Atlantis 2/2019

 

Il SECONDO numero di Atlantis del 2019 (ESTATE), dedica il Dossier al tema Europa e Mediterraneo di Giulio Terzi di Sant'Agata attraverso la prestigiosa collaborazione con il Circolo di Studi Diplomatici di Roma, 

Continua l'appuntamento con i grandi eventi storici degli anni terminanti in nove con l'Ara Pacis.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con la Meningite.

ll Focus paese, a firma Domenico Letizia, è dedicato ai Balcani.

Prosegue anche in questo numero la collaborazione permanente con la testata Report Difesa diretta dal collega Luca Tatarelli. Ai temi delle relezioni internazionali, del commercio estero, dei diritti umani e della geopolitica aggiungerà temi importanti nell'ambito degli affari internazionali quali la difesa e la sicurezza. 

 

 

Unione Europea, cinque anni decisivi

Editoriale

Pensare europeo è difficile, presuppone uno sforzo che forse andrebbe fatto anche controvoglia, eppure “per lo stesso motivo per cui abbiamo un’identità locale e nazionale dovremmo capire che vale lo stesso anche per l’Europa”. Un’insieme di valori, di eventi che ci ha resi europei (senza che nemmeno ce ne rendessimo conto?):  L’Umanesimo, la Rivoluzione francese, l’Illuminismo, la Rivoluzione industriale. Un insieme di fattori che ha contribuito a costruire l’identità europea con la quale conviviamo e questa è la questione che nessuno può ignorare o fingere di ignorare. Un veneziano si sente più o meno europeo di un viennese e un siciliano più o meno italiano di un milanese?

 

Tuttavia, il cammino non sarà facile.

 

Non è stato un voto europeo, quello appena avvenuto, e in quella rappresentanza parlamentare europea c’è sicuramente un po’ troppo nero, soprattutto per l’ombra che investe Francia e Italia, (attesa ma pur sempre preoccupante), non è di conforto, ma questi cinque anni potrebbero servire a cambiare molto, a crescere, a prendere delle decisioni all’interno dell’Unione europea. 

 

Tuttavia a volere essere ancora ottimisti, tutto dipenderà dal nuovo Parlamento, dai futuri leader che popoleranno le istituzioni dell’Unione europea, di chi lavora per lei, di chi ha finalmente capito che quando si entra in un palazzo brussellese arriva il momento di mettere da parte la proprio nazionalità e di ragionare in termini europei. Domenica, è successo il contrario, la maggior parte dei voti sono stati una sublimazione delle battaglie nazionali e diversi elettori hanno votato pensando al proprio paese.

 

C’è una forte incomprensione delle politiche europee e della loro necessità, le elezioni europee non sono un test nazionale ma servono a eleggere il futuro Europarlamento che farà delle leggi che non saranno valide per un singolo paese, ma per tutta l’Unione. 

è il primo parlamento sovranazionale nella storia del parlamentarismo, quando si vota bisogna tenerlo presente.

Questo ragionamento devono averlo fatto in pochi ovunque e anche in Italia, dal giorno dopo, si è cominciato a parlare di rimpasto governativo nazionale e di altri argomenti del tutto lontani dai contenuti veramente europei.

 

Invece, ci sono riforme che andrebbero fatte per far sentire tutti un po’ più europei. Infatti, ci aspettano cinque anni cruciali per costruire la nostra identità europea, molto dipenderà da chi sarà il futuro presidente della Commissione, dalla sua statura politica e anche dalla maggioranza che si formerà dentro al Parlamento europeo, ma tutti gli sforzi devono andare in una direzione: verso l’integrazione politica. 

 

Sarà questa la questione centrale dei prossimi cinque anni. I ruoli di Parlamento, Commissione e Consiglio devono essere delineati con chiarezza, perché anche in questo modo, gli interessi dell’Europa tutta possono avere la meglio su quelli nazionali. È’ nell’interesse della democrazia europea che la Commissione e il Parlamento rompano il potere del Consiglio, dove vengono rappresentati gli interessi dei paesi membri. 

 

Deve essere chiaro che il luogo in cui si prendono le decisioni è la sala blu di Strasburgo.

