3/2016

ATLANTIS

Rivista di Affari Internazionali

3/2016 ISSUE 

 

Questo numero di Atlantis, il terzo del 2016, dedica il Dossier al tema della Medicina e delle Politiche Sanitarie, con tutte le sue implicazioni strategiche globali.

Nella rubrica Una Nuova Europa, intervista all’intellettuale liberista Carlo Lottieri.

Prestigiosa intervista con il Professor Ennio Di Nolfo, il decano degli accademici che si scono occupati in Italia di Relazioni Internazionali, oltre che autore di numerosi libri e manuali sull’argomento.

Prosegue in questo numero, la rubrica su Mondo e Malattie con Ebola.

ll Focus paese è dedicato all’Ucraina, con una lunga intervista all’Ambasciatore della Repubblica di Ucraina, Yevhen Perelysin.

Tra gli altri contributi di questa edizione, sono da sottolineare quelli di Luca Baraldi e di Simone Depietri.

Arricchisce il numero una bellissima recensione libraria di Maurizio Bonanni.

L'articolo del condirettore è dedicato all’argomento del comportamento collettivo e individuale durante gli attacchi terroristici.

 

 

 

La copertina di questo numero è dedicata alla Medicina e la Sanità.

Editoriale

Democrazia e Liberalismo

 Globalizzazione e Società Aperta.

Il tema affrontato da Angelo Panebianco è: “ha senso fare decidere il «popolo» sulle faccende pubbliche? Non sarebbe meglio, almeno in certi frangenti, mettere da parte l’ambiguo mito della sovranità popolare? Per dare ordine a una discussione piuttosto confusa bisogna distinguere fra i due significati della parola «democrazia». Stiamo parlando della democrazia rappresentativa (l’elezione di rappresentanti a cui vengono affidate le decisioni collettive) oppure della democrazia diretta (sono gli elettori che prendono le decisioni collettive)? Democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono cose diversissime, modi antitetici di governare la cosa pubblica. Con l’eccezione della piccola Svizzera, con la sua particolare storia, in nessun Paese occidentale la democrazia diretta ha un peso e un ruolo paragonabili a quello della democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa, al di là del mito, è il miglior meccanismo per contare le teste anziché tagliarle, per assicurare ricambi pacifici nelle élite di governo. È uno strumento, forse insuperabile, di risoluzione non violenta dei conflitti politici. Non richiede da parte del cittadino - elettore particolari competenze o conoscenze. Sono sufficienti il suo giudizio e la sua percezione, giusta o sbagliata che sia, che i governanti in carica meritino una riconferma o, quanto meno, una prova d’appello, oppure che occorra sostituirli senza indugi con qualcun altro il quale poi, a sua volta, dovrà essere messo alla prova. Il popolo non decide sulle questioni pubbliche, fa una scelta tra coloro che, dicendo il vero oppure millantando, asseriscono di sapere prendere decisioni sagge.

Nonostante coloro che hanno sempre confuso la democrazia col socialismo, la democrazia rappresentativa non richiede uguaglianza di reddito o di livelli di istruzione. Richiede solo uguaglianza giuridica, uguaglianza di fronte alla legge. Impagabile strumento di risoluzione pacifica dei conflitti, la democrazia rappresentativa ha anche un’altra virtù: è il migliore habitat per la protezione delle libertà personali. In teoria, quelle libertà potrebbero anche essere assicurate, entro certi limiti, da un dispotismo illuminato e, inoltre, le democrazie corrono sempre il rischio di degenerare, di diventare democrazie autoritarie. Tuttavia, l’esperienza storica mostra che la democrazia rappresentativa è, in genere, il miglior baluardo a difesa di quelle libertà.

