Atlantis 1/2017

Il primo numero di Atlantis del 2017, dedica il Dossier al tema del Mare con tutte le sue implicazioni, con tutte le sue implicazioni strategiche globali.

Prestigiosa intervista con Angelo Jannone, ex carabiniere che ha combattuto la criminalità su più fronti.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con la Tubercolosi.

ll Focus paese è dedicato alla Nigeria.

Tra gli altri contributi di questa edizione, sono da sottolineare quelli di Riccardo Palmerini e di Serena Antoniazzi e Antonio Gesualdi.

Arricchisce il numero un articolo di Prisco Piscitelli, in occasione dei settant’anni dei Trattati costitutivi dell’Europa unita.

Inizia una rubrica dedicata all’arte contemporanea dei Paesi emergenti, da parte di Stefania Bozzo.

Editoriale

Un addio all’anno vecchio e un augurio 

per quello nuovo

 

Se ne è andato un anno “rivoluzionario”. Il 2016 è stato, infatti come sottolineato anche da Maurizio Molinari un anno di rottura. Un anno non qualunque.

Dal punto di vista del costume, è stato l’anno del Pokémon Go, potente mezzo di seduzione degli scemi più sfaccendati del mondo. E’ stato l’anno del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, cosa alquanto buffa e paragonabile a quello assegnato al nostro Dario Fo (che per non essere da meno sul piano della comunicazione ha deciso di morire glorificato dai suoi acclamatori radical chic). E’ stato l’anno bisestile delle Olimpiadi in Brasile che hanno visto la squalifica degli atleti russi dedidi al doping all’insaputa del loro leader Putin. In Italia, è stato l’anno delle disgrazie senza colpe (il terribile terremoto ad Amatrice e dintorni) e pieno di colpe (lo scontro frontale dei treni regionali in Puglia). E’ stato l’anno della morte di molti musicisti cosiddetti “pop” come Bowie, Prince e George Michael. Purtroppo, sul versante dei lutti, è stato l’anno della scomparsa dei cari liberali Valerio Zanone, Marco Pannella e Sergio Ricossa; del professore di relazioni internazionali Ennio Di Nolfo; di Shimon Peres, Carlo Azeglio Ciampi, Fidel Castro, Tina Anselmi e del sovrano del Quatar Khalifa bin Hassad al-Thani nonché di Umberto Eco e di Ida Magli; degli astronauti americani Glenn e Mitchell; degli imprenditori Merloni e Caproni e dell’oncologo Umberto Veronesi. Sul versante internazionale, l’Unione europea ha perso il suo primo pezzo nazionale. La Gran Bretagna, infatti, si è pronunciata referendariamente (vox populi) fuori dall’unione. L’Europa è stata colpita al cuore dagli attacchi jihadisti di Nizza e Berlino. Abbiamo assistito, attoniti, al macello di Aleppo, alle stragi in Siria e ai massacri (con miriadi di fosse comuni) in Iraq e Libia. Il 2016 è stato l’anno dell’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump a danno dell’apparentemente favorita Hillary Clinton. Il 2016 è stato assai probabilmente il primo anno di un cambiamento radicale dello scenario e dell’agenda della politica e della diplomazia internazionale. Il 2016 è stato anche l’anno dell’uscita di un libro da leggere Il Nostro Futuro di Alec Ross per riflettere e, ancor meglio, agire. Soprattutto, il 2016 è stato l’anno della “misinformation”, dell’hackeraggio a  fini politici e dell’insulto e del dileggio sistematico. Non a caso è stato anche l’anno della morte di Bernabei “signore” democristiano della Informazione (o Comunicazione Parlamentare?) Pubblica televisiva italiana per decenni. Tuttavia, anche il 2016 è morto e consegnato agli archivi della memoria. Al neonato 2017 brindiamo speranzosi che di peggio non possa darci rispetto al predecessore. Quindi, nell’alzare i calici, esprimiamo questo desiderio:

prevalga la gentilezza sull’aggressività; la discrezione sul narcisismo comunicativo; l’ironia sul sarcasmo; la responsabilità sul fanatismo; la cortesia sull’insulto rabbioso; l’umorismo sul dileggio; la creatività sul conformismo; l’innovazione sull’immobilismo; il merito personale sulle relazioni di gruppo e familiari; il pragmatismo sull’ideologia. E’ auspicato si faccia e si realizzi piuttosto che si insegni e si teorizzi. Grazie, 2017.

