nuove generazioni hanno ottime probabilità di successo. Del resto, l’esempio Stefano ce lo ha sempre avuto in famiglia. Una famiglia che ha fondato tutto sul proprio lavoro. Duro anzi durissimo lavoro.

 

In cosa consiste la nuova metodica brevettata e utilizzata per il Porto di Termoli?

La metodica applicata nel Porto di Termoli è un sistema sperimentale di separazione granulometrica che sono riuscito ad applicare sfruttando la tecnologia di uno dei miei natanti.

A livello nazionale disponiamo di un mezzo di tipologia TSHD (Trailing Suction Hopper Dredger) che è praticamente identico, ma in scala ridotta, alle maxi draghe che hanno costruito le Palm Islands di Dubai.

Sfruttando la particolare tecnologia della M/N Draga “Gino Cucco” sono riuscito a gestire circa 50.000 metri cubi di materiale che secondo l’attuale normativa si sarebbero dovuti conferire a discarica con costi esorbitanti per la Pubblica Amministrazione.

Studiando approfonditamente tutta la normativa in materia di gestione dei sedimenti (DM 173 del 2016) mi è scattata una scintilla ed ho deciso di attivare un campo prova sperimentale in un appalto che mi ero aggiudicato e che stavo per portare a termine.

La sorpresa e la soddisfazione dopo le prime prove è che riuscivo a far guadagnare al materiale recuperato dal fondale marino delle classi di bontà migliorandone dunque la sua classificazione ai sensi del DM173.

Questa idea, testata sul campo, è diventata subito brevetto ed è stata anche trattata a livello nazionale da diversi rinomati gruppi di ricerca.

La soddisfazione più grande è quella di essere riuscito a fare risparmiare alla Pubblica Amministrazione circa cinque milioni di euro. 

Questa metodica permette di generare valore da un elemento che prima era considerato come un mero costo.

La componente di sabbia “buona” viene riportata sugli arenili e la sabbia non idonea da ripascimento può esser scaricata a mare, mentre prima veniva portato indistintamente tutto a discarica o impianto di recupero con i relativi costi che ne conseguono.

 

In breve la storia di “La Dragaggi”

La storia dell’impresa di dragaggi e opere marittime della famiglia Boscolo Cucco di Chioggia inizia intorno al 1870 con un burchio di venticinque metri che svolgeva attività di trasporto misto, da quello dei prodotti agricoli a quello della sabbia, dei mattoni e delle macerie, in quell’ambiente particolarissimo che è la laguna veneta, dove, da tempo immemorabile, i mestieri di terra e di acqua procedono l’uno accanto all’altro.

In un’epoca in cui il baratto e lo scambio costituivano ancora un sistema economico, che sopravviverà come un arcaico relitto fino agli anni Quaranta del Novecento, anche i trasportatori erano spesso pagati in natura, con servizi e prodotti dei loro stessi clienti.

Verso il 1900 Eugenio Cucco riceve in eredità dal padre il burchio con cui inizia l’attività di “sabbionante”, cioè di trasporto di sabbia, ghiaia e altro materiale inerte impiegato nell’edilizia e nella realizzazione delle infrastrutture, pur senza abbandonare quella dei trasporti misti. Durante la grande guerra 1915 – 1918, l’imbarcazione venne armata con una mitragliatrice e trasformata così in un battello da difesa che operò alla foce del Piave.

Siamo all’epoca della marineria a vela che, secondo una forte e radicata tradizione tipica dell’Adriatico, costituiva anche l’emblema distintivo del paròn di barca e della sua famiglia, attraverso i colori e i simboli che vi erano dipinti. La famiglia Cucco aveva dunque la sua vela, di colore rosso con penna e angolo di bugna neri, con al centro il simbolo costituito da un albero su cui sono posati due uccelli.

Gino Cucco, figlio di Eugenio, proseguì l’attività del padre con lo stesso burchio, incrementando poi la flotta con l’acquisto di un topo.

I tempi stavano cambiando rapidamente e l’avvento del motore portò al definitivo abbandono della vela negli anni ’50. Erano i tempi in cui l’economia nazionale usciva distrutta dall’ultima guerra, tempi in cui chi aveva le radici di un mestiere riusciva ad imporsi nel mondo del lavoro e, Gino Cucco di “mestiere” ne aveva da vendere.

Cambiano le tecniche di lavoro, i mezzi seguono il processo dell’automazione, le imbarcazioni si ingrandiscono e di conseguenza il “sabbionante” Gino Cucco diventa imprenditore, con la consapevolezza di superare il vecchio, proiettandosi in un futuro complesso e tortuoso.

L’escavazione di sabbia e fanghi è stata una attività indispensabile e connaturata all’ambiente lagunare, in realtà in questi anni di cambiamenti Gino Cucco seppe consolidare nel proprio territorio la sua professionalità, con la costante innovazione della tecnologia della flotta, ebbe modo di affermarsi in ambito dei lavori marittimi e fluviali lungo la costa adriatica e nazionale. Anche per questa ragione che assume una connotazione di azienda leader nel settore. 

Gino Cucco negli anni 60 fu il primo “sabbionante” pioniere ad acquisire lavori di dragaggio manutentorio nelle banchine e nei canali di Porto Marghera con i primi burchi in legno ed anche in ferro (“gabarre”) dotati di escavatore con benna meccanica.   

Fu inoltre il primo, grazie al suo carisma, a coinvolgere altri sabbionanti (che mai si sarebbero pensati di utilizzare il loro burchio da sabbia per trasportare fango) a lavorare per lui in queste lavorazioni manutentorie.

Un bruttoo incidente gli tolse la vita nel 1985, lasciando in eredità al figlio Luciano l'ambizioso progetto di realizzare una draga futuristica per ricostruire le spiagge.

La draga è stata realizzata nel 1987 e porta il nome di "Gino Cucco".

 

Sono di questi giorni i numeri impietosi che raccontano del problema dell’emigrazione di tanti giovani (laureati soprattutto) italiani

Con il lavoro che faccio mi capita di girare tantissimo per l’Italia e di vedere realtà completamente differenti da Nord a Sud. Posso affermare che Chioggia è una piccola perla nel panorama Nazionale sia dal punto di vista della storia/tradizioni sia dal punto di vista delle bellezze artistiche

Anche se tantissimi giovani decidono di “scappare” dal nostro Bel Paese perché obbligati, da un contesto economico che non dà spazio a chi ha voglia di lavorare e di mettersi in gioco, prima o poi è augurabile che vi sia un ritorno perché la “connessione” con il nostro Paese è forte. Basterebbe cambiare le condizioni e trasformarle in opportunità e molti giovani sceglierebbero l’Italia. Anche perché la formazione di un giovane laureato costa tanto al nostro sistema Paese e regalare talenti all’estero è uno spreco anche economico oltre che morale.

 

Due parole sull’esperienza newyorkese

Diciamo che è capitato tutto in un lasso di tempo talmente tanto ristretto che non mi sono neanche reso costo di quello che mi stava succedendo.

Ad Ottobre un gruppo di tecnici nazionali ha organizzato un workshop a Termoli per approfondire le tematiche inerenti le nuove metodiche che stavamo testando sul campo e durante il workshop sono arrivati due comunicazioni, una da parte dell’attuale Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e l’altra dal Ministro dell’Ambiente, dove ringraziavano per il lavoro che si stava svolgendo e per i soldi che lo Stato Italiano stava risparmiando.

Dopo una settimana mi arriva una convocazione per andare a ritirare un riconoscimento negli Stati Uniti durante una cena di gala.

La sorpresa più grande è stata quella di finire nella “rosa” dei premiati assieme alla giornalista Rai Emma D’Aquino e al Vice presidente MSC Usa Giampiero Pagliaro. È stata un’esperienza che mi ha segnato nel profondo. 

 

Un consiglio ai giovani che stanno entrando nel mondo universitario, in particolare nel campo dell’ingegneria

Il mondo universitario permette di aprire tante strade e di formare una persona da un punto di vista tecnico-scientifico… sta poi al singolo individuo aver voglia di mettersi in gioco perché a questo mondo, anche se si possiede un titolo, bisogna sempre affrontare il mondo del lavoro con  grande umiltà.