La democrazia diretta è un’altra cosa. Qui agli elettori è richiesto un minimo di conoscenza delle poste in gioco. Ma ciò li consegna mani e piedi ai vari gruppi di élite che hanno il potere di trasmettere tali conoscenze.  Ed è anche evidente che le varie utopie circolanti sulla «democrazia del web», la democrazia diretta in salsa informatica, non prefigurano chissà quali nuovi luminosi traguardi democratici ma incubi totalitari ove il massimo di manipolazione del «popolo» da parte di ristrettissimi gruppi si accompagnerebbe al massimo di retorica sull’ormai raggiunto obiettivo della «vera democrazia». La democrazia diretta non è la migliore risposta a problemi complessi, anche se può essere un strumento assai utile quando si tratta di decidere su temi relativamente circoscritti (come fu il caso del divorzio in Italia). Sfortunatamente, il ricorso alla democrazia diretta per fronteggiare problemi complessi segnala spesso un fallimento della democrazia rappresentativa: è l’espediente a cui certi governanti ricorrono quando il sistema rappresentativo non riesce a decidere. Un espediente che a volte ha successo ma a volte aggrava il male. Naturalmente, vanno esclusi da questo discorso i referendum costituzionali. In questo caso, «l’appello al popolo», come insegna la dottrina costituzionalista, serve a dare la più ampia legittimazione alla nuova costituzione. Non si devono commettere due errori. Pensare che siccome solo in pochi, per ragioni di mestiere, sono addentro ai problemi, hanno sufficienti conoscenze per farsi un quadro abbastanza chiaro (ma mai completamente chiaro) delle varie poste in gioco, allora tanto vale lasciarli decidere senza neppure controlli ex post. Il secondo errore, se e quando la democrazia diretta dà esiti che riteniamo insoddisfacenti, consiste nel gettare discredito anche sulla preziosa democrazia rappresentativa”. Questo dice Panebianco su Democrazia rappresentativa e Democrazia diretta.  E ora, veniamo a definire un’idea di liberalismo in chiave moderna, da consegnare a figli e nipoti per questo nuovo millennio. Premesso che non è un’ideologia (lo abbiamo più volte ricordato) ma un complesso di avvertenze (e poi norme) che definiscono la limitazione del potere (pubblico e privato), la finalità è il raggiungimento e la difesa della libertà individuale e collettiva. Come sottolinea Alec Ross nel suo Il Nostro Futuro, “se una vita resta a un livello più basso di quello che potrebbe raggiungere a causa della mancanza di opportunità, la responsabilità – in un contesto liberale e democratico – è di chi ha posizioni di potere (e quindi anche di privilegio) e non formula  politiche in grado di estendere a quanti più individui possibile tali opportunità”. Lo strumento, oltre che quello classico dello Stato di Diritto è l’adesione ad uno schema di pensiero contrapposto alla chiusura. Cioè l’apertura. Non a caso Popper parlò di Società Aperta. Nel ventesimo secolo, il dualismo è stato tra capitalismo e comunismo. Nel ventunesimo sarà (anzi è già) tra aperto e chiuso, democrazia e autocrazia, libertà economica e libero commercio e dominio centralista e protezionismo. La globalizzazione è un frutto liberale e non una malattia egoistica. In pochi anni ha portato al risultato che il numero dei cinesi che sono usciti dalla povertà è pari al numero di abitanti di Europa e Stati Uniti d’America. Ed è vero che ci sono ancora 805 milioni di esseri umani che soffrono la fame (una persona su nove al mondo) ma negli ultimi vent’anni, 100 milioni hanno visto risolto il problema della sussistenza, grazie al libero commercio e all’impiego della scienza e della tecnologia nel campo del cibo, dell’agricoltura, dell’impiego dell’acqua, della medicina, della sanità (che farà passi giganteschi con la genomica e la robotica applicata). I popoli accorceranno le distanze tra loro grazie all’impiego di traduzioni simultanee di ottimo livello. Le religioni, soprattutto, quelle integraliste saranno costrette ad un’evoluzione “tollerante” di dialogo interreligioso  per non essere messe nel dimenticatoio dal superamento dell’analfabetismo generalizzato in molte regioni del mondo.

 

 

Dossier: Medicina e Sanità

Salute e benessere 

nel mondo

La salute è fondamentale per lo sviluppo umano. Tutti, senza alcuna distinzione in base alla classe sociale, mettono sempre una buona salute al primo posto nelle loro priorità e a loro volta le persone che godono di buona salute sono un sostegno fondamentale per le società. Non sorprende quindi che quattro degli otto obiettivi di sviluppo per il millennio (MDGs) siano direttamente legati alla salute.