 

Deve esserlo, soprattutto, perché, in questo mondo “in disordine” come lo ha definito in un recente convegno organizzato da Atlantis, l’ambasciatore Giorgio Radicati o in “subbuglio” come lo ha descritto Richard Haas sin un suo libro A World in Disarray (non tradotto in italiano), l’alternativa a questo presa di coscienza e la conseguente realizzazione di una nuova identità (culturale ma soprattutto politica), un’Europa “malata” si trasformerebbe in terreno di conquista da parte di Pechino e Mosca. 

 

Cinque anni non sono poi molti ma l’importante è abbandonare l’illusione di essere ancora al centro del mondo. 

 

 

Dossier: Europa e Mediterraneo

Europa e Mediterraneo, per una nuova politica estera

 

Giulio Terzi di Sant’Agata - Lettera Diplomatica 26 febbraio 2018

Dal libro "Lettere sul Mondo", Collana "Osservatorio Globale" diretta da Domenico Vecchioni, Mazzanti Libri, Venezia 2019

 

Una politica estera e di sicurezza che intenda affermare nel Mediterraneo e in Medio Oriente un ruolo accresciuto dell’Unione Europea e che voglia farlo in chiave affaristica e rinunciataria della propria identità porta dritto allo smarrimento dell’Europa, non a un’Unione che si rafforza. 

Sembra assurdo che ciò avvenga sulle sponde del Mediterraneo che hanno dato vita a pensiero, cultura e identità delle nazioni europee. Tuttavia questa è l’impressione che danno quanti proclamano la necessità di un decisivo salto di qualità nell’integrazione europea ma si guardano bene dal ricordare i principî sui quali l’Europa è fondata. 

Si sorvola regolarmente su questi principî in reverente ossequio alle “sensibilità” di regimi che non hanno alcuna parvenza di democrazia né rispetto dei diritti umani e della dignità della persona. Si tace persino quando sono in atto repressioni violente del dissenso, incarcerazioni arbitrarie e esecuzioni capitali. Il silenzio dell’Europa rivela così un plateale smarrimento di valori. Come in altre terribili stagioni della nostra storia, chi si volta dall’altra parte legittima regimi responsabili dei più gravi crimini contro l’umanità; costituisce un potente incoraggiamento a autocrati e dittatori corrotti e sanguinari. L’Europa, i suoi Stati membri e i popoli europei meriterebbero una diversa politica estera.

Trascurando la centralità dello Stato di Diritto nelle relazioni con altri Stati l’Italia e le Istituzioni comunitarie stanno facendo perdere all’Europa la sua vera anima: quella dei principî fondanti dei Trattati Europei, riferimenti impegnativi per tutti. Non dovremmo stancarci di ricordarlo in questa stagione elettorale.

Uno dei più grandi internazionalisti degli ultimi decenni è stato il professor Cherif Bassiouni, essenziale protagonista della tutela dei diritti umani attraverso meccanismi di giustizia transizionale delle Nazioni Unite fortemente sostenuti dall’Italia. Bassiouni ci ha lasciato il 25 settembre scorso. Aveva generosamente accettato di presiedere il Consiglio Scientifico del “Comitato Globale per lo Stato di Diritto-Marco Pannella”.

Il suo ultimo libro – The “Chronic of the Egyptian Revolution”- descrive quanto avvenuto nel Mediterraneo dalla rivoluzione egiziana del 2011 sino alla immane tragedia della distruzione della Siria e del suo popolo. “Chronic of the Egyptian Revolution” si conclude con la citazione di Charles Dickens da “A Tale of Two Cities”.

Uno spunto letterario, si potrà dire, ma rilevante in un dibattito sul rapporto tra Europa e Mediterraneo. Nella contrapposizione Dickenseniana tra città della luce e città delle tenebre si possono anche ora intravvedere le prospettive per una diversa politica estera dell’Italia e dell’Europa nel Grande Mediterraneo. è auspicabile una nuova stagione. Non soltanto perché l’emarginazione dell’Europa e dell’Occidente dalla gestione politica, diplomatica e militare delle crisi durante gli ultimi sette anni pesa negativamente sulla sicurezza dell’Europa, sulla coesione e stabilità sociale dei nostri Paesi, su nostri diretti interessi nazionali. L’emarginazione europea e dell’Italia – mentre Londra e Parigi hanno dimostrato capacità di intervento maggiori delle nostre - e la frequente rinuncia ad affermare identità e interessi nazionali danno la sensazione che nel Mediterraneo, ormai, l’Europa stia perdendo la sua anima. Infatti la politica estera e di sicurezza dell’UE sta affrontando il tema migratorio in modo insufficiente e parziale. Lo considera essenzialmente una questione umanitaria mentre riguarda aspetti assai rilevanti per la nostra sicurezza dentro e fuori i confini dell’Europa. Resta ugualmente ambigua la definizione di una strategia comune nei rapporti con la Russia - dopo l’annessione della Crimea - sulla riduzione e il controllo degli armamenti convenzionali, strategici e sub strategici nel continente europeo, in particolare le armi nucleari vietate dal Trattato INF del 1987. Rimane ugualmente incerta la linea che l’Unione, e l’Italia in particolare, intendono seguire su Siria, Iraq, Yemen – tutte tessere del puzzle Iraniano – oltre che su Libia e Sahel. Nella gestione di queste crisi restano in ombra principî sui quali si basa la costruzione dell’Unità europea, la sua integrazione politica ed economica, e la sua identità. 