Ai giovani che stanno entrando nel mondo universitario non voglio fornire un consiglio - sarebbe da presuntuoso - ma soltanto un suggerimento: nella vita non contano i voti che prendete ma conta come in futuro saprete affrontare determinate situazioni e come saprete risolvere i problemi.

Chi deciderà di intraprendere ingegneria deve tener conto che alla fine del suo percorso formativo, inconsciamente ma con un metodo ben preciso, affronterà tutte le cose della vita con un’ottica decisamente più “aperta” dedita alla soluzione dei problemi. Ogni volta che rifletto su questo aspetto, sorrido perché sembra che tutti gli ingegneri escano fuori con dallo stesso stampo. In realtà credo che per riuscire non solo nello studio e nel lavoro ma in qualsiasi attività ci vogliono ottimismo, passione e creatività.

Report Difesa: La GEM

Le eccellenze italiane sono numerose, ognuna ha sue specifiche produttive. Tra queste ci sono anche le industrie della difesa e della sicurezza. Entrando alla GEM Elettronica di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) si ha la possibilità di conoscere, in presa diretta, come realtà che potrebbero essere poco conosciuto al grande pubblico, in realtà producano , diano occupazione e soprattutto creino ricchezza al nostro Paese. 

Nell’azienda, nata nata nel 1977, lavorano ingegneri e tecnici di altissima professionalità, per lo più marchigiani. Essa opera, principalmente, nel settore dell’elettronica navale, contribuendo alla sicurezza della navigazione, fornendo apparati Radar e Sistemi Integrati di Bordo, con soluzioni tecnologiche innovative e mirate alla creazione di valore. 

Oggi l’azienda presieduta dall’ingegner Antonio Bontempi, con un lunghissimo curriculum nelle società del settore, sta sempre più facendosi spazio sia nel mercato italiano che internazionale. Lavorando anche con gruppi industriali nazionali e stranieri molto importanti quali Leonardo, L3, Page Europa, Lockheed Martin ed altri. 

Non solo, da molti anni la GEM fa anche attività di ricerca e sviluppo non solo nel campo marittimo ma anche in altri settori industriali. Grazie al decreto del 29 gennaio 2001 del Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 60 del 13 marzo 2001 l’azienda è stata collocata tra i laboratori italiani altamente qualificati. 

Tutto parte da una strategia che si basa sulla capacità di soddisfare il mercato con un’offerta integrata di apparati/sistemi e servizi per la navigazione navale, il controllo delle coste e la sicurezza dei confini, e sulla capacità di operare con diverse tecnologie grazie ad un’ampia e maturata esperienza. L’intera attività aziendale, compresa l’erogazione dei servizi, si basa sui più affermati modelli di sistemi di qualità “Quality Assurance”. 

Va, inoltre, evidenziata l’adozione di pratiche tipo “Team Center” e CMMI che garantiscono il corretto funzionamento con l’ottimizzazione dei processi aziendali. Tra le produzioni ci sono sensori realizzati allo stato solido e con performance di assoluto livello, sistemi integrati, sensori inerziali e software dedicati alla navigazione, al controllo costiero, portuale e aeroportuale, per Homeland Security con soluzioni dedicate alla necessità del cliente. Vengono realizzati anche prodotti molto sofisticati per la guida, navigazione e posizionamento aereo e missilistico. 

Grande esperienza è stata fatta nel settore Security OIL & GAS che le ha permesso di essere considerata il punto di riferimento da alcuni dei più importanti player del mercato. Con le principali competenze necessarie sviluppa Prodotti ad alto contenuto tecnologico, sempre allo stato dell’arte, e svolge la sua attività di R&S non solo nel campo marittimo ma anche in altri settori industriali. E grazie al costante impegno di risorse umane e soprattutto finanziarie, la GEM ha potuto raggiungere traguardi molto ambiziosi soprattutto nel campo delle tecnologie avanzate. Basti pensare al ruolo che sta occupando nel settore della Fotonica offrendo a clienti e partner industriali prodotti molto sofisticati a prezzi estremamente convincenti. 

Lo testimonia il Premio Marconi, conferito a GEM elettronica dalla SIF (Società Italiana di Fisica) nel 2014 “per il contributo originale da un punto di vista scientifico e manageriale nella progettazione e sviluppo di sorgenti laser innovative operanti nel vicino e medio infrarosso, basate su cristalli fluoruri di elevata qualità ottica drogate con opportune terre rare”. Esempi di questo valore sono le girobussole a fibra ottica, i laser ed i componenti per sistemi di navigazione inerziali quali accelerometri e girostati. 

 

GLI STABILIMENTI 

L’azienda opera in due stabilimenti, entrambi nella provincia di Ascoli Piceno. Il primo che è anche la sede principale si trova a S. Benedetto del Tronto. E’ stato ristrutturato ed ampliato per rimodernare la maggior parte delle aree tecniche. L’obiettivo è stato quello di creare nuovi spazi per raccogliere, in forma razionale ed efficiente, tutte le risorse tecniche della società, in modo che tutti gli operatori potessero lavorare in un ambiente comodo e confortevole, dotato di tutti gli strumenti necessari per la realizzazione dei loro obiettivi professionali. Sono state, inoltre, recentemente trasferite nello stabilimento principale di S. Benedetto del Tronto, tutte le risorse e attrezzature dell’ex stabilimento di Fotonica situato a Controguerra, in modo da creare un efficace confronto tecnico tra la Ricerca e Sviluppo tradizionale e gli operatori di Fotonica. 

Nello stabilimento principale è collocato anche un avanzato Istituto di Ricerca sulla Fotonica per lo studio di Sensori Inerziali di Navigazione e Posizionamento in Fibra Ottica e Laser e continua a svolgere, con enorme successo riconosciuto, altre attività di ricerca nella Optoelettronica e Advanced Targeting, nell’Advanced Radarand Signal Processing e nel Photonics Laser 

Il secondo stabilimento è situato in zona Centobuchi di Monteprandone e rappresenta uno dei più avanzati e moderni sistemi di produzione esistenti nel settore in cui opera l’azienda. Qui operano macchinari a controllo numerico ed un’attrezzatura molto ricercata che rende la società indipendente da qualsiasi condizionamento produttivo esterno. 

C’è anche una terza area operativa, sempre nella provincia di Ascoli Piceno in zona Santa Lucia (S. Benedetto del Tronto) dove è stata installata una postazione di prove di portata per antenne “Test Range” della distanza di oltre 6 chilometri. Qui vengono testate e certificate le portate reali di tutte le antenne prodotte dalla GEM. 

 

I PRODOTTI

La filosofia aziendale di base è “tecnologia allo stato dell’arte, affidabilità, competitività, assistenza” Sono quattro le aree in cui sono stati suddivisi i prodotti: Sistemi di Difesa (Defence Systems), Sorveglianza & Homeland Security (Surveillance & Security), Sistemi e Sensori di Guida, Navigazione e Posizionamento (Guidance, Navigation & Positioning), Sistemi e Prodotti Elettronici Navali (Marine Electronics). 

La GEM elettronica già oggi commercializza con successo il radar allo stato solido in banda X ma, oltre che costantemente migliorare tale prodotto, ha attivato il programma per lo sviluppo della stessa architettura allo stato solido sia in banda S che in banda Ka. 

Inoltre, partendo dalla base del radar allo stato solido in banda X, ha completato lo sviluppo di un nuovo radar multifunzione (MFRAD 3D) ultracompatto, che incorpora tecnologie quali antenna AESA (con amplificatori allo stato solido e struttura radiante stacked-beam squintless), architetture ibride con componentistica MMIC, modulazione di portanti ottiche con segnale in radiofrequenza, piattaforme digitali all’avanguardia (Zynq della XILINX), compressione di impulso, digital beam forming, pulse doppler. 