Gli MDGs hanno con successo concentrato l’attenzione e le risorse globali su specifiche ed urgenti sfide del nostro mondo, includendo la fame, la salute delle madri e dei bambini, l’HIV/AIDS e la malaria. Questi problemi sono stati messi al primo posto nell’agenda globale, invitando le agenzie internazionali, gli Stati, le organizzazioni non e la società civile, le compagnie private e altri attori a collaborare per raggiungere questi obiettivi. Conseguenza di ciò è stato un dimezzamento della povertà estrema, e dei progressi significativi nella lotta contro la malaria, la tubercolosi e molto altro. 2 miliardi di persone hanno ottenuto l’accesso ad acqua potabile.

Tuttavia, come molti altri obiettivi globali, insieme ai punti di forza e ai successi ci sono anche delle sfide e delle debolezze. Il progresso è stato non equo, sia all’interno delle nazioni che tra i vari paesi. Nonostante la denutrizione infantile e la mortalità materna ed infantile siano diminuite drasticamente, c’è ancora molto lavoro da fare. L’educazione pubblica e i test più rapidi per diagnosticare l’HIV/AIDS hanno contribuito a ridurre il numero di nuovi casi, e trattamenti più efficaci hanno permesso alle persone già affette da HIV di vivere più a lungo. Tuttavia l’accesso ai trattamenti deve diventare ancora più accessibile; nuovi casi devono essere prevenuti e lo stigma e la discriminazione legate a queste malattie devono essere ridotti.

Gli MDGs incoraggiano degli interventi specifici che offrono benefici a delle fasce delle popolazioni, le donne in gravidanza e i bambini al di sotto dei cinque anni, piuttosto che ad altre persone. Alcuni paesi, tuttavia, hanno cercato di migliorare i loro indicatori sociali attraverso degli investimenti nei loro sistemi sanitari per aiutare l’intera popolazione, risultato in un decisivo progresso per la sanità di tutte le persone e di tutte le fasce d’età. Altri paesi hanno incentrato i loro interventi nell’offerta di servizi sanitari alle donne incinte e ai bambini, e per questo hanno visto dei piccoli miglioramenti nel livello di salute generale dell’interna popolazione. Una nuova agenda è necessaria per dare priorità all’equità dei risultati, e per concentrarsi sugli interi sistemi sanitari oltre che sui casi specifici.

Inoltre, il peso globale delle malattie è cambiato molto negli ultimi trent’anni, aumentando il bisogno di concentrarsi sui sistemi sanitari. Le malattie non trasmissibili come l’ictus, il cancro e il diabete sono responsabili di un grande incremento della mortalità e morbilità sia nei paesi in via di sviluppo che nei paesi sviluppati. Infatti, la rapida crescita economica in molti paesi in via di sviluppo ha lasciato come eredità molte difficili dicotomie; nelle aree più povere e remote c’è ancora molto lavoro da fare riguardo l’agenda degli MDGs, mentre il diabete e le malattie cardiovascolari sono in aumento in molte città. Anche nelle famiglie, le dinamiche famigliari fanno sì che alcuni membri della famiglia soffrano di mancanze energetiche o di micronutrienti, mentre altri di obesità. Guardando al futuro, abbiamo bisogno di un’agenda per il post-2015 che aiuti i paesi ad affrontare tutte questi problemi.

Le ricerche mediche hanno mostrato come le questioni sanitarie rimaste in sospeso, oggi giocano un ruolo importante per la salute ed il benessere generale. La salute mentale ne è un esempio. C’è un maggior accordo sul fatto che abbiamo bisogno di lavorare di più per ridurre lo stigma riguardante le malattie mentali e per offrire dei servizi per la sanità mentale a tutte le persone. Cominciare a considerare la qualità dell’aria sia negli ambienti esterni che interni, la qualità dell’acqua e di altri fattori ambientali determinanti per la salute può essere un altro esempio. Affrontare queste questioni è cruciale per salvaguardare la salute globale, e questo deve giocare un ruolo preponderante nell’agenda post-2015.