Lavorare sulla cultura della sicurezza

 

Lavorare sulla cultura 

della sicurezza

Intervista ad Angelo Jannone, direttore Internal Audit & Compliance (CAE) di Italiaonline. 

 

 

 

 

Angelo Jannone, 55 anni è un colonnello del Ros in congedo. Attualmente Direttore Internal Audit & Compliance di Italiaonline, la più importante web company italiana. Professore associato di tecniche e metodologie delle indagini alla Ludes di Lugano, oltre  ad essere un esperto di sicurezza delle informazioni, materia per la quale ha conseguito nel 2013, il titolo di Associate Professor. 

Autore di numerosi pubblicazioni e  saggi, tra cui Intelligence, un metodo per la ricerca della verità - Eurilink 2010, in cui dipingeva anche con anticipo, lo scenario della minaccia globale. Atlantis Magazine lo ha intervistato.

 

Dott. Jannone, la sicurezza è un tema sempre importante. Immagino Lei se ne occupi anche per Italiaonline.

Italiaonline è la più grande web company italiana, che, solo con i domini Libero e Virgilio, gestisce oltre 10 milioni di utenze di posta elettronica, che significano dati. 

In Italiaonline la cultura della sicurezza è molto diffusa. Per noi la sicurezza dei dati relativi ai nostri clienti, oltre che fattore etico, rappresenta il fulcro della nostra credibilità sul mercato.

La mia Direzione non è direttamente impegnata sulla sicurezza, della quale si occupano altre funzioni aziendali, ma assicura il rispetto delle regole. 

I nostri utenti o clienti, con Italiaonline, hanno una duplice garanzia: innanzitutto che i loro dati sono trattati in Italia e secondo la normativa nazionale. Il che è importante, essendo noto che la nostra disciplina in tema di Privacy, è più severa rispetto anche ad altri Paesi europei. Il Regolamento europeo, che entrerà in vigore nei prossimi mesi, per molti aspetti semplifica norme ed adempimenti. 

Ma soprattutto Italiaonline ha da tempo adottato protocolli e standard di sicurezza molto elevati. Ad esempio, la password con doppia sicurezza sulla Libero Mail, che i nostri utenti possono sottoscrivere gratuitamente. Quando un nostro utente accede al suo account Libero, ad esempio, da un dispositivo o da una posizione sconosciuti, gli verrà chiesto di inserire, oltre alla password, un codice numerico di verifica inviato sul suo telefono via SMS. In questo modo se qualcuno cercasse di entrare nel suo account, anche qualora riuscisse ad inserire la password non potrebbe comunque accedere alla casella di posta, perché privo del necessario codice di verifica. 

Il servizio di Password sicura è un importante passo in avanti che Italiaonline per prima ha compiuto in Italia. Per rafforzarlo, realizziamo anche campagne di sensibilizzazione sui nostri social, volte a diffondere cultura della sicurezza con un mood positivo, come facciamo anche sul portale tematico Libero Tecnologia, che ha una sezione ad hoc di notizie dedicate alla sicurezza informatica. 

 

Nel bel libro di Alec Ross tradotto in italiano con il titolo Il Nostro futuro, l’argomento sicurezza informatica è ricorrente ed è strettamente collegato alla difesa dei dati finanziari, della minaccia terroristica, etc.