L’obiettivo di MFRAD è di raggiungere quelle prestazioni attualmente ad appannaggio di radar costosi e pesanti, abbattendo notevolmente il rapporto costo/prestazioni e, grazie alla sua compattezza, ampliando la base installabile su navi idonee. 

Tra i prodotti segnaliamo anche i sistemi cartografici (Sistemi ECDIS /WECDIS). Per questi è stato  completato lo sviluppo del nuovo software per sistemi cartografici in conformità ai nuovi requisiti previsti dalle normative IEC61164 e STANAG 4564. 

I nuovi sistemi sono già stati forniti a LDO per le unità LSS /LHD per la legge Navale. 

C’è anche un progetto per il nuovo tavolo tattico SMW-100 che sarà installato nei sottomarini e nelle unità di superficie della Marina. è stato completato ed alcune unità sono già state installate all’estero.

Il sistema di combattimento CMS Atlantis-1, in base alle esperienze del passato FCS, C4I e Integrazione di Sistemi di Combattimento e in seguito a richieste di alcuni committenti esteri, la GEM elettronica sta sviluppando il modulo TEWA che sarà parte del CMS ATLANTIS-1. 

è stato ideato per applicazione su pattugliatori e naviglio di media e piccola stazza. 

Deve creare il quadro tattico originato da tutte le informazioni ricevute dai sensori (radar di navigazione, radar di scoperta, EOS, IFF, ESM, Data Link). 

Per ogni ‘entità’ rilevata deve calcolare/predire i principali parametri volti a identificare e classificare il bersaglio in friend, neutral e hostile. 

Deve procedere al calcolo degli indici di pericolosità per ogni ipotetica minaccia nei confronti della propria nave o dell’obiettivo da difendere, definire le regole d’ingaggio e procedere all’associazione minaccia-assetto offensivo con il corrispondente calcolo delle probabilità di distruzione della minaccia.

E condurre le operazioni di designazione e comando delle armi (SAM, SSM, cannone ed altro ancora). 

 

IL PROGETTO ATINS 

GEM elettronica e il Segretariato Difesa hanno stretto un accordo per il finanziamento di un progetto di ricerca che ha lo scopo di sperimentare la tecnologia comunemente identificata con il termine di “ultra cold atom”, con il fine di realizzare un innovativo sistema di navigazione inerziale atomico (atins). 

Il progetto ATINS nasce come evoluzione della lunga storia dei sistemi di navigazione inerziale sviluppati da GEM elettronica. Finanziato dal Segretariato Generale della Difesa/DNA nell’ambito del Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM) punta all’integrazione di un sensore inerziale basato su interferometria atomica con un sensore classico, con lo scopo di moltiplicarne migliorarne le prestazioni e permettere la navigazione continua ed autonoma per centinaia di ore, indipendentemente dalla disponibilità di sistemi di posizionamento satellitari. 

La tecnologia su cui è basato il sistema ATINS ha tutte le caratteristiche necessarie per superare la frontiera attuale in termini di precisione di posizionamento, attualmente definita da sistemi basati su tecnologie ottiche (come ad esempio i giroscopi in fibra ottica o RLG). Sistemi con questa precisione sono particolarmente adatti alla navigazione sottomarina, dove per cui non sono disponibili le informazioni di posizionamento satellitare, oppure per la navigazione di superficie nelle navigazioni di superficie nei casi in cui le informazioni di posizionamento satellitare sono siano intenzionalmente o casualmente corrotte. 

Lo scopo del progetto ATINS è la realizzazione di un dimostratore di tecnologia che permetta di coadiuvare le prestazioni di un sensore IMU classico con quelle di un sensore interferometrico 

atomico, con lo scopo di dimostrare la possibilità di raggiungere un errore di navigazione di 1 NM dopo 168 ore (7 giorni) di navigazione completamente inerziale. Sono inoltre previste numerose ricadute tecnologiche ed industriali del progetto ATINS. Le informazioni fornite dal sensore possono essere utilizzate in contesti affini come il settore della navigazione aeronautica e aerospaziale, o in contesti differenti come la misura accurata della gravità o del gradiente gravitazionale, particolarmente importanti per la realizzazione di scansioni dettagliate del sottosuolo, per indagini geofisiche o del settore Oil&Gas. 

La ricerca realizzata inoltre coinvolgerà campi di indagine della fisica ottica, atomica e quantistica che potranno portare a possibili applicazioni in numerosi campi dell’ingegneria delle telecomunicazioni, del telerilevamento e dell’ingegneria informatica e medica. La precisione prevista per il sistema ATINS ha la potenzialità di rendere la navigazione di un mezzo in movimento indipendente per molti giorni dalle informazioni disponibili da sorgenti esterne (ad es. Gps). Questa potenzialità è fondamentale in un contesto in cui le sorgenti esterne possono essere corrotte, degradate o totalmente inaccessibili, come nei sistemi sottomarini. 

 

Report Difesa: Il Centro NATO di Cesano di Roma

Difesa, a Cesano di Roma il Centro d’eccellenza della NATO sulla Security Force Assistance (sfa)

 

Italia, Albania e Slovenia hanno creato un Centro di Eccellenza della NATO per quanto riguarda la Security Force Assistance (SFA).

Si tratta di un insieme di attività, coordinate ed integrate per generare, impiegare e sostenere forze militari locali in supporto ad un’autorità legittima.

Stiamo parlando di uno degli elementi chiave del concetto strategico dell’Alleanza Atlantica, un fattore essenziale per la sicurezza e la ricostruzione di regioni instabili, da poco uscite da un conflitto.

Basti pensare ai casi della Bosnia e del Kosovo a partire dalla fine degli anni ’90 o senza andare troppo lontano all’Afghanistan e all’Iraq ed anche ai Teatri operativi dove i contingenti NATO hanno operato ed ancora operano a favore delle Forze di sicurezza di quei Paesi nel quadro del Security Sector Reform.

La NATO con il termine Security Force Assistance (SFA) intende, dunque, un’assistenza a tutto tondo, da esplicare lungo più direttrici, riassumibili con l’acronimo GOTEAM (Generate-Organize-Train-Enable-Advice-Mentor).

Non è il semplice addestramento delle unità locali da parte degli istruttori della NATO ma si parte dalla generazione e dall’organizzazione delle Forze, per poi passare alla formazione vera e propria e all’operatività degli uomini e delle donne addestrati, senza contare le attività di consulenza e di mentorship nel corso dell’impiego.

Lo SFA è dunque un sistema che opera a livello strategico, operativo e tattico. 

Ovvero dal livello ministeriale a quello delle minori unità sul terreno, secondo un approccio complesso che punta a rendere autonome ed efficaci le Forze di sicurezza di quei Paesi a deficit di stabilità che possono contare sul supporto internazionale.

Le Forze Armate italiane vantano una notevole esperienza in questo campo, soprattutto con l’Esercito e i Carabinieri. Senza dimenticare il ruolo della Marina e dell’Aeronautica.

E’ una modalità di intervento più consolidata che viene applicata sia in ambito dell’Alleanza atlantica che dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite.

E grazie a questa lunga esperienza l’Italia è diventata la base del NATO Security Force Assistance Center of Excellence a Cesano di Roma nella sede della Scuola di Fanteria.

Il Centro sarà il punto di riferimento per l’Allied Command Transformation della NATO, oltre che per lo Stato Maggiore della Difesa, le Forze Armate e naturalmente i Paesi partecipanti.

Una delle priorità sarà quella di contribuire a sviluppare e sperimentare gli aspetti concettuali, dottrinali e di standardizzazione nel campo dello SFA, promuovendo la cooperazione e l’interazione delle forze chiamate ad operare sul terreno.

Ugualmente importante sarà la raccolta e l’analisi delle lezioni apprese dalle varie Nazioni della NATO, rendendole poi disponibili in seno all’Alleanza.

Il progetto è nato nel 2016 su proposta del Ministero della Difesa italiano con lo scopo di creare unHub di riferimento dedicato alla promozione degli sforzi dell’Alleanza per la stabilizzazione e la ricostruzione in qualsiasi scenario di crisi.