Per questo motivo noi suggeriamo un’agenda per lo sviluppo post-2015 che riaffermi l’impegno verso gli MDGs e che li espanda fino a coprire delle nuove problematiche che meritano l’urgente attenzione globale. La creazione dell’obiettivo per lo sviluppo sostenibile numero 3 – assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età – può facilmente accogliere tale vasta agenda. Il testo corrente, che include numerosi target per la mortalità infantile e materna, può dare nuovo vigore all’azione per completare l’agenda degli MDGs. I target che si riferiscono alle malattie non trasmissibili, all’abuso di sostanze, e alla salute degli ambienti di vita contribuiranno ad accrescere la consapevolezza globale riguardo l’importanza di queste questioni e aumenteranno il loro progresso.

Forse l’aspetto più rivoluzionario di questo obiettivo è rappresentato dal target sulla copertura sanitaria universale (UHC). Un tale obiettivo rimane comunque vulnerabile alle critiche di chi afferma sia troppo vago e perciò difficile da raggiungere e da misurare. Ciononostante, spesso c’è bisogno di obiettivi ambiziosi per ispirare il progresso. Se gli Obiettivi del Millennio preconizzavano interventi mirati per donne e bambini con meno di 5 anni, la copertura sanitaria universale promuove una vita più sana per tutti, attraverso investimenti nel sistema sanitario. Ci sono prove sempre più schiacchianti che investimenti nel sistema sanitario pubblico sono la chiave per migliori risultati nella sanità.

In breve, la copertura sanitaria universale lotta per assicurare a tutti l’accesso alle cure e dei servizi sanitari di qualità senza la spada di Damocle del costo. Inoltre, supporta una crescente uguaglianza in termini di risultati, dal momento che permette anche ai più poveri l’accesso alle cure mediche. Aiuta a promuovere un approccio medico che tenga in considerazione tutte le età, dal momento che fa riferimento a tute le fasce della popolazione. Se propriamente sviluppata, darà cure di prima necessità a tutti, e promuoverà servizi medici, preventivi, curativi, palliativi e riabilitativi. Infine, la copertura sanitaria universale può essere sviluppata di modo da basarsi sulle determinanti sociali ed ambientali della salute, compresi i comportamenti umani (una dieta sana ed equilibrata, esercizio fisico, qualità dell’aria, consumo di tabacco, ecc.).

Un focus sulla copertura sanitaria universale per i prossimi 15 anni può davvero trasformare tutti i paesi, ricchi o poveri che siano. È fondamentale che le migliorie nel campo della salute siano portate a tutti, non solamente a certi gruppi. Analisi causali su 153 paesi rivelano che “una copertura sanitaria più estesa porta generalmente ad un migliore accesso alle cure e ad una salute generale migliore, con i maggiori benefici portati alle classi povere”. Il Rapporto sulla salute mondiale del 2010 dimostra i catastrofici effetti dei costi della sanità, con oltre 150 milioni di persone che soffrono perché non possono permettersi i costi di un servizio efficace e altri 100 milioni spinti sotto la soglia di povertà precisamente a causa delle grandi spese sanitarie che devono sostenere. La copertura sanitaria universale concentra attenzione e sforzi sulla rimozione di tali barriere finanziarie e lavora verso un accesso garantito a tutti, evitando così che non si recavano cure perché non ce lo si può permettere.

Certamente, definire gli obiettivi non può andare oltre uno schizzo. Il vero test sarà il modo in cui gli obiettivi saranno implementati, e come i relativi progressi saranno monitorati e valutati. Poiché l’obiettivo generale è di assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età, governi, organizzazioni internazionali e gli altri attori devono essere pragmatici nell’implementazione di tali politiche e nella valutazione dei progressi. Un accordo sugli obiettivi globali e sugli scopi, così come anche sulle decisioni politiche, sarà un processo tanto politico quanto tecnico. La tensione tra la parte politica e quella più specificatamente tecnica deve essere gestita in modo da garantire l’attuabilità degli obiettivi e la successiva valutazione.