L’Europa perde la sua anima nel Mediterraneo quando l’Alto Rappresentante Federica Mogherini evita sistematicamente di porre sul tavolo dei negoziati con l’Iran, il rispetto delle libertà politiche, economiche e sociali della popolazione iraniana. Personalità del nostro Governo e di altri paesi europei fanno la stessa cosa. Non ci si vergogna di ignorare gli ottomila e più manifestanti arrestati negli ultimi giorni dello scorso anno, e quelli uccisi a decine durante le dimostrazioni, eliminati in carcere e impiccati perché si battono contro la corruzione e la repressione di un intero popolo, dichiarando al massimo che “continuiamo a seguire lo sviluppo degli eventi”. 

Non vi sono domande da porci? Non è fatto un obbligo dai Trattati per ogni Stato Membro dell’Unione Europea e per tutte le istituzioni comunitarie di porre al centro dei rapporti esterni dell’Unione il rispetto dei Diritti umani e dello Stato di Diritto? Non è forse questo obbligo sancito dai Trattati e da una miriade di decisioni dei Consigli europei, da linee guida e di piani d’azione, come quelli sulla libertà di religione e di pensiero (FORB)? E non sono questi obblighi sottoscritti, conclamati, propagandati dai Governi europei e allo stesso tempo completamente ignorati nei fatti? Il Ministro dell’Economia ha celebrato nella sala Ciampi del suo Dicastero con il suo collega iraniano la concessione di linee di credito miliardarie, finanziate direttamente o indirettamente dal contribuente e dal risparmiatore italiano, proprio mentre il sangue scorreva nelle strade di decine di città iraniane. Si tratta delle linee di credito che saranno gestite da Invitalia, ai sensi dell’ultima Legge di Bilancio. La decisione del Governo di escludere da provvedimento su Invitalia i riferimenti, richiesti da alcuni parlamentari, alle disposizioni e raccomandazioni dell’Unione Europea contro il riciclaggio con finalità terroristiche ha destato preoccupazione per  il segnale che ne possono trarre le Autorità iraniane.

L’Europa ha cancellato dal radar i diritti umani, la dignità dell’individuo, i diritti economici e sociali, la libertà religiosa, di credere e di non credere, il pluralismo politico. Siria, Iran, Egitto, Tunisia, Libia, sono le tappe dell’indifferenza europea e della nostra irrilevanza. Da sette anni gli orrori del genocidio siriano sono lo specchio che continuiamo a ignorare delle nostre incapacità. 

Perché Bassiouni teneva a citare Dickens?  Per spiegare il principio della responsabilità, individuale e collettiva di ciascuno di noi:

“It was the best of times,

it was the age of wisdom

it was the epoch of belief, it was the epoch of incredulity, it was the season of Light, it was the season of Darkness “.

Scritte più di 150 anni fa, concludeva Bassiouni, le parole di Dickens possono ben rappresentare quanto è avvenuto e sta accadendo nel Mediterraneo e nel mondo arabo dal 2011 a oggi.

L’anno iniziato segna il settimo anniversario di un genocidio contro la popolazione siriana, perpetrato dal regime di Assad con il sostegno – sottolineava ancora Bassiouni - di Iran e Russia. Il massacro di civili nella “zona di de-conflitto” decisa negli scorsi mesi ad Astana su iniziativa russa, iraniana e turca prosegue. Essa avrebbe dovuto garantire che a Idlib e a East Gouthai i bombardamenti cessassero completamente. Invece continua l’eliminazione sistematica dei civili che erano stati fatti rifugiare proprio a Idlib da Aleppo, gli attacchi a ospedali e scuole anche con armi chimiche.  Il Prof. Bassiouni notava come sin dall’aprile 2016 la Russia conducesse una campagna di bombardamenti che costituivano palesi crimini di guerra e contro l’umanità. 