Il Centro è stato formalmente istituito il 13 dicembre 2017 con la firma di un Memorandum of Understanding tra le Nazioni partecipanti e l’Allied Command Transformation (ACT) ed ha conseguito l’accreditamento NATO nel dicembre scorso. 

 

Report Difesa: Strumenti finanziari europei e gestione dei flussi migratori

Strumenti finanziari europei e gestione dei flussi migratori

 

Qualche riflessione politico-economica.

 

In un momento storico in cui l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sul tema della gestione dei migranti e dell’efficacia, sempre più discussa, delle politiche nazionali e sovranazionali di integrazione è massima, si ha per contro poca contezza dell’ammontare delle risorse finanziarie messe a disposizione degli Stati dall’Unione Europea. Le cifre, come meglio si vedrà, sono notevoli al punto che – la notizia è recentissima – La Corte dei conti europea sta espletando un audit sulla gestione economica della migrazione da parte dell’UE.

 In particolare, la Corte valuterà se il “sostegno fornito alla Grecia e all’Italia abbia raggiunto gli obiettivi perseguiti e se le procedure di asilo e di rimpatrio siano state rapide ed efficaci”. Per assolvere a questo compito  l’Organo di Controllo sta passando al vaglio i progetti sostenuti per stabilirne la pertinenza, valutarne l’impostazione e appurare se stiano conseguendo i risultati perseguiti e analizzerà inoltre procedure di verifica del seguito dato, per stabilire se siano stati apportati miglioramenti sul piano della performance. E’ evidente, nel Comunicato qui riportato, il richiamo alla verifica dell’efficacia del funzionamento sistema degli “Hotspots”, attraverso i quali gli Stati di frontiera ricevono assistenza operativa dall’apparato delle Agenzie Europee e principalmente da FRONTEX, EASO, Europol ed Eurojust. 

Credo che sia allora importante e utile fornire una sintetica e quanto più possibile aggiornata panoramica dell’assistenza finanziaria UE a disposizione degli Attori locali e regionali che lavorano con i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo. Le risorse al momento più rilevanti per gli Stati dell’Unione giungono dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020, del valore complessivo di Euro 4.4. miliardi.  Nel dettaglio, il Fondo in questione è stato istituito con Regolamento UE 516/2014 con lo scopo di fornire un sussidio agli Stati per promuovere l’efficiente gestione dei flussi migratori e l’attuazione, il rafforzamento e lo sviluppo di un approccio comune dell’Unione in materia di asilo e immigrazione. Questo Fondo contribuisce al raggiungimento di quattro obiettivi specifici nei settori dell’asilo, migrazione legale e integrazione, rimpatrio e solidarietà. Nel nostro Paese, per la realizzazione degli interventi da realizzare con la dotazione a disposizione, viene predisposto un Programma Nazionale, in cui sono indicate azioni pluriennali e interventi a medio e lungo termine. L’Autorità Nazionale per la gestione e il controllo dei Fondi è il Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno. Recentemente (dicembre 2018), sono scaduti nel nostro Paese due avvisi per interventi da finanziare con Risorse del Fondo, riguardanti interventi per favorire il rimpatrio volontario e assistito (RVA) di almeno 2700 destinatari nei Paesi di origine.  Mi sembra di non poco conto sottolineare –  dati alla mano –  che ad oggi gli Stati Europei destinatari degli importi più consistenti tratti di tale fondo sono, in ordine, Germania, Francia e Italia. E’ recentissima inoltre la notizia che la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha chiesto “di aumentare le risorse per il Fondo Amif a 10,41 miliardi di euro in prezzi correnti per il periodo di programmazione 2021-2027”. Secondo gli eurodeputati, il Fondo dovrebbe assicurare “la solidarietà e l’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri, in particolare verso quelli più colpiti dalle sfide migratorie, anche attraverso la cooperazione pratica”. 

Altro fondo di notevole rilievo è il Fondo di sicurezza interna (ISF) che per il periodo 2014-2020 prevede uno stanziamento di circa 2,8 miliardi di euro e garantisce che gli Stati dell’UE dispongano di un adeguato sostegno finanziario dell’Unione per progredire verso gli obiettivi politici e affrontare importanti sfide nel settore della sicurezza interna. A questi miliardi iniziali si sono poi aggiunti oltre 1.1 miliardi di euro in fondi emergenziali mobiliati proprio per rispondere all’urgenza della pressione migratoria in alcuni paesi Membri. In questo settore  L’Italia, con una dotazione totale di oltre 930 milioni di euro stanziati, è la prima beneficiaria in Europa quanto all’ammontare dei finanziamenti nel settore migrazione e sicurezza interna. Il potenziamento di tale fondo rientra, per gli anni 2021-2027, tra le più recenti proposte della Commissione Juncker.

Per il periodo 2014-2020 la Commissione europea sta distribuendo agli Stati membri 7 miliardi di euro nell’ambito del Fondo Asilo, migrazione e integrazione (AMIF) e del Fondo Sicurezza interna (ISF). In totale i programmi nazionali finanziati dai fondi AMIF e ISF nel periodo 2014-2020 sono 58; i finanziamenti dell’ISF sono destinati solo agli Stati Schengen e associati. I programmi nazionali AMIF sono 27, quelli ISF 31. Nel complesso i due Fondi tendono a supportare progetti  gestiti dagli Stati Membri, dalle Organizzazioni Internazionali o dalle ONG. Progetti che vanno dal supporto psico-sociale ai migranti, ai rimpatri volontari assistiti, al network SPRAR in Italia fino al ricollocamento e alla solidarietà tra Paesi europei. Per avere un’idea dell’andamento di alcuni di questi innumerevoli di progetti la Commissione ha recentemente pubblicato un booklet di iniziative finanziate liberamente scaricabile. Ai consistenti stanziamenti finanziari interni sono andati aggiungendosi strumenti dedicati anche alle politiche migratorie da attuare nei confini ESTERNI dell’Ue e dunque destinati anche a Stati terzi. Da gennaio 2013, il regolamento finanziario che disciplina il bilancio UE consente alla Commissione europea di istituire e amministrare fondi fiduciari dell’Unione europea per le azioni esterne. Si tratta di fondi fiduciari finanziati da una pluralità di donatori e finalizzati ad azioni di emergenza, post-emergenza o tematiche. Sono strumenti che si sono rivelati utili – sebbene finora non certo risolutivi – al fine di tentare di raggiungere l’obiettivo di ridurre i flussi di migrazione irregolare, stabilire partenariati sempre più forti con i Paesi di origine e di transito e stimolare investimenti locali privati massicci per ridurre gli incentivi a partire. In questa sede vale la pena richiamare:

Lo strumento per i rifugiati in Turchia, che per il periodo 2016-2019 ha raggiunto il valore di 6 miliardi di euro (così ripartiti: 3 miliardi per il biennio 2016-2017 e altri 3 miliardi per il biennio 2018-2019). Esso, attivato nel 2016 e osteggiato in un primo momento dall’Italia, costituisce la risposta dell’UE all’invito del Consiglio europeo a rendere disponibili significativi fondi aggiuntivi per assistere i rifugiati in Turchia. Al momento della sua istituzione, lo Strumento in esame veniva così finanziato, in rapporto agli Stati Membri contribuenti (Fonte grafica euractiv.com):

 

L’Italia, come si può osservare, è una delle Nazioni maggiormente coinvolte dal punto di vista finanziario, sicuramente la più impegnata tra quelle dell’Area Euro Mediterranea, sebbene segua a debita distanza i principali contributors, Germania Inghilterra e Francia. Si tratta di un meccanismo per coordinare e razionalizzare l’assistenza finanziata dall’UE e dai suoi Stati membri ed è interamente dedicato ad assistere i 3 milioni di rifugiati siriani ospitati in Turchia nel quadro degli accordi tra questo paese e l’Unione Europea. In particolare il progetto di istruzione dei rifugiati siriani in Turchia è arrivato a scadenza ad ottobre 2018 e in vista di tale data, a luglio 2018, è stato smobilitato un fondo da 400 milioni di euro sotto forma di sovvenzione diretta al Ministero dell’Istruzione Nazionale turco. Il  sistema Facility for Refugees in Turkey è stato recentemente descritto nei dettagli in  un Rapporto della Commissione Europea stilato, per il Parlamento e il Consiglio Ue, il 14 marzo dello scorso anno. Ma ancora più recente è la Relazione della Corte dei Conti Europea, la quale ha evidenziato alcune criticità gestionali: vi sono, ad avviso della Corte, i margini per “ottenere un miglioramento del rapporto benefici-costi”.