Il dibattito sugli indicatori da usare e sul finanziamento degli obiettivi è ancora in corso. Il Network per le soluzioni per lo sviluppo sostenibile ha proposto un quadro di massima per gli indicatori post-2015. Questi devono essere chiari e precisi, selezionati col più ampio consenso possibile tra gli stakeholder, e basati sulle fonti di dati esistenti. Gli indicatori dovrebbero misurare i risultati in maniera più ampia possibile, ed essere così spalmati su una miriade di variabili socioeconomiche (l’età, il sesso, la provenienza geografica rurale o urbana, …) per assicurare un progresso equo. Per di più, i governi dovrebbero promuovere una “rivoluzione dei dati” e andare il più possibile verso un report annuale dei dati pubblicamente disponibili. Le nuove tecnologie, come i telefoni cellulari, rendono la raccolta dati e la conseguente analisi incredibilmente più rapide; l’Agenda post-2015 dovrebbe approfittarne.

Abbiamo la grande opportunità di stabilire l’agenda dello sviluppo equa ed ambiziosa per i prossimi 15 anni. I processi politici globali stanno facendo il loro per consegnare un lavoro significativo, che potrebbe essere rivoluzionario per la salute mondiale. Avvicinandoci a settembre, gli stakeholder devono ritenere responsabili i governi affinché mantengano le promesse date verso un accordo sostanziale, e cominciare a lavorare insieme per implementare gli Obiettivi. 

 

Protagonisti

Intervista 

al Prof. Ennio Di Nolfo

 

Quali sono le implicazioni del rischio Brexit?

Vorrei tentare una riflessione a caldo sull’esito del voto britannico contro l’UE. Non sono in grado di capirne i risvolti finanziari, commerciali, psicologici ecc. Tento di rifarmi alla mia esperienza di storico. Questa mi fa ricordare che da alcuni secoli la Gran Bretagna aveva adottato in politica internazionale il principio del disimpegno dagli affari europei, con l’eccezione dei momenti in cui un paese europeo minacciava di diventare egemonico. E’ l’esempio offerto dall’esperienza napoleonica o da quella della vigilia della seconda guerra mondiale. Poi l’Europa era diventata un coacervo di nazionalità, senza nessuno egemonia se non quella della burocrazia brussellese. Tuttavia da alcuni anni (dal 2008?) era diventato evidente che l’UE era dominata, condizionata o, se si vuole, guidata da una Germania che, cessata la fase di assorbimento delle province orientali, poteva sviluppare tutta la sua influenza su tutta l’Unione.Questa appariva, appare e probabilmente è condizionata dalle scelte tedesche. Vuol dire anche che la Germania è ora la potenza egemone dell’Europa? Ecco un tipo di rapporto che l’opinione grezza della maggioranza dei britannici rifiuta. Nessuno dovrebbe poter dare ordini alla GB o direttive vincolanti, frutto di una determinata egemonia. Di qui una crescente avversione verso ciò che veniva da Bruxelles e che non poteva essere accettato. Se questa considerazione è fondata, bisogna però tener conto che oggi i rapporti di forza nel mondo sono mutati e che, lasciata a se stessa, la GB entrerà in una spirale che (così mi pare) non potrà che spingerla verso la decadenza, l’emarginazione, l’irrilevanza. Come tutti i nazionalismi, anche quello britannico è cieco. Il problema vero è invece quelle di riprendere le file interrotte e ricostituire un sistema di istituzioni semplici ma fortemente coeso dal punto di vista politico. La GB non appartiene alla nazione europea; ma i paesi che formano la nazione europea dovrebbero trovare l’energia sufficiente per superare la crisi.

 

Questione TTIP

In questi giorni è stata ripresa da alcune parti a mio parere fuori di senno, la campagna contro il TTIP. Chi la promuove è spinto, o da un bieco antiamericanismo, oppure ignora che in Italia tutta la zootecnia e grandissima parte prodotti tipici si reggono sulla mangimistica Ogm. Nessuno vuol, dire che non esistano problemi, ma che cosa accadrebbe, per esempio, nel campo medico se non si trovasse un compromesso ragionevole? Gli esempi potrebbero essere più che moltiplicati. Il TTIP sarà un compromesso difficile ma vantaggioso per entrambe le parti, a mio parere.