Rispondo citandole un altro testo ancora più sconvolgente: “Guerra senza limiti” di due militari cinesi, Liang Qiao e Xiangsui Wang. Costoro sono stati considerati i teorizzatori della guerra asimettrica. Quella forma di molteplici guerre, che hanno da tempo soppiantato l’idea tradizionale di guerra ad armi pari. L’assimetria degli scontri, associata alle enormi potenzialità dell’ICT, ossia l’Information e Comunication Tecnology, è ciò che più deve far riflettere. 

Guerra asimettrica significa terrorismo, ma anche cyber terrorismo. Può rappresentare il punto di saldatura tra i due temi citati nella sua domanda: la sicurezza dei dati, le informazioni economico/finanziarie e la minaccia terroristica. Minaccia che riguarda non solo l’islam radicale. Basterà ricordare il caso dell’APT1, l’Advanced Persistent Threat, di Shangai, un nutrito gruppo di hacker reclutati al servizio del Governo di Pechino, contro gli interessi economici statunitensi, scoperto nel 2013 dall’Intelligence americana.

Oppure, l’attacco alla rete di comunicazione di Jupitar del 2015, di cui furono sospettati Russia e Cina. 

In sintesi, all’ombra del terrorismo internazionale, le grandi potenze oggi combattono e si difendono soprattutto da una guerra delle informazioni, in cui il fattore critico di successo, è dato dalla disponibilità di competenze informatiche avanzate.

I Servizi dei diversi Paesi – e questo vale anche per l’Italia – dispongono di hacker con competenze informatiche all’avanguardia, in misura assolutamente inadeguata. 

Ecco perché arruolano collaboratori esterni, a cui spesso chiedono risultati chiavi in mano. 

Tornando a Ross, condivido appieno i timori e lo scenario da lui dipinto. Le minacce più rilevanti oggi sono legate al web che è portatore non di fenomeni criminali a sé stanti, ma solo uno strumento al passo con i tempi, che amplifica le possibilità e le tecniche, di forme di criminalità che già conosciamo. Il phishing, ad esempio, è solo strumentale a diverse tipologie di frodi economiche che possono essere commesse mediante strumenti di pagamento on line e tradizionali. Ma rubare dati ed informazioni sensibili può consentire anche ricatti di ogni genere.

Persino alcune forme di transazioni illecite, come armi o droghe sintetiche, hanno trovato nel web e, soprattutto nel deep web, una strada più sicura. 

Il terrorismo degli anni settanta faceva proselitismo nei collettivi. La minaccia terroristica di matrice islamica oggi, fa proselitismo attraverso le utilities messe a disposizione dalle nuove e molteplici tecnologie di comunicazione; prime tra tutte i social network, o i gruppi di discussione. 

 

Le nuove frontiere della comunicazione hanno fatto aumentare il grado di conoscenza e informazione nel bene e nel male.

Il web è una grande opportunità per tutti. La democrazia dell’informazione. Ma spesso, soprattutto i più giovani, non sono attrezzati per sapere distinguere il vero dal fake. È attuale, il dibattito, riguardo un sistema sanzionatorio che persegua la diffusione di notizie false in rete. A mio avviso, potrebbe essere anche una strada pericolosa e non sempre tecnicamente percorribile, a causa della velocità di viralizzazione delle informazioni. Meglio lavorare sullo spirito critico.

 

Secondo Lei, il livello di sicurezza attuale, potrebbe essere migliorato e se sì con quali mezzi?

Lo ripeto: è necessario innanzitutto lavorare sulla cultura della sicurezza di individui ed aziende. In Italia il tessuto economico principale è costituito da PMI manifatturiere di eccellenza le quali spesso hanno bisogno di supporto nel proteggere i propri dati. Affidarsi a partner tecnologici nazionali di elevato livello come Italiaonline, con cui far crescere le proprie competenze digitali, è sicuramente un primo passo importante. 