“E’ continuato, notava Bassiouni, l’uso delle armi chimiche da parte del regime siriano, sempre sostenuto in tali attività criminali da Iran e Russia”. La “responsabilità per tali crimini, dichiarava l’eminente giurista, si estende ai partecipanti russi e iraniani che hanno fornito supporto tecnico per le operazioni militari, e ai loro superiori sulla base della responsabilità di comando… la Russia fornisce ai militari siriani praticamente tutti i materiali, le parti di ricambio, le munizioni, e i tecnici per riparazioni e manutenzioni. Ora che questi tecnici e i loro superiori sono direttamente coinvolti in operazioni militari e bombardano obiettivi dell’opposizione con aerei russi, essi devono rispondere alle loro responsabilità criminali per le loro azioni”.

“Una politica estera che “ritrovi” l’Europa nei suoi principî e interessi mediterranei deve ridare all’Italia autorevolezza e credibilità nel difficile processo di stabilizzazione della Libia e del Sahel, ora che siamo impegnati anche militarmente. E’ necessario che le finalità della nostra presenza siano ben chiare e concordate con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Dobbiamo inoltre guardare al Mediterraneo Orientale come a un’area geopolitica che da alcuni anni diventa sempre più complessa e vitale per gli interessi nazionali dell’Italia e dell’Europa. La crisi siriana, la destabilizzazione creata dall’espansionismo iraniano, la sicurezza di Israele, non possono restare “optional” declaratori per il nostro Paese. Esse devono tornare al centro di tutto l’impegno diplomatico che possiamo esprimere, sia bilateralmente verso i paesi della regione che nelle sedi multilaterali. La nuova centralità da ridare alla politica estera dell’Italia nel Mediterraneo influisce su grandi opportunità che l’Italia deve saper cogliere. 

Le recenti scoperte nel Mediterraneo Orientale possono catalizzare un’importante cooperazione regionale. Per l’Europa la prossimità di questi giacimenti di gas fornisce un’opportunità unica per allentare la dipendenza delle forniture russe, benché Mosca si sia già posizionata con partecipazioni strategiche in alcuni di questi progetti.  L’integrazione di queste risorse energetiche con il mercato europeo dell’energia può dare anche agli europei una considerevole leva di influenza. Il bacino del Levante – Levantine Deep Marine Basin – si estende tra le acque di Israele, del Libano, della Turchia e di Cipro. Alcune scoperte sono state anche fatte a largo di Gaza. L’Egitto è in pole position con il giacimento Zohr e Eni ha già iniziato la produzione. BP ha avviato la produzione nella zona Occidentale del Delta. Il mercato egiziano del gas è sviluppato e assorbirà la produzione iniziale. Queste risorse possono avere un effetto trasformativo, portando l’Egitto all’autosufficienza energetica con positivo impatto su una struttura industriale ad alta intensità di consumo di energia. Vi sono infrastrutture già disponibili anche per l’esportazione, con due impianti LNG. 

Lo sviluppo dei giacimenti tra Israele, Libano e Cipro è più complesso: anzitutto perché le prospettive riguardano essenzialmente i mercati di esportazione in un contesto globale prossimo alla saturazione. Vi è necessità di creare una rete di gasdotti e di accedere agli impianti LNG egiziani. Si sta valutando anche a medio termine la possibilità di un gasdotto attraverso la Turchia, o di un percorso alternativo di duemila chilometri a profondità di tremila metri che colleghi il Mediterraneo Orientale all’Italia. Il gas può essere un catalizzatore importante nell’incoraggiare ulteriori passi avanti nello status di Cipro, anche se questi si sono interrotti lo scorso anno. E’ necessario sostenere una trattativa le cui prospettive influiscano sulle possibilità di sfruttamento in una zona contesa, come dimostrano le ultime difficoltà emerse tra Roma e Ankara.

La centralità dell’Italia nel Grande Mediterraneo appare essenziale a una politica estera che si ispiri a quella saggia dose di “realismo” che Hans Morgentahu e la sua scuola hanno sempre auspicato: le convenienze di breve respiro non devono mai offuscare i principî e i valori identitari che costituiscono l’essenza dell’interesse nazionale. 

 

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