Alla fine del 2014 pubblicavo un libro (Il mondo atlantico e la globalizzazione) nel quale spiegavo a lungo le ragioni remote e prossime dell’interdipendenza strutturale USA-Unione europea. Oggi finalmente il tema è di attualità. Ma è circondato da troppi preconcetti che non tengono conto dei dati di fatto. Nel mio lavoro elencavo decine di pagine di dati statistici e di riferimenti alla logica della globalizzazione per spiegare come, a mio parere, l’accordo sia non solo necessario ma anche indispensabile, nonostante le resistenze degli interessi costituiti da entrambe le parti dell’Atlantico.

Si profila un nuovo scenario da Guerra Fredda tra America e Russia?

Il premier russo Medvedev allude al rischio di un ritorno al clima di guerra fredda. A mio parere su tratta solo di un’enunciazione vuota di significato immediato, e destinata solo a condizionare l’umore degli interlocutori e le loro paure. Infatti, perché esista, un clima di guerra fredda occorre che ci siano due superpotenze che si contrappongono in tutti i campi, sono militarmente eguali o quasi, sono sufficientemente determinate nei loro obiettivi da imporre ciascuna all’antagonista di comportamenti e risposte prevedibili. Questo oggi non esiste. La Russia è una potenza di secondo grado, militarmente in possesso di armamenti e tecnologie ereditate dall’URSS ma ridotta in condizione economica mediocre e circondata, specialmente nel Caucaso, nel Medio Oriente e nell’Asia centrale, da una serie di avversari che ne condizionano le scelte internazionali. Le parole di Medvedev erano dunque soprattutto un bluff diplomatico, pronunciate per creare tensione in chi le prende sul serio.

 

Professore, cosa pensa dell’attuale crisi d’identità dell’Unione europea?

È mia ferma opinione che chi blatera oggi di Ventotene non sappia di che cosa parla. Ho posseduto e donato a un allievo una delle poche copie del saggio. Le istituzioni odierne non hanno molto a che vedere con l’Europa. E’ troppo facile confondere cessione di sovranità con cessione di poteri,ma molti pensano che sia la stessa cosa. L’ipotesi cessione di sovranità è svanita con la bocciatura del progetto di costituzione è svanita con la bocciatura del testo redatto da Valery Giscard d’Estaing e Giuliano Amato. Quel fiasco è tra le cause della crisi successiva.

 

Emergenza rifugiati ed Europa.

Il tema di oggi riguarda il destino dell’Europa rispetto alla questione dei rifugiati. Una questione difficile poiché pone problemi umanitari, demografici, economici, di sicurezza, di collaborazione. E’ sin troppo chiaro che dal punto di vista umanitario il respingimento dei profughi è una forma di barbarie, una risposta che rivela impotenza rispetto a una crisi imprevista ma prevedibile. Tutto ciò che è alla base della cultura europea, dallo spirito di tolleranza al rispetto dei diritti umani impone di affrontare in maniera coerente e seria l’arrivo di decine di migliaia (saranno milioni) di profughi che sfuggono alla guerra, alla fame, alla dittatura. Non si può immaginare che i profughi siano tutti buoni perché profughi e tutti pronti a integrarsi in una società apparentemente avanzata come quella europea. D’altra parte non c’è dubbio che il loro arrivo massiccio ponga problemi di accoglienza, assistenza e integrazione, cioè problemi etici ed economici in un momento in cui l’Europa è in crisi. Tuttavia la soluzione non sta nel chiudere gli occhi rispetto alla realtà; sta piuttosto nella necessità di elaborare insieme ipotesi di soluzione. Il caso dei paesi balcanici che formano un gruppo chiuso al passaggio dalla Grecia verso il nord è esemplare. Esso in pratica si traduce nella trasformazione della Grecia in una sorta di campo di accoglienza permanente o quasi, come già la Giordania o la Turchia. Ma si dà il caso che la Grecia appartenga all’Unione Europea. Perciò diviene obbligatorio chiedersi se il comportamento seguito nei suoi confronti, tenuto conto delle difficoltà in cui la Grecia versa, sia palesemente contrario allo spirito e alle norme dell’Unione. Desta sorpresa che gli ultimi arrivati nell’Unione svuotino con tanta facilità le norme che essi stessi dovrebbero seguire, chiudendosi all’interno di un muro che trasforma la Grecia in un campo di concentramento. Se la soluzione è questa, occorre dire che l’Unione Europea non esiste più; oppure che i paesi che decidono la chiusura debbono essere sanzionati. La corte di Giustizia, così sollecita in altri casi più discutibili e individuali, non ha nulla da dire in proposito? E può il resto d’Europa guardare senza reagire? La risposta ovvia sta nel fatto che se si aprono le frontiere tutto poi si riversa sulla Germania e sui paesi nordici. Nessuno di questi ha ancora capito che il futuro dell’Europa impone una forzata integrazione di mano d’opera a basso costo, poiché esistono lavori faticosi che gli europei antichi non intendono più fare? Oppure perché l’integrazione è un processo irreversibile, e lo sarà sinché i paesi d’origine o saranno in pace o saranno economicamente in grado di evitare il salasso dell’emigrazione.