 

 

protocollo di Istanbul e quadro legislativo del Marocco

 

Trattamenti degradanti, 

protocollo di Istanbul e quadro legislativo del Marocco 

Domenico Letizia

 

Nel proseguire degli ultimi anni la Comunità Internazionale può costatare un impegno crescente del Regno del Marocco nella diffusione, implementazione e pubblicizzazione dei diritti umani e fondamentali nel paese. Nel corso dell’ultimo mese del 2016, il Consiglio Nazionale per i Diritti Umani – CNDH (diretto dall’attivista Driss El- Yazami, già componente della Commissione Equità e Giustizia e membro del Comitato Esecutivo della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici “COP22”, svoltasi dal 7 al 18 Novembre 2016 a Marrakech) ha organizzato presso l’Istituto Nazionale di Formazione per i Diritti Umani a Rabat, varie sessioni di lavoro e di formazione sulla prevenzione della tortura e sulla lotta ai maltrattamenti, per funzionari forensi e personale legato al mondo penitenziario e medico. L’importanza dell’impegno assunto è confermata anche dalla collaborazione di numerose Organizzazioni Non Governative, tra le quali il Danish Institute contro la tortura e l’Associazione dei medici legali (AML). Tra i vari seminari, particolarmente interessante è stato quello organizzato per una ventina di medici, avente l’obbiettivo di migliorare la conoscenza anatomica nel campo della tortura e dei maltrattamenti, attraverso la fornitura di materiale e documentazione essenziale in conformità al Protocollo di Istanbul e con formatori docenti di portata internazionale come il Dott. Jens Modvig, presidente del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura. Lavori di estremo spessore sono stati svolti anche con la collaborazione e il sostegno del Ministero degli Esteri della Gran Bretagna al fine di sopprimere e prevenire la tortura e i maltrattamenti all’interno degli istituti di detenzione; un corso destinato ai dirigenti e ai rappresentanti della Delegazione Generale per l’amministrazione penitenziaria, facilitando il processo di attuazione del Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura. Compito della specifica sessione di approfondimento e formazione è stato quello di informare i partecipanti sulle norme internazionali per la criminalizzazione della tortura e la loro applicazione in ottica statuale e nazionale. Il Protocollo di Istanbul e il Manuale sull’indagine contro la tortura e i trattamenti crudeli e degradanti sono strumenti di riferimento per tutta la comunità internazionale affinché si possa procedere, e successivamente condannare, alla valutazione delle accuse di tortura da parte delle istituzioni e riferire sulle prove raccolte dal corpo giudiziario e dalle autorità competenti. Il Regno del Marocco sta procedendo con rapidità, convinzione e risolutezza all’adeguamento del proprio quadro legislativo e giudiziario ai trattati e alle convenzioni della giurisprudenza internazionale. Chiedendo una sua opinione all’Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia S.E. Hassan Abouyoub, su quanto riportato, l’Ambasciatore ha dichiarato: “Il Regno del Marocco ha consolidato il suo quadro legislativo e regolamentare in materia di lotta contro la tortura, facendo notevoli sforzi per prevenire gli abusi soprattutto nei centri di detenzione, e per rafforzare la cultura dello stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani”. D’altronde, già nel 2015 la Commissione Europea confermò i passi in avanti del Regno. “Il Marocco ha compiuto progressi significativi nell’attuazione del piano d’azione della politica europea di vicinato (PEV) per il consolidamento dei diritti umani e delle libertà fondamentali, in particolare attraverso l’adozione d’importanti testi regolamentari”, osservò la Commissione nel suo rapporto 2014 sull’attuazione del piano d’azione PEV tra il Marocco e l’Unione europea. Il Regno ha continuato il suo processo di riforma, ivi compresa l’attuazione della nuova politica d’immigrazione e d’asilo, la riforma del codice della giustizia militare e il deposito degli strumenti di ratifica del Protocollo opzionale relativo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e le altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. 

 

 

 

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"Non si può avere una bicicletta e non avere un iPad, perché sono entrambi ecologici, costano più o meno la stessa cifra ma il secondo ci porta molto più lontani".