 

Come contributo, poi, a una possibile soluzione della crisi siriana l’Unione Europea ha stanziato sino a questo momento 1,6 miliardi di euro, per nuovi progetti per rifugiati e comunità locali in Giordania, Libano, Iraq e Turchia. Sin dalla sua istituzione, nel 2014, è tramite questo Fondo Fiduciario Regionale in risposta alla crisi siriana che viene fornita una quota crescente del sostegno dell’UE per aiutare i rifugiati siriani e sostenere i paesi confinanti con la Siria nel far fronte alla crisi dei rifugiati. Il Fondo rafforza la politica integrata dell’UE in materia di aiuti in situazioni di crisi, privilegiando la resilienza a lungo termine e le necessità urgenti (nel quadro del processo di ritorno alla normalità) dei rifugiati siriani, delle comunità di accoglienza e delle loro amministrazioni in paesi vicini come l’Iraq, la Giordania, il Libano e la Turchia. Il Fondo, inoltre, è alla base di patti specifici che l’Unione Europea ha concluso con la Giordania e con il Libano.

 Recentemente è stato aggiornato il pacchetto di assistenza grazie a una delibera del Consiglio d’amministrazione del Fondo fiduciario dell’UE, che riunisce la Commissione europea, gli Stati membri dell’UE, i membri del Parlamento europeo e i rappresentanti dell’Iraq, della Giordania, del Libano, della Turchia e della Banca mondiale. Il nuovo pacchetto ammonta a circa 122 milioni di euro. 

 

Per i Paesi Africani sono invece stati mobilitati oltre 4 miliardi di euro attraverso il Fondo Fiduciario di Emergenza costituito a seguito del vertice de La Valletta del Novembre 2015. Si tratta certamente del più cospicuo dei fondi fiduciari dell’UE anche tenendo conto del fatto che sostiene ben 26 Paesi africani (forse troppi): conta attualmente contributi per un totale di 4,1 miliardi di euro, di cui 3,7 miliardi di euro a valere sul bilancio dell’UE e sui Fondi europei di sviluppo. Gli Stati membri dell’UE, la Norvegia e la Svizzera hanno erogato 451 milioni di euro, di cui provenivano da Germania e Italia oltre 100 milioni di euro ciascuna ed è nato con l’obiettivo di gestire i flussi migratori nel Mediterraneo centrale. L’iniziativa è stata istituita dalla Commissione Europea e di recente si è dotata di nuovi quattro programmi dedicati a sostenere specificamente il Corno d’Africa con risorse aggiuntive per oltre novanta milioni di euro. 

Anche a proposito della effettiva efficacia di questo Fondo la Corte dei Conti UE non ha mancato, di recente, di appuntare la propria attenzione, formulando rilievi di carattere tecnico-economico in più punti critici. Rilievi peraltro che ritengo condivisibilissimi. Ad avviso della Corte la rapidità e l’urgenza con cui il Fondo è stato chiamato ad operare mal si sono conciliate con la complessità e la vastità delle aree prese in protezione dall’intervento. Pertanto, pur disponendo di risorse notevoli, la Commissione “non ha analizzato in maniera esaustiva i bisogni né i propri strumenti a disposizione per realizzarli”. 

Gli strumenti di finanziamento fin qui elencati si sono aggiunti a una vasta gamma di programmi più ampi e ancora meno noti. Tra questi, non si può non menzionare lo Strumento Europeo per il Vicinato (ENI), istituito con Regolamento UE 232/2014 dal Parlamento Europeo e dal Consiglio, per gli anni 2014-2020.  Esso rappresenta lo strumento privilegiato di attuazione della c.d. Politica Europea di Vicinato, a sua volta istituita nel 2003 e rafforzata nel 2011. Lo Strumento in questione mira a creare uno spazio di prosperità e buon vicinato tra UE e Paesi e Territori partners sviluppando relazioni privilegiate fondate sulla cooperazione, la pace e la sicurezza. Tra gli obiettivi specifici vi è anche quello di gestire efficacemente la mobilità delle persone. Altra linea di finanziamento importante per la gestione delle migrazioni è quella proveniente agli Stati dallo Strumento di Cooperazione allo Sviluppo (DCI), per il quale recentemente si è avanzata una proposta di riforma in seno alla programmazione comunitaria 2021-2027, con trasformazione dello stesso in Strumento di Vicinato, Sviluppo e Cooperazione Internazionale (NDICI). Nel dettaglio, invero, al DCI (originariamente previsto per gli anni 2007-2013) è già subentrato un DCI II, il quale rappresenta lo strumento principale attraverso il quale la UE realizza la propria politica indirizzata ai Paesi in via di sviluppo. Esso consta di programmi geografici, programmi tematici e di un Programma Panafricano a sostegno della Strategia Comune Africa UE e tra i settori considerati come significativi per le politiche per lo sviluppo vi sono anche quelli dell’asilo e delle migrazioni. Per gli anni considerati (2014-2020) la dotazione finanziaria complessiva ammonta a 19.661,64 milioni di euro.

Non meno importante è lo Strumento europeo per la Democrazia e i Diritti Umani (EIDHR), la cui ultima ‘versione’ subentra all’omonimo strumento in vigore fino al 2013 ed è stata istituita con Regolamento 235/2014. Anche in questo caso l’Ente erogatore è la Commissione Europea e la dotazione finanziaria complessiva è di 1.332.752.000 euro. Tra gli obiettivi indirettamente collegati ai flussi migratori dei Paesi Terzi vi è, per esempio, il consolidamento della partecipazione, della rappresentanza politica e la promozione della democrazia. Recentemente sono state deliberate misure di implementazione di questo Strumento pluriennale (2018-2020), tese soprattutto a incrementarne la dotazione economica. 

Non molto noto è poi lo Strumento che contribuisce alla Stabilità e alla Pace (IcSP). Istituito con Regolamento 230/2014 si focalizza, tra le altre priorità, sulla contribuzione alla stabilità e alla pace garantendo l’efficienza e la coerenza delle azioni intraprese. La dotazione finanziaria dello strumento per il periodo 2014-20 è di 2,339 miliardi di euro.

 In tempi ancora più recenti è stato lanciato il  lanciato il Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile (EFSD). Istituito con Regolamento 1601/2017  un piano che aspira a mobilitare fino a 44 miliardi di euro di investimenti privati sul lungo periodo attraverso una garanzia pubblica di oltre 3.5 miliardi di euro  offerta dal budget dell’Unione. Con questo innovativo strumento si cercherà di stimolare crescita e occupazione nei Paesi partner. 

Negli ultimi mesi si sono avviati a Bruxelles i negoziati per i  nuovi strumenti finanziari destinati ai per i prossimi sette anni a partire dal 2021. La migrazione è uno dei settori chiave in cui gli investimenti saranno significativamente aumentati, nella consapevolezza, dunque, della persistente gravità del problema anche a fronte di un calo, nel 2017, degli arrivi irregolari nell’Unione Europea. 