 

Situazione della Libia.

Il governo italiano pensa ai rapporti con tutta l’Africa e fa bene. Ma questi nessuno presta attenzione al fatto che anche la Libia si trova in Africa, interessa in modo particolare all’Italia e i negoziati per superare lo stallo politico militare nel quale si trova non fanno molti progressi. In questi giorni pare che il punto centrale di dissenso sia il ruolo da affidare al gen. Khalifa Haftar già gheddafiano, poi dissidente, poi vicino alle basi tripolitane, ora vicino a quelle in Cirenaica e, a quanto pare, ancor più vicino all’Egitto. Questo iter politico mostra che il generale è un uomo piuttosto spregiudicato. Oggi dice che vuol combattere l’ISIS ma nessuno può prevedere che cosa farà domani. In cambio lui continua a promettere di non voler riconoscere il governo di Tripoli, sponsorizzato dall’ONU e voluto da tutti i paesi europei. Non si fa fatica a comprendere che questo andirivieni nasconde l’ambizione di essere il capo supremo delle forze libiche: forse un nuovo Gheddafi, forse qualcosa in meno. Ma i rapporti tra la Francia, la Gran Bretagna, gli USA (escludo l’Italia).e l’Egitto sono piuttosto buoni. Perciò si dovrebbe pensare che da questa parte dovrebbe venire una forte pressione perché Haftar dicesse con precisione ciò che vuole e gli egiziani lo costringessero ad accettare. E’ un’interpretazione cinica? Non credo che in casi come quello libico si debba essere molto schizzinosi. Credo invece che si debba agire in fretta, evitando i superflui balletti diplomatici.

 

I pericoli dai Balcani

È probabile che pochi ricordino che negli anni Novanta del secolo scorso, quando era in corso la guerra civile tra la NATO e la Serbia, parallela alla crisi interna della Bosnia-Erzegovina, il disastro totale del gruppo etnico islamico (che in Bosnia era tuttavia pari al 50 per cento circa della popolazione) venne evitato grazie agli aiuti che questo gruppo ricevette dai paesi correligionari del Medio Oriente. Questo aspetto dei precedenti storici non viene citato a caso ma, al contrario, va ricordato poiché esso rappresentava allora e rappresenta oggi uno dei temi più profondamente radicati nella vita balcanica. Per secoli queste terre sono state dominate dall’Impero ottomano, che vi ha lasciato profonde tracce. Tra il 1992 e il 1995, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, queste regioni furono il teatro di violenti conflitti militari, prima limitati al rapporto tra la Serbia e la NATO, dal 1997 al 1999 riguardanti la provincia del Kosovo, che aveva proclamato la propria indipendenza dalla Serbia e che avrebbe pagato con una guerra crudele questa sua decisione. Non è nemmeno marginale tener conto della composizione per religioni di quei territori, poi diventati Stati indipendenti, e cioè il fatto che in Bosnia i musulmani di confessione sunnita erano quasi il 50 per cento della popolazione e gli altri erano serbi e croati di religione cristiana ortodossa o cattolica; e il fatto che il Kosovo è popolato, secondo dati del 2015, dall’82 per cento di albanesi islamici e per l’11,1 per cento da Serbi cristiani ortodossi. 