Stando alla proposta pubblicata lo scorso Giugno dalla Commissione Europea, i finanziamenti per il nuovo fondo migrazione (AMF) saliranno fino a raggiungere i 10.4 miliardi  di euro mentre quelli per la gestione delle frontiere cresceranno (IBMF) fino a 9.3 miliardi di euro. Mi sembra importante indugiare su queste cifre e sul contenuto del Regolamento del 12 giugno 2018 ( COM 2018/471). A questi  miliardi di euro si aggiungeranno i fondi per le diverse agenzie (FRONTEX, EASO, EUROPOL etc..) fino a raggiungere la cifra complessiva di 34.9 miliardi di euro. In totale, quasi il triplo rispetto al programma finanziario pluriennale precedente (13 miliardi circa). 

La Presidenza Juncker, tuttavia, sta per giungere al termine e dunque è difficile stilare qualche previsione sulla bontà di quanto messo già in cantiere e sulle ulteriori iniziative finanziarie da intraprendere per una più (non più procrastinabile) razionale ed efficace politica comunitaria di gestione dei flussi migratori. 

La proposta, avanzata recentemente, di rafforzare la Guardia Costiera e di Frontiera Europea, in una con la creazione di una Agenzia Europea per l’Asilo potrebbero essere percepite, pur nella loro ragionevolezza, come nulla più di un ‘annuncio’ da campagna elettorale. Se, infatti – come allo stato pare possibile – l’ondata ‘sovranista’ si abbatterà sul Parlamento Europeo c’è da attendersi la adozione di misure (non solo e forse non tanto comunitarie ma) nazionali ben più drastiche.

E, infine, qualche considerazione personale di fondo. Al di là degli sforzi economici, pur notevoli e pur indispensabili, per far fronte ai flussi migratori, quel che mi sembra fondamentale è che anche nel campo della gestione dell’immigrazione si arrivi, nel contesto europeo, a un meccanismo di ‘cooperazione rafforzata’, come già avviene in ambito monetario, attraverso la creazione di una agenzia indipendente e sovranazionale la quale abbia facoltà di adottare provvedimenti di emergenza come la Banca Centrale europea nel contesto dell’Euro e che abbia come caratteristica il coordinamento tra le politiche sull’immigrazione e quelle sulla cooperazione. Insomma, urge la creazione di una cabina di regia europea che vigili sugli strumenti per governare il fenomeno migratorio, che sia però ben lontana dall’attuale Frontex e dal suo approccio alla materia troppo schiettamente securitario e, dunque, di breve gittata. 

A mio avviso, insomma, la nuova Commissione Europea – e il nuovo Parlamento – saranno costretti a nuove politiche di redistribuzione sul suolo europeo (o di rimpatrio all’Estero). Tali politiche dovranno nascere da uno sforzo comune europeo, perché implicano, su scala più ampia dei singoli Paesi di primo arrivo, una capacità logistica e di coordinamento molto diversa da quella attuale.

Si dovrà, poi, verificare se vi siano i numeri per una ormai improcrastinabile revisione del Trattato di Lisbona, il quale impedisce, di fatto, all’UE di decidere in autonomia sul numero di ammissioni, dal momento che i singoli Stati mantengono la sovranità sul numero di migranti da immettere all’interno dei propri confini. E, ancora una volta, dalla composizione del prossimo Parlamento si avrà un’idea della praticabilità, o meno, di queste riforme strutturali. 

 

Report Difesa: Il ruolo dei Social Network

Il ruolo dei Social Network

DALLA PRIMAVERA ARABA ALL’ATTUALE UTILIZZO DELLE PIATTAFORME IN LIBIA.

“L’ondata di proteste che ha investito il mondo arabo nel 2011 non ha precedenti nella storia della regione. Molto si è discusso, soprattutto sui media e nell’opinione pubblica occidentale, sul ruolo svolto nella diffusione delle rivolte dall’utilizzo da parte dei manifestanti dei Social Network. Questi, giocando un ruolo determinante nelle comunicazioni di una società moderna e alterando il modo in cui i cittadini si relazionano, conversano e scambiano informazioni, idee e notizie fra di loro, sono stati indicati come uno dei possibili fattori di novità che hanno portato delle proteste popolari a rovesciare dei regimi pluridecennali. Grazie a tali mezzi di comunicazione, i cittadini di Paesi dove la libertà di espressione è stata per troppo tempo repressa hanno trovato nuovi canali per poter mettersi in contatto e cercare di scardinare il sistema di potere”. Inizia così l’Abstract del Rapporto realizzato dall’Osservatorio di Politica Internazionale su: “Il ruolo dei Social Network nelle Rivolte Arabe”. Dalla nascita delle TV Satellitari panarabe, alla crescita degli SN (Social Network), le regioni arabe hanno visto e subito un cambiamento radicale grazie ai nuovi mezzi della comunicazione mondiale. I regimi autocratici e dittatoriali, hanno subito importanti colpi, grazie all’avvento dei nuovi media e ai nuovi canali di comunicazione informatici e satellitari. Se dovessimo analizzare il concetto iniziale di Primavera araba e le sue conseguenze, troveremmo una definizione di un movimento di protesta pacifista, che è stato lanciato nella maggior parte dei Paesi arabi tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Il movimento è stato influenzato dalla rivoluzione tunisina, scaturita dal gesto di Tarek Tayeb Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco per protestare contro l’allora Governo tunisino e che fece esautorare l’allora Presidente Abidine Ben Ali. Dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 in Egitto, che portò l’ex Presidente Mohamed Hosni Mubarak a dare le dimissioni l’11 febbraio dello stesso anno, alla rivoluzione libica, che rovesciò il regime del Colonnello Muammar Gheddafi, alle proteste nate in Siria contro il regime di Bashar Assad, passando per lo Yemen, dove l’ex Presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, fu costretto a dimettersi, fino a toccare tutti i movimenti di protesta che hanno raggiunto le diverse regioni arabe.È proprio in questo periodo, che il ruolo dei Social Network, passa da secondario a protagonista della scena, mobilitando rivoluzioni e proteste e creando un effetto domino sui Governi arabi. Questo excursus, ci serve per chiarire come i nuovi mezzi di informazione, abbiano reso possibile, lo scambio di idee, file, video, immagini, contenuti, testi che avrebbero trovato la loro censura e morte sui canali di divulgazione pubblici e statali o riconosciuti dalle entità nazionali di appartenenza. Dall’inizio della Primavera araba, quando i Social Network erano in una fase di ascesa, i Social Media hanno trasmesso quell’impulso iniziale che ha dato il via alle prime proteste e che hanno trovato il loro exploit nelle forme più tradizionali di attivismo e mobilitazione. Ricordiamo gli attivisti egiziani che attraverso Facebook, Twitter e YouTube, hanno trasmesso informazioni su ciò che stava accadendo, permettendo, anche, al resto del mondo di apprendere la gravità della situazione. Senza dimenticare che in Siria, i SN hanno svolto un ruolo importante, in quanto rifugio sicuro per molti attivisti in un Paese in cui erano stati vietati raduni e dimostrazioni. Attraverso questa rete, i siriani sono stati in grado di diffondere informazioni preziose sui crimini in atto e di documentare i massacri commessi contro i civili diffondendoli su Facebook e YouTube. Ricordiamo anche la Libia, dove gli attivisti di Facebook potevano trasmettere immagini sugli eventi criminali dell’ex regime. Importante capire, quali cambiamenti ci siano stati dal 2011 ad oggi e quali sono i nuovi rischi che implicano i Social Media. Da allora, essi hanno cambiato forma, plasmandosi su quelli che sono gli umori e le preferenze degli utenti. Se in un primo periodo il compito assunto dai Social era quello di raccontare la realtà, per denunciare le nefandezze subite dal popolo, ad oggi le cose sembrano essere cambiate. L’aumento della densità di popolazione sui social, l’utilizzo distinto tra uomini e donne, l’età degli utenti, la creazione di account finti, la diffusione di notizie mendaci e la manipolazione delle informazioni, rende più complicata la lettura degli eventi, che rischiano a volte di fuorviare dalla realtà. Nel 7° rapporto pubblicato dall’Arab Social Media Report, autorizzato da Fadi Salem Mohammed Bin Rashid, della School of Government di Dubai (Cap. 7 del 2017), i dati sul ruolo dei social network nel mondo arabo, ci dimostrano come le cose si siano evolute e come alle “vecchie” e affermate piattaforme di cui sopra, si siano unite altre applicazioni prodromiche alla nuova comunicazione. Questa settima edizione, ha continuato a studiare il comportamento mutevole degli utenti dei social media arabi, la demografia di utilizzo e le tendenze più importanti che si allacciano a questo settore. L’arco di tempo analizzato, abbraccia gli anni che vanno dal 2011 al 2017. Il rapporto presenta anche, per la prima volta, statistiche regionali sull’uso di Instagram nel mondo arabo. Partendo dall’analisi di Facebook, il rapporto indica una notevole crescita nell’utilizzo del social. Ne segue un marcato aumento dell’impatto sulla realtà culturale e sociale. Evidenzia un mutamento di rapporti tra le diverse comunità e i governi di riferimento. Nel 2017, il numero di utenti di Facebook, nel mondo arabo, è stato stimato a 156 milioni rispetto ai 115 milioni dell’anno precedente, quasi il doppio di quello degli anni trascorsi. Il rapporto ha sottolineato che Facebook rimane la rete più utilizzata nei Paesi arabi rispetto ad altre piattaforme. I più alti tassi di utilizzo sono concentrati nella popolazione degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar. Anche l’utilizzo di Twitter ha avuto un exploit negli ultimi anni, fino a toccare una cifra superiore a 11 milioni di utenti attivi, con il maggior numero di fruitori in Arabia Saudita. In due anni, il numero di tweet in questo mondo è aumentato del 59%. Nell’ingresso dei nuovi social troviamo Linkedin, Instagram e altri media. Nel rapporto si evince, che la regione del Golfo è in cima all’utilizzo di questa forma di comunicazione. Ad essere sottolineato è l’aumento della diversità tra gli utenti dei social. Questi mezzi, una volta completo appannaggio di una casta facoltosa, non risultano più ad esclusivo utilizzo delle élite nelle società arabe. Le nuove forme di comunicazione, sono oggi uno strumento utilizzato dal grande pubblico. Un mezzo adoperato per raccontare la quotidianità, qualsiasi essa sia. Nasce così la necessità di un’analisi della comunicazione, finalizzata a studiare i nuovi atteggiamenti sociali e l’influenza che questi sortiscono nella società e nei rispettivi rapporti con i governi di riferimento. Ne consegue lo studio di nuovi fenomeni comportamentali tra i vari gruppi di utenti.