Come si collega questo punto di partenza con la situazione attuale è un tema del tutto aperto a ogni speculazione ma anche un tema che di giorno in giorno si pone in termini sempre più allarmanti per il mondo occidentale. Infatti, ora che l’ISIS sembra in crisi dove essa ha messo le suo prime radici, in Siria e in Iraq e mentre l’estremismo islamico pare sull’orlo del tracollo in Nigeria e deve fronteggiare pressioni sempre più forti in Libia, gli uomini del Califfato tendono a muovere il centro delle loro iniziative dove essi incontrano meno ostacoli e questo centro sta divenendo o, forse, è già divenuto il territorio della Bosnia Erzegovina e del Kosovo. I servizi segreti italiano e internazionale non ignorano che cellule terroristiche operano da tempo nella penisola balcanica. Sino a qualche tempo fa, l’azione di queste cellule si limitava alla creazione di gruppi di fanatici Foreign fighters, pronti ad accorre sul campo di battaglia. Oggi essa tende a diventare il punto di riferimento principale dell’azione dei terroristi islamici. E siccome la loro prossimità alle coste italiane e all’Europa balcanica non richiede spiegazione, sono sufficienti queste osservazioni per avere un’idea della gravità del rischio.

 

Il Mondo si infiamma: terrorismo, guerre più o meno sante, fatti di violenza inaudita tutti giorni in cronaca

Vorrei fare una riflessione: un giorno avviene la strage di Orlando; il giorno appresso due persone sono uccise a Parigi; poi c’è la deputata britannica. E’ molto probabile che la sequenza non si interrompa qui. Così com’è probabile che ciascuno di questi crimini abbia una sua particolare spiegazione. Eppure non riesco a togliermi dalla testa che una specie di filo rosso colleghi questi avvenimenti. Di quale natura? Generalizzare è facile ma bisogna pensare a un fatto. Oggi i mezzi di comunicazione di massa sono intrisi di violenza. Basta affacciarsi in un cinematografo per assistere a sparatorie senza fine, morti e feriti in serie. Qualcuno pensa che l’estremismo islamico così carico di violenza sia un esempio che molti tendono a imitare. Ma la violenza viene praticata anche in Italia, con le facili esecuzioni di mafia oppure con la serie di follie apparenti che portano allo sterminio domestico. Credo, dunque, che la spiegazione vada cercata altrove, forse nella carenza di cultura del bene, forse nella deformazione dell’insegnamento elementare; forse nel modo brutale, semplicistico e quasi ovvio con il quale i giovani vengono educati alla violenza. Chi, come me, ha visto le violenza della seconda guerra mondiale e del dopoguerra ricorda con quanto orrore certe successive manifestazioni di violenza fossero condannate. Oggi si pensa agli stessi fatti come casi della vita. Credo che in sintesi sia necessario ricominciare dalla scuola: italiana ma non solo, poiché il fenomeno è globale.

 

Una risposta alla perdurante crisi italiana.

Una cosa mi atterrisce: la qualità dei gruppi dirigenti di tutti i partiti italiani; una qualità che si appiattisce verso il basso ed è fatta da personaggi che non propongono, poiché non ne hanno la preparazione, alcuna seria risposta alla crisi italiana, il pessimismo prevale. Ci sono alcuni esponenti della vecchia guardia che, nelle loro trincee, cercano ancora di recuperare qualche valore. Ma questi sono prossimi al tramonto e ciò che li sostituisce è un panorama di mediocrità. Un senso di profonda umiliazione travolge chi li vede operare. Al punto che il solo Renzi svetta in mezzo a costoro come l’unico che abbia la capacità di far valere quanto meno la propria ambizione. In altri termini, la crisi italiana non potrà essere risolta se non si affaccerà un nuovo gruppo dirigente, di qualsiasi tendenza, capace di superare l’estinzione della forma partito, l’avvenire sarà oscuro. 

 

 

Il prof. Di Nolfo è scomparso a Firenze lo scorso 7 settembre. È stato uno storico di chiara fama. Il suo campo d’azione sono stati i rapporti diplomatici, ai quali ha dedicato studi assidui e libri di grande impegno e valore. La nostra vicinanza alla famiglia.

 

 

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"Non si può avere una bicicletta e non avere un iPad, perché sono entrambi ecologici, costano più o meno la stessa cifra ma il secondo ci porta molto più lontani".