 

Ma che ruolo hanno i Social Network nell’attuale situazione libica?

L’utilizzo dei social network in Libia ha ricoperto un ruolo di rilevante importanza. Il problema che deriva da questa comunicazione parallela, che controlla “il polso” della situazione, sta nella guerra tra l’informazione e la controinformazione. Una guerra strategica parallela, che viene guidata da militanti di opposte “fazioni” che mirano a destabilizzare gli equilibri interni al Paese e che implicano anche, un’analisi più ardua e approfondita da parte di Stati esteri interessati alla stabilizzazione del Paese Nord Africano. Stando a numerose analisi, Facebook ha iniziato ad apparire nelle regioni arabe intorno al 2008 e fino al 2010, ha avuto un ruolo marginale. In Libia, la situazione sulla piattaforma di Mark Zuckerberg si è capovolta dal 2011, data in cui ha avuto inizio il rovesciamento del Regime dell’ex leader, Muhammar Gheddafi. Questa data, sancisce l’inizio di una “nuova era” della comunicazione mediatica, attraverso l’adesione di migliaia di persone alla piattaforma di Facebook. Nonostante la bassa densità di popolazione in Libia, le iscrizioni al social, sono state superiori alle previsioni. L’impatto del network sugli eventi politici ha avuto inizio, nel Paese, attraverso manifestazioni e proteste successivamente sfociate in guerre intestine e di logoramento. Ciascuna delle parti interessate o al capovolgimento del regime o al raggiungimento del potere, ha cercato di attirare il maggior numero di persone, facendo leva sulla disinformazione e sull’animosità degli iscritti ai social. Dall’organizzazione virtuale di gruppi e dalla guerra mediatica, si è passati al reclutamento sul campo, dove attivisti, militanti e futuri militari venivano e vengono catapultati in una realtà che di virtuale a ben poco e che in molti casi porta alla morte. L’obiettivo è rilasciare qualsiasi tipo di informazione, vera o falsa che sia, con lo scopo principale di attirare il maggior numero di utenti, tentando di indebolire gli “avversari”. Anche il recente dato, pubblicato nel 7° Vol. del Arab Social Media Report del 2017, sull’età degli iscritti a Facebook, ci offre un quadro chiaro sull’attivismo dei giovani libici (il 57,6% degli iscritti ha un’età compresa tra i 15 e i 29 anni), che allo stato attuale dei fatti comunica ogni evento e/o viene reclutato anche attraverso propagande militari studiate per lo scopo. La duttilità di questi social non può essere trascurata, soprattutto se l’analisi viene effettuata su un lavoro di indottrinamento – politico, religioso, sociale o estremistico – che ha l’unico scopo di trasferire idee. Idee che a distanza di poco, si diffondono a macchia d’olio, specialmente tra i giovani. Spingendoli a palesare, in modo corretto o errato, i loro desideri e le loro speranze di cambiamento. Un quadro ancor più chiaro e definito, rispetto al passato, sulla situazione dei social network libici, ci viene dato dai primi cruenti scontri del settembre 2018. Giorni in cui il mondo iniziava a preoccuparsi per i possibili ed allarmanti scenari che si aprivano sul Paese Nord Africano. La piattaforma di Facebook veniva bloccata in modo silenzioso e senza troppo clamore. Gli attivisti, i media e soprattutto i civili, che la utilizzavano per comunicare - attraverso immagini, video e commenti- i soprusi subiti dalle milizie e dai terroristi della Capitale, si sono trovati senza poter più denunciare gli avvenimenti. Il lunedì 3 settembre del 2018 sancisce, per il mondo dei social network libici, un primo importante cambiamento. A detta di numerosi studiosi locali e del mondo arabo, per la prima volta nella storia dei social della Libia, la piattaforma di Facebook viene bloccata. Ma il disagio viene prontamente superato. I cittadini di Tripoli emigrano su Twitter, creando nuovi e veloci account. Da qui, l’inizio dell’utilizzo dei famosi hashtag, in grado di far risalire agli eventi in modo più veloce e diretto. Subito dopo l’oscuramento di Facebook, i cittadini hanno iniziato a segnalarne il blocco, avvenuto dopo l’intensificarsi dei combattimenti tra le milizie in lotta. In quei giorni ricordiamo che imperversavano i combattimenti tra le milizie di Al Samud di Salah Badi (nella lista nera delle Nazioni Unite), tra gli uomini armati del battaglione dei rivoluzionari di Tripoli, quelli del battaglione 301° e del battaglione di carri armati di Abu Salim, contro la settima brigata di fanteria di Tarhuna. Gli scontri del settembre 2018, hanno riportato la Libia in prima linea e si sono riflessi sulla popolazione, in particolare quella della capitale, dove le notizie viaggiavano a ritmi serrati. Ad oggi è possibile comprendere, che molte delle informazioni pubblicate su Facebook, hanno contribuito a scoprire i luoghi dove si concentravano e si concentrano tutt’ora alcune milizie. Questo ha aiutato e aiuta chi le combatte, fermandone l’avanzata. Da qui, si evince che Facebook svolge il ruolo di piattaforma principale per le notizie sulla Libia. Come in ogni realtà politica e civile, non sono solo i semplici cittadini ad interagire sui social, ma anche funzionari di governo, ministri, gruppi armati, esercito, che attraverso le loro pagine ufficiali, pubblicano informazioni reali o fittizie, con lo scopo di attirare il maggior numero di sostenitori.  Ciò crea una sorta di società parallela altamente influenzabile. La difficoltà sta nel barcamenarsi tra le fake news e le notizie reali, ma alle scritte si antepongono le foto e i video con tanto di data e ora e qui la possibilità di errore si riduce notevolmente. I sociologi arabi, spiegano che, per la difficoltà di vivere una vita sociale all’aperto, molti libici, per il timore degli scontri e di rimanere coinvolti in battaglie di strada, trascorrono il loro tempo chiusi in casa. Ma anche dentro le proprie abitazioni, non si è liberi di vedere un Telegiornale o una TV, senza rischiare di essere influenzati da emittenti televisive altamente di parte. A contribuire a questa difficoltà di comunicazione, la continua mancanza di corrente, che viene prontamente staccata dai miliziani e dai jihadisti che cercano di tenere la situazione sotto controllo. Alla luce di queste difficoltà, gli stessi sociologi, riconoscono che gli smartphone collegati alla piattaforma, sono gli unici elementi utili per restare collegati alla realtà. Gli unici che permettono alla popolazione di documentare ciò che si tende a tenere nascosto. Ma viene lanciato un allarme non indifferente, sulla creazione di pagine che inneggiano all’odio e alla rabbia, travisando anche le reali informazioni pervenute sulla piattaforma e che utilizzano foto e video stravolgendone i racconti e cercando di fuorviare dal vero motivo per cui vengono pubblicati. A questo lato della medaglia, che demonizza l’uso di questa piattaforma, appartiene la capacità dei facinorosi, di creare account utili ai miliziani, dove la vendita di armi e lo scambio di informazioni per l’arrivo clandestini diventa un business senza eguali. Lo stesso New York Times, nell’ottobre dello scorso anno ha denunciato alcuni di questi siti, sorti proprio durante gli scontri di fine agosto e che hanno facilitato, i miliziani e i jihadisti nella ricerca di munizionamento, utile ad incrementare gli scontri di settembre. Grazie a questa denuncia, i dirigenti di Facebook, hanno provveduto all’eliminazione delle pagine indicate. Nella stessa ricerca effettuata dal Quotidiano Statunitense, è stata comprovata l’esistenza di pagine, dove alcuni trafficanti di esseri umani avevano vantato pubblicamente il loro ruolo, nel cooptare gli immigranti clandestini, per poi costringerli a raggiungere l’Europa via mare. L’apertura di queste pagine aveva ed ha il compito di aumentare il “lavoro” illegale di questi trafficanti. Ma la pronta denuncia effettuata dal NYT ha permesso anche la successiva eliminazione di quelle specifiche pagine. Ma grazie alle pubblicazioni di video ed immagini, ad oggi, diventa sempre più semplice smascherare, combattere, prevenire e localizzare alcune minacce. Basti pensare all’ultimo eclatante avvicendamento, che ha visto il coinvolgimento della Turchia nella spedizioni di blindati e armi ad appannaggio dei miliziani di Tripoli legato al governo di Al-Sarraj. Il 18 maggio scorso, l’embargo sulle armi imposto alla Libia, ai sensi del Capitolo VII emanato dal Consiglio di sicurezza nel 2011, nella mattinata di sabato, è stato violato alla luce del sole. Nel marzo 2011, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha emanato la risoluzione 1970. Nella presente si chiede a tutti gli Stati membri dell’ONU di impedire la vendita o la fornitura di armi e/o materiale connesso in Libia, incluse munizioni, veicoli, attrezzature militari, attrezzature paramilitari e pezzi di ricambio.In questo caso, Erdogan, non si è preoccupato di sfidare il mondo e ha inviato il mercantile AMAZON, battente bandiera moldava. La nave ha portato un carico di 40 blindati e munizionamento di vario genere. Il tutto per rinforzare le fila delle milizie di Tripoli appoggiate dal Governo della riconciliazione Grazie agli attuali mezzi di comunicazione e alle due piattaforme più utilizzate nel web (Facebook e Twitter) è stato possibile rintracciare e seguire la spedizione tappa dopo tappa, permettendo agli addetti ai lavori di analizzare il diverso carico del mercantile. La nave di proprietà della Keystone Sg Exchange Inc., si definisce “partner in Asia” ed è stata acquistata da Maya RoRo SA nel 2014, una società con sede nelle Isole Marshall, nel Pacifico occidentale. La gestione è stata affidata alla società AKDENİZ RORO SEA per il trasporto turco. Il sostegno della Turchia, in primis, va a Salah Badi detto Salah Paddy, che negli ultimi mesi dello scorso anno è stato inserito nella lista nera dei sanzionati delle Nazioni Unite e al quale era stato vietato di spostarsi dalla Libia. Come da copione, Paddy ha trovato rifugio, fino a poco prima degli scontri, tra i “fratelli” dell’Anatolia, nella sua residenza di Istanbul. Il materiale è già stato suddiviso tra i Battaglioni più importanti delle milizie, come il Battaglione 33 di Fanteria guidato da Bashir Khalaf Allah, quello delle milizie di Al-Samud di Salah Badi e altre. Le foto pubblicate su tutti i canali Facebook ufficiali e non, hanno messo in evidenza lo sbarco dei mezzi che, ad un primo colpo d’occhio sono sembrati gli stessi utilizzati dai turchi nella campagna di Hama in Siria. I 40 blindati tipo Kirby della BMC Defence, sono stati progettati come blindati anti-mine. La società fabbrica equipaggiamento militare per l’Esercito turco e a quanto risulta dai media libici, il 50% delle quote della società appartiene al Qatar. Tra il munizionamento arrivato, ci sono una serie di mine anti-carro, missili contraerei, fucili per gli snipers, mitragliatrici e munizioni di vario genere.Quello che ha maggiormente creato sdegno tra la popolazione, oltre che degli addetti ai lavori, è stato che la spedizione di veicoli corazzati sia avvenuta nel porto di Tripoli in pieno giorno e che il passaggio dei mezzi sia stato effettuato tra le strade principali della capitale, tra l’esultanza dei sostenitori dei gruppi armati, il silenzio attonito dei civili e l’assenza di forze di sicurezza e funzionari del Governo della riconciliazione. Ma grazie all’attivismo di alcuni militari, che hanno seguito con attenzione gli spostamenti del mercantile, è stato possibile comprendere che le brutte notizie non si fermavano all’arrivo dei mezzi e a lanciare un allarme ancor più potente ci pensano gli ufficiali della Marina libica. Secondo molti media locali, tra cui Al-Mash Libya, il Colonnello Abu Bakr al-Badri, ha rivelato nuovi e sconvolgenti dettagli sulla nave turca “Amazon” e sul carico che stava trasportando. Al-Badri, in una conferenza stampa ha dichiarato che la nave turca, attraccata pochi giorni fa nel porto di Tripoli, stava trasportando anche un gran numero di terroristi, inclusi membri dell’organizzazione Da’ash. A detta dell’ufficiale, l’annuncio sull’arrivo dei blindati ha coperto il motivo del vero carico della nave. Il riferimento, sempre secondo quanto sostenuto dai libici, va ad un gran numero di elementi di organizzazioni terroristiche che la Turchia avrebbe già iniziato a trasferire dalla Siria alla Libia. Infatti, secondo numerosi attivisti, che operano sui social e che hanno seguito la nave dalla sua partenza dal porto di Samsun in Turchia, hanno notato come la stessa, sparita più volte dai radar, sia attraccata, prima dell’arrivo a Tripoli, negli scali turchi di Dekeli, Izmir, dove pare sia stato effettuato il carico di terroristi, prima di proseguire verso il Paese Nord africano, Secondo fonti militari, il porto di Samsun non è conosciuto per il controllo rigido sulle merci. Il che lo rende il luogo ottimale per le spedizioni provenienti dalla Siria e per quelle di materiale militare che deve mantenere un profilo basso nella logistica. Ma il ruolo dei social network è in continua evoluzione e il mondo di affrontare la vita quotidiana, politica, sociale muta assieme a questi cambiamenti. Una nuova “arte della guerra mediatica” ci aspetta e bisogna essere in grado di poterla e saperla affrontare. Ciò che impariamo ad utilizzare oggi, domani sarà